di Sergio Bellucci
La percezione immediata è quella di una festa popolare. Famiglie, ragazzi, adulti e adolescenti, curiosi e annoiati. C’è di tutto alla fiera dell’innovazione, degli artigiani digitali o meglio dei costruttori, dei creatori che si avvalgono delle potenzialità “plastiche” delle tecnologie digitali. C’è una sottile differenza che emerge, però, tra l’artigiano e il “creatore”, per come lo intende la cultura “anglo-digitale”. L’artigiano è un “creatore” che rimane all’interno della tradizione degli oggetti tramandati dalla storia umana, dei materiali, delle necessità più o meno quotidiane, della vita “passata”. Per questo, il fascino degli oggetti creati dagli artigiani rimane inalterato e viene tramandato di generazione in generazione. Il creatore dell’era digitale è una sorta di inventore, di sperimentatore. Un sognatore che pensa di cambiare il mondo con la propria idea, con la propria innovazione. L’artigiano è in relazione con le culture e le tradizioni del passato come il creatore è in relazione con quella che verrà. Ma la contrapposizione finisce lì e, anzi, è proprio da questa differenziazione (da superare) che la proposta che andrebbe fatta, proprio nel nostro paese, potrebbe risultare vincente sia in termini di approccio sia in termini di prodotti e servizi di nuova generazione. Ecco uno specifico italiano che potrebbe avere un risultato enorme in termini culturali ed economici: costruire quel ponte tra le culture tecno-scientifiche e quelle tradizionali, popolari. Le prime, infatti, sembrano sempre più essere senza radici, senza linfa “umana”, mentre le seconde rischiano di essere cancellate dai processi velocissimi di cambiamento. Questa è la distanza che andrebbe colmata, questo è uno dei gap che la politica dovrebbe impegnarsi a ridurre se non a risolvere.
Ma un’altra distanza è rappresentata dalla città che ospita l’evento: Roma.
La capitale del nostro paese è stata investita in questi anni da ondate successive di terremoti che ne hanno incrinato la forza interiore. Girando per la città, parlando con le persone, si percepisce una città che si sente lasciata a se stessa, abbandonata. Le dinamiche profonde dei poteri che l’hanno s/governata e che sono divenute di pubblico dominio, hanno rafforzato quella sconsolata consapevolezza che è caratteristica del popolo romano, un popolo che da millenni si confronta con le asperità del potere, che ne subisce i vizi, i lati pubblici e quelli oscuri, un popolo che sembra averne viste tante da aver inoculato nel proprio DNA una sorta di capacità digestiva senza limiti. Ma non senza indignarsi, senza trovare il modo di dire la propria, esattamente come capitava ai tempi “de’ Pasquino”, molto tempo prima dell’invenzione dei social. Qui sembra esserci un’altra Roma. Una città che ritrova la luce di un qualcosa di nuovo, di uno smarcamento dalle sabbie mobili prodotte da caste di relazioni che sembrano immobilizzare ogni cosa, ogni spontaneità, ogni progetto. Roma, come molte città dell’occidente avanzato, è cresciuta intorno alla speculazione edilizia, al ruolo dei famosi “palazzinari”. Questi poteri hanno scelto sempre gli interessi personalistici al bene comune. Per questo è ora di rilanciare uno slogan di Net Left per le nostre città: “Dal Cemento ai Bit”, intendendo uno sviluppo consapevole, decentrato, attento alle relazioni tra le persone e i loro bisogni, capace di riprogettare un tessuto sociale, forme di collaborazione, di autogoverno. Tra qui padiglioni c’erano le persone che iniziano a comprendere che un altro modo di vivere non solo è possibile, ma forse è obbligato.
L’altra distanza che si percepiva, infatti, è la capacità di avere ancora voglia di futuro. La quantità di piccole intraprese fatte da ragazzi e ragazze che, intorno alla loro idea, provano ad immaginare un mondo che funziona in maniera diversa, può stupire solo chi non si occupa quotidianamente di osservare il mondo in trasformazione. Ma c’erano anche molte aziende o intraprese fatte da persone che stanno provando a trasferire le conoscenze di una vita in un progetto innovativo. Uno spaccato interessante per analizzare lo spazio tra quello che accade e quello che ci viene raccontato ogni giorno. Infatti, la distanza tra questo mondo in marcia e la realtà che ci viene trasmessa quotidianamente è enorme. E la politica spicca per la sua “assenza”. Proprio la politica dovrebbe colmare un vuoto che rischia di far precipitare i sogni di cambiamento di questa parte di popolo in marcia all’interno di un abisso di dolore e disperazione. E proprio la bassa qualità della politica è il rischio più grande che abbiamo noi tutti.
Da questa energia occorre ripartire. Per togliere la convinzione diffusa che non sia possibile fare nulla e, a questo stupendo mondo in marcia, far comprendere le implicazioni sociali e politiche di quello che stanno facendo. Per spiegare che la portata di questa rivoluzione, se non accompagnata da una politica capace di indirizzarla verso il bene comune, potrebbe produrre una ulteriore accelerazione nelle diseguaglianze, nelle solitudini tecnologiche, nella perdita di senso della vita. Le novità enormi e stupende che possiamo costruire necessitano di una consapevolezza nuova e più alta del nostro fare quotidiano, delle nostre semplici scelte di tutti i giorni, da come ci vestiamo al cibo che mangiamo, dall’energia che consumiamo a ciò che produciamo o consumiamo. Questo sia come singoli e sia come collettività. Il futuro può tornare ad essere un territorio da calpestare senza il terrore di quello che potrà riservarci a patto che ognuno di noi prenda in mano, consapevolmente, il proprio destino e quello della intera comunità umana. Questa è la politica di cui abbiamo bisogno.
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