La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 18 ottobre 2015

Aldeia Maracanã, resistenza indigena a Rio

di Aldo Santiago 
Ara giallo: uccello sacro che invoca la lotta per la libertà e la resistenza dei popoli della terra. Espressione spirituale, collettiva, storica e immateriale del bene comune il suo canto viene simulato da migliaia di indigeni di Abya Yala per mezzo dell’ancestrale strumento a percussione di uso guerriero e spirituale. Realizzato con una zucca al cui interno conserva semi, storie e cosmologie, il suo suono riunisce lotte e popoli per la libertà contro ogni oppressione. Non ha un padrone e durante i rituali passa di mano in mano, sottolineando la collettività e l’unione della comunità. Questo è ciò che significa Maracanã.
20 ottobre 2006. Cinquanta rappresentanti di 20 comunità indigene del Brasile organizzano, nell’Università dello Stato di Rio de Janeiro, il 1° Congresso del Movimento Tamoio dos Povos Originários. Alla fine, una folla esce, diretta verso lo stabile al numero 127 di Machado.
Camminano sotto una pioggia sottile che lungo il tragitto svuota le strade e facilita l’occupazione [dell’edificio], appena turbata dalla sorpresa dei due vigilantes che, impauriti, puntano le loro armi. Dialogando con loro, gli indigeni spiegano che stanno rientrando nella casa dei loro antenati, attraverso un’occupazione pacifica. Da allora il suo nome sarà Aldeia Maracanã.
Da museo a università
Famoso per essere stato sede dal 1953 al 1977 dell’antico Museu do Índio – creato da Darcy Ribeiro -, la sua storia risale al XIX secolo quando, nel 1862, fu costruito dal Duca di Sassonia e “donato” nel 1910 al Serviço de Proteção ao Índio [Servizio di Protezione degli Indios], organismo statale creato nello stesso anno su iniziativa del Maresciallo Rondon e precursore dell’attuale Fundação Nacional do Índio (Funai). La finalità era che questo spazio divenisse un’area per la salvaguardia della cultura indigena brasiliana, in una zona dalla quale, secoli prima, gli indigeni Tupinambás erano stati espulsi. Dopo il trasferimento del museo a Botafogo (nel 1978), l’edificio è caduto nell’abbandono: questo fino al momento della rioccupazione indigena.
“Per sette anni, ogni giorno avevamo una battaglia da vincere, al fine di rivendicare i diritti indigeni nella gestione territoriale dell’edificio, la cui superficie totale è di 14 mila e 300 metri quadrati” spiega Urutau, indigeno guajajara-tenetehara, professore di lingua Guaraní-Tupí e membro della Resistência Aldeia Maracanã, collettivo che ha trasformato quel grande edificio in rovina nella prima Universidade Intercultural Indígena del Brasile [Università Interculturale Indigena], capace di promuovere lo scambio e le trasformazioni culturali attraverso incontri di diverse etnie per avviare un dialogo con la società carioca.
Ogni sabato venivano aperte le porte per accogliere tutte le persone interessate a conoscere la cultura indigena attraverso il dialogo diretto e non solo attraverso riferimenti e documenti che mostravano una comunità lontana. In questo spazio si tenevano corsi di agroecologia e cosmologia dei boschi; si eseguivano rituali come i circoli sacri delle donne (Círculo Sagrado das Mulheres) , si insegnavano le lingue indigene e c’era anche un laboratorio per le sementi: tutto questo come parte delprogetto dell’università, ideato e costruito per il futuro dei membri dei 305 popoli originari del Brasile, i quali hanno trasformato il sito in una Ambasciata Indigena.
Mónica Lima, appartenente all’etnia Manuara dell’Amazzonia brasiliana, è seduta su una vecchia sedia, alquanto corrosa, all’interno di una stanza semivuota del Centro de Etno-conhecimento Sócio-cultural e Ambiental Cauieré [Cesac, Centro di Etno-conoscenza Socio-culturale e Ambientale Cayuré], nella zona nord di Rio de Janeiro. La sua voce, quasi un sussurro, puntualizza con certezza i punti chiave della lotta ancestrale sulla territorialità nella città. “Noi difendiamo il nostro progetto di educazione libertaria nell’Università Interculturale Indigena in base ai principi di convivenza e autonomia, [un progetto] che già aveva creato dei legami internazionali: tra gli altri, abbiamo accolto persone dalla Bolivia e dall’Ecuador. Oggi continuiamo nella lotta politica, la nostra università continua a vivere; teniamo lezioni a Cinelândia [1] o in questa sede indigena, la CESAC, ed anche in alcune università ed istituti della città” spiega facendo riferimento al lavoro successivo alle repressioni vissute tra il il 2012 e il 2013, quando la polizia ha attaccato gli indigeni e sequestrato l’edificio.
Resistenza indigena nella città dei megaeventi
Con la minaccia della Coppa del mondo di calcio, le imprese, con la complicità del governo nei suoi tre livelli, hanno avuto il pretesto per iniziare a guardare la zona con altri occhi. Gli scontri si sono intensificati e sono diventate costanti le minacce di sgombero al fine di trasformare quello spazio in un parcheggio, un centro commerciale o qualsiasi altra cosa in grado di generare profitto: tutto, eccetto l’utilizzo da parte degli indigeni.
