La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 28 gennaio 2016

Il «sì, ma, però» sulla riforma costituzionale

di Giuseppe Civati
Walter Veltroni dichiara in un’intervista al Corriere della Sera che dirà sì alla revisione costituzionale firmata dal premier. E questa, indubbiamente, non è una notizia. Lo farà perché «va nella direzione del rafforzamento dell’esecutivo». Che tutti vedono come – da Berlusconi a Renzi – sia stato debole. In realtà Veltroni si pone, in questo modo, su una linea su cui i politici italiani (da Craxi a Renzi) passano e ripassano da anni (senza considerare che la forza o la debolezza dell’esecutivo sono soprattutto una questione politica), con soluzioni per lo più cervellotiche e farraginose che cercano di rafforzare l’esecutivo a spese della volontà popolare. Lo fa anche questa revisione costituzionale, come ammette finalmente un suo sostenitore (quale Veltroni è), a differenza di quanto ci avevano detto finora il premier, la ministra e i loro aiutanti, sempre lì a sottolineare come non cambiasse la forma di governo. Ma lo fa soprattutto una legge elettorale che consegna a una minoranza (più o meno esigua) il governo, in barba al consenso elettorale.
In effetti, è proprio la questione della partecipazione popolare ad essere invece totalmente trascurata da tutte le proposte di revisione costituzionale che si sono succedute. E forse è così che si è arrivati a elezioni in cui ha votato meno del 40% degli aventi diritto (è il caso clamoroso dell’Emilia Romagna poco più di un anno fa) o comunque poco più della metà degli aventi diritto (è il caso delle europee del 2014, con il 57%). Del resto è lo stesso Veltroni a ricordare che anche il suffragio universale, che ci pare oggi del tutto assodato, è invece una conquista recente. E, in effetti, in Italia, contro il suffragio universale è stata ingaggiata da qualche tempo una vera offensiva. Con la giustificazione dei costi della politica si finge di eliminare enti e organi, sopprimendo, in realtà, il diritto dei cittadini di sceglierli. È successo per le province, vive e vegete e pronte a chiedere tributi (come ciascuno può vedere dalle cartelle esattoriali, ad esempio della Tari), ma non più votate dai cittadini (in barba al principio no taxation without representation). E sta accadendo per il Senato, che rimane lì, pronto a discutere qualunque legge, rinviando alla Camera che dovrà riesaminare (proprio come oggi), ma che non si vorrebbe più eletto dai cittadini, bensì dai consiglieri regionali.
Così, se – per la gioia di tutti quelli che vogliono il rafforzamento dell’esecutivo – la sera delle elezioni, grazie all’Italicum, sapremo chi ha vinto alla Camera, per il Senato accadrà di più: si saprà chi ha vinto, la sera prima della elezioni, in base alla spartizione tra le forze politiche (già realizzata con successo per le province).
Un’ultima precisazione: Veltroni dichiara il suo convinto sì alla revisione Renzi, pur riconoscendo due difetti enormi: la carenza della «democrazia dal basso» e la debole rappresentanza delle autonomie. In pratica, un disastro. Come diciamo da tempo: un Senato che non rappresenta niente e nessuno e un Parlamento (Camera e Senato) incapace di controllare. Però, Veltroni voterà sì, nonostante tutto. Come faranno molti altri critici della riforma. Soprattutto del partito del premier, o perché ritengono prioritario comunque il rafforzamento dell’esecutivo (sul quale, a proposito di conquiste recenti, sarebbe il caso di essere forse più cauti) o, magari, perché il premier è il segretario del loro partito e tra la Costituzione e lo spirito di corpo preferiscono il secondo.Proprio all’opposto di quanto accadeva nel periodo della Costituente. Del resto, anche Bersani ha dichiarato più o meno la stessa cosa: voterà sì benché sia molto più critico di Veltroni, abbia paura del plebiscito (che Renzi ha già indetto, grazie al voto anche di Bersani e dei suoi) e ovviamente non gli piaccia l’Italicum, che più o meno tutto il Pd ha votato, salvo pochissime eccezioni.
La speranza è che interviste come questa, in realtà, siano la migliore spiegazione del perché votare no, per una riforma diversa, con i cittadini protagonisti, con le istituzioni rafforzate e rese più credibili, perché i diritti siano esigibili da parte di tutte e tutti e proprio per «attivare un grande circuito di democrazia dal basso» (direbbe l’intervistato… che poi «la democrazia dall’alto» non esiste: ed è proprio questo il trucco e insieme il problema).

Fonte: ciwati.it

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.