La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 22 ottobre 2015

Bologna, che succede?

di Raffaele K. Salinari
Cosa suc­cede a Bolo­gna a pochi mesi dalle ele­zioni dell’anno pros­simo? In realtà nulla di nuovo, bensì l’evoluzione di poli­ti­che che san­ci­scono ren­dite di posi­zione e pri­vi­legi acqui­siti, sep­pure aggior­nate ai tempi e al clima politico.
Lo sgom­bero di Atlan­tide, sede più che decen­nale di gruppi punk e col­let­tivi lgbt, pre­ce­duto e seguito da altri riguar­danti immo­bili occu­pati da fami­glie disa­giate o migranti, foto­grafa bene una situa­zione di cre­scente distacco tra la città bot­te­gaia e insof­fe­rente, sem­pre più dedita allo sfrut­ta­mento inten­sivo delle sue risorse umane, gli stu­denti in primo luogo, e il sot­to­suolo urbano, rap­pre­sen­tato dai senza casa, dagli immi­grati, dai nuovi poveri, che inva­dono e detur­pano il decoro delle strade del cen­tro. A Bolo­gna, ora­mai dagli anni Ottanta, si è disar­ti­co­lata quella ori­gi­na­ria unità tra Civi­tas, Urbs e Polis, che ne faceva un espe­ri­mento avan­zato di inclu­sione e con­vi­venza tra cul­ture anche molto distanti tra loro.
La Civi­tas si è da tempo per­duta nell’incapacità delle ammi­ni­stra­zioni di sini­stra, anche di cen­tro sini­stra, di atti­vare spazi pub­blici real­mente strut­tu­rati per inclu­dere e for­mare alla cit­ta­di­nanza i nuovi arri­vati. Lo sgom­bero di Atlan­tide, ma più ancora delle case occu­pate dalle fami­glie in dif­fi­coltà abi­ta­tiva, in fondo, rileva di que­sta inca­pa­cità di visione che, sotto il man­tello delle lega­lità, oscura in realtà anche la capa­cità di vedere oltre una gestione ragio­nie­ri­stica dell’ordine pub­blico. L’Urbs poi, cioè l’insieme della cit­ta­di­nanza e del ter­ri­to­rio, è stata da tempo scom­po­sta in quar­tieri, comuni metro­po­li­tani e zone delle città che non comu­ni­cano, arroc­cate più sulle dif­fe­renze che su di una comune appar­te­nenza: basta vol­tare un angolo per tro­varsi in una città diversa, un poco come avviene nelle mega­lo­poli di ogni parte del mondo, solo che qui siamo in una città di provincia.
Anche i recenti scan­dali rela­tivi alle lotte di potere tra ammi­ni­stra­tori della cinta metro­po­li­tana e i poteri legati alle spe­cu­la­zioni edi­li­zie sca­vano un solco pro­fondo all’interno di una citta metro­po­li­tana che non decolla nella sua con­net­ti­vità, divisa tra cen­tri e peri­fe­rie. In quanto alla Polis, l’impostazione con la quale alcuni set­tori mag­gio­ri­tari del Pd stanno disa­ni­mando la vita poli­tica, nor­ma­liz­zando le voci dis­si­denti o anta­go­ni­ste, vedi l’ondata di arre­sti domi­ci­liari che si è abbat­tuta su alcuni espo­nenti dei cen­tri sociali, rivela una volontà di spo­sta­mento verso destra le future alleanze poli­ti­che. È stato in que­sto modo che non molti anni or sono fu con­se­gnata la città alle destre, la pros­sima volta forse al Movi­mento Cin­que Stelle o a un ulte­riore avan­za­mento della Lega, già pronti a un bal­lot­tag­gio molto probabile.
È, dun­que, non tanto la vicenda degli sgom­beri come pro­blema di lega­lità, quanto il per­corso poli­tico che ha con­dotto all’epilogo delle dimis­sioni dell’assessore alla cul­tura ed a una dif­fi­cile posi­zione di quella al wel­fare, entrambi non del Pd, che deve essere con­si­de­rata nelle sue impli­ca­zioni, almeno per quanto con­cerne le rela­zioni tra gli ammi­ni­stra­tori e i cit­ta­dini che li espri­mono. Da que­sto la neces­sità di ricreare un fronte ampio ed arti­co­lato, a più voci e sen­si­bi­lità, di tutte le forze poli­ti­che, asso­cia­zioni, movi­menti, sin­goli cit­ta­dini, che vogliono tor­nare a con­tare nelle scelte ammi­ni­stra­tive di una città, un tempo, esem­pio di pas­sione civile, e oggi umi­liata pro­prio dalla stessa incom­pren­sione della sua com­ples­sità da parte dei par­titi già pronti a «ritoc­carne» l’impianto dege­ne­ra­tivo con qual­che aggiu­sta­mento di facciata.
Bolo­gna oggi è res nul­lius, uno spa­zio metro­po­li­tano rela­ti­va­mente ristretto sul quale con­flui­scono, ogni giorno, quasi il tri­plo dei cit­ta­dini resi­denti, un’area medie­vale popo­lata da una massa di city users che, insieme all’Università con i suoi cen­to­mila stu­denti, impon­gono logi­che di governo ben diverse da quelle di una città che ancora spende gli scam­poli della sua repu­ta­zione sto­rica. Dov’è finita, in que­sto con­te­sto, la città di uomini e di donne, di bam­bini e anziani, di nuovi cit­ta­dini di ope­rai e stu­denti, che rap­pre­sen­tava un modello di livello nazio­nale? Quel modello non c’è più per­ché, tra le altre cose, non è più il Comune che lo governa, ma poteri eco­no­mici che, in maniera non tanto sot­ter­ra­nea, hanno zoniz­zato la città e pre­teso, anche otte­nen­dole, zone fran­che, per il traf­fico, gli affari pri­vati, e tutto ciò che oggi riduce Bolo­gna a un immenso non luogo senza sim­bo­liz­za­zione alcuna, cioè senza pos­si­bi­lità di creare legami tra chi, non solo la usa, ma la abita e la condivide.
Da que­sta situa­zione dovrebbe nascere una pro­po­sta uni­ta­ria di rilan­cio dello Spa­zio Pub­blico cit­ta­dino, vera forza della buona poli­tica senza le vir­go­lette, da parte di tutte le forze vive di una città che merita di essere resti­tuita ai suoi legit­timi pro­prie­tari: tutti i bolognesi.

Fonte: il manifesto 

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