Dal 2012 il Complesso Maracanã, composto dalla Favela de Metro (che da tre anni continua ad ospitare una decina di famiglie -delle oltre 700- che hanno resistito alle demolizioni e agli sgomberi), dalla scuola municipale Friedenreich (la decima migliore del paese), dallo stadio di atletica Célio de Barros e dal parco acquatico Júlio Delamare, oltre dall’Aldeia Maracanã, riassumono quello che è accaduto (e continua ad accadere) nella città: il processo di privatizzazione e l’autoritarismo imposto alla popolazione mediante violenti sgomberi, distruzione di case e gentrificazione di barrios e di altre aree, da parte della speculazione immobiliare.
Nonostante i progetti di demolizione di questi spazi, pubblicati nell’ottobre 2012 e che prevedevano la cifra assurda di mezzo milione di real, l’Aldeia Maracanã e i residenti di quei luoghi, hanno resistito e sono diventati un simbolo di lotta. Il primo colpo all’occupazione si è verificato il 12 gennaio 2013, quando gli indigeni hanno resistito al tentativo di invasione da parte delle truppe d’assalto della polizia militare di Rio de Janeiro che, illegalmente, hanno cercato di sgomberare l’area. In quell’occasione [le truppe d’assalto] si sono ritirate ma, il 22 marzo, sono tornate.
Facendo uso contro bambini, adulti ed anziani, di bombe a gas, proiettili di gomma e anche di un’arma ad ultrasuoni (utilizzata per la prima volta in Brasile per disperdere una manifestazione) l’edificio con più di 150 anni di storia indigena è stato sgomberato per lasciare il posto a un parcheggio, ideato e costruito come parte dei progetti del consorzio Maracanã, formato dalla Oderbrecht – l’impresa preferita dai politici -, dalla IMX dell’impresario Eike Batista e dalla AEG il gigante dello spettacolo nord-americano, che hanno “vinto” la gara per la ristrutturazione e la gestione dell’area per i prossimi trent’anni.
Quando hanno dovuto lasciare questo spazio, gli indigeni hanno respinto le bugie dello Stato di Rio de Janeiro che prometteva di trasformare il sito in un “museo vivo della cultura indigena”, con data di inaugurazione nel 2015; così come hanno respinto l’offerta di essere ubicati a Jacarepaguá. L’Aldeia Maracanã è stato uno dei primi movimenti ad aver subito violenza e non è stato un caso poiché rappresentava uno spazio politico dove si incontravano diversi movimenti: da qui la rabbia dell’allora governatore Sergio Cabral nel distruggerlo, in quanto spazio di articolazione politica.
Secondo i rapporti del Comitato Popolare per la Coppa del mondo e le Olimpiadi di Rio de Janeiro, fino al mese di giugno 2014 sono state sgomberate 3507 famiglie di 24 comunità (12.275 persone), a causa di lavori legati ai megaeventi sportivifinanziati, per la loro esecuzione, con più di 2 mila milioni di dollari. Nel frattempo altre 4.916 famiglie di 16 comunità rimangono sotto la minaccia di sgombero. A seguito dell’evidenza delle politiche di privatizzazione degli spazi pubblici che nutrono una società elitaria e diseguale con il fine di implementare un grande progetto di riforma urbanistica e di esclusione sociale, a metà del 2013 sono scoppiate le rivolte.
È stato in questo contesto che il 5 agosto 2013 si è concretizzata la rioccupazione dell’Aldeia Maracanã e sono di nuovo iniziate le attività culturali. A settembre, il magistrato del tribunale 7 ha firmato un provvedimento che impediva la demolizione dell’edificio oltre ad attribuire l’uso dell’area agli occupanti indigeni. A seguito di questo, gli interessi imprenditoriali hanno usato la violenza per una nuova azione illegale: hanno impiegato centinaia di poliziotti contro meno di 50 persone, picchiando ed arrestando la metà [degli occupanti] con il fine di liberare l’edificio.
Di fronte all’imminenza dello sgombero e per protestare contro la violenta azione dello Stato, Urutau è salito su un albero di cinque metri dove è rimasto per più di 26 ore. Alla fine una squadra di pompieri è riuscita a tirarlo giù e a trasferirlo al 18° commissariato di polizia. A tutti gli indigeni sono stati contestati i reati di resistenza, disobbedienza e oltraggio: una consuetudine che ha più di cinquecento anni.
Sette giorni dopo Urutau è potuto entrare nei locali per prendere i suoi effetti ed ha potuto così constatare la distruzione dell’Aldeia. Da allora l’edificio è permanentemente occupato dalla polizia che ha isolato l’area con pattuglie e recinzioni.
