di Maurizio Sgroi
Ora si potrebbe pensare che questo universo di calcoli astrusi che chiamano economia sia tutto ciò che ci è toccato in sorte nel triste evo in cui ci siamo trovati a vivere. Si potrebbe credere che, volendone ancora discorrere – e vi confesso che sono stanco d’occuparmi di grandezze statistiche combinate in algoritmi – si sia costretti a misurarsi con una sostanziale immobilità di pensiero, che serve solo ai decisori – chiunque essi siano – a motivare le loro scelte, trasformando le ricette economiche in facili slogan. Si potrebbe benissimo convincersi che c’è ben poco da inventare ancora.
Gli ultimi ottant’anni sembrano aver esaurito qualsiasi possibilità di un autentico dibattere d’economia. Ci troviamo ancora a decidere se venga prima la domanda oppure l’offerta. Se la moneta sia esogena o endogena. Se sia il risparmio a provocare l’investimento o il contrario. Se dobbiamo aumentare l’occupazione spendendo di più o spendendo di meno.
Si tirano fuori cadaveri da cimiteri, sotto forma di economisti defunti da decenni, e si erigono feticci. Si costruiscono polemiche tessute d’economia per motivare pulsioni più o meno intestinali o terribili mal