Mónica riprende il racconto dello sgombero. “Al momento dello sgombero all’interno dell’Aldeia Maracanã abitavano più di 17 etnie, ognuna con diversi rappresentanti. Fino ad oggi l’area continua ad essere abbandonata, hanno sradicato gli alberi, costruito un parcheggio, distrutto il laboratorio delle sementi e hanno riempito di asfalto la maggior parte dell’area. Dalla fine del 2013 abbiamo una sentenza che stabilisce che spetta a noi la gestione di quello spazio, in base alla nostra cultura e alle nostre usanze: chi ha dato attuazione a questa sentenza della magistratura? Finora nessuno. Questo è il permanente stato di eccezione”.
“Il nostro progetto è politico, di formazione pedagogica, che lotta per l’autonomia, per l’autogestione; non vogliamo realizzarlo all’interno dello stato, la nostra è azione diretta. Non siamo interessati ad una contesa con questo potere perché vogliamo creare alternative per il popolo che già sta lottando. I giovani scendono nelle strade, perché lo stesso giovane che vive nella favela sta già lottando per la sua sopravvivenza di fronte alla violenza quotidiana. La lotta nei campi esiste già da molto tempo. Credo che tutto questo si stia velocemente unendo, così come è successo nel giugno 2013. In periodi come questo, di estrema violenza, sembra che il salto di coscienza nasca subito, si deve scegliere da che parte stare, non c’è molto tempo per pensare, però se si guarda alla propria identità, alla propria memoria, a quello che c’è dentro ad ognuno di noi, allora si capisce da che parte stare in questa lotta”.
Territorialità e strategie di lotta
19 aprile 2015. “Il territorio è in voi e voi siete nel territorio” è una delle riflessioni nel contesto della cerimonia per il “giorno dell’indio”, commemorazione del colonizzatore che nella sua dilagante ipocrisia pretende di discolparsi dal fatto dirubare le terre ai loro ancestrali proprietari promulgando un consolatorio giorno “festivo”.
Accanto all’edificio dell’Aldeia Maracanã circondato da pattuglie di polizia, ci sono attivisti che abitano nelle favelas, anarchici, studenti e mezzi di informazione alternativi e che si uniscono, assieme ad altri, alla legittima protesta della lotta indigena nella città. Il rumore di un motore che amplifica la voce, diffonde le richieste di tutti coloro che per secoli sono stati ridotti al silenzio da una presunta civiltà che lucra anche sulla morte. Contemporaneamente il suono del maracá invita a gridare assieme, fa un appello a non dimenticare e a denunciare lo stato assassino che attraverso una simuazione democratica pretende di approvare, tra gli altri, progetti come la Pec 215 (per trasferire dal Funai al corrotto potere legislativo la competenza nel delimitarre le terre indigene, unità di conservazione e quilombolas, eredi delle comunità di schiavi liberi), l’Ordinanza 303 (la quale permette di definire come “natura strategica” i progetti idroelettrici e minerari situati in terre indigene, senza la consultazione dei popoli stessi): progetti e stratagemmi che rappresentano la continuazione del genocidio indigeno anche nel secolo XXI.
Ash Ashaninka, appartenente al popolo che ha lo stesso nome e che tra il Brasile e il Perù non conosce confini, prende la parola ed estende la battaglia a livello nazionale. “Noi siamo contro il Pec 215, vogliamo la fine di questa mafia radicata dentro il Parlamento e che vuole rubare la vita, privatizzare l’acqua e distruggere il suolo, i boschi”. Guardando il suolo che ora è di colore grigio freddo, Ash sbotta: “dove sarà il vostro futuro se tutto verrà asfaltato? dove andremo a procurarci il cibo, da dove verrà l’acqua?” dice riferendosi agli interessi che ci sono dietro a quelli che hanno propugnato le modifiche all’area appartenente all’Aldeia Maracanã: una dimostrazione a livello locale dei progetti che su vasta scala si vogliono realizzare attraverso la spoliazione dei territori ai popoli indigeni. [2]
(….)
Nel frattempo la logica del denaro invade Rio de Janeiro preparando il terreno per un altro dei megaeventi che vendono e impongono una falsa idea di progresso. Mónica conclude le sue riflessioni: “Cosa abbiamo guadagnato con la Coppa del Mondo? Ed ora cosa succederà con le Olimpiadi? Quello che abbiamo guadagnato è stata la repressione da parte dello Stato. Persone che nelle strade hanno lottato in difesa dei diritti sociali,della giustizia, in difesa dell’ambiente; quello che abbiamo ottenuto è stata repressione, prigione e morte perchè lo stato d’eccezione è già presente in molti luoghi; molti dei nostri compagni sono in carcere, altri vivono fuorilegge. Abbiamo 23 imputati, ci sono diversi modi per minacciare gli attivisti, tutti illegali, poichè questo è un modello in cui lo stato di eccezione si manifesta in tanti luoghi e spazi mentre viviamo in una democrazia velata, falsa, che non esiste, perchè quella che viviamo è la dittatura del capitale che sta avanzando”

(*) tratto dall’articolo “La maravillosa dictadura del capital (I). El canto del ave” pubblicato su Subversiones (http://subversiones.org)
Fonte: comune-info.net 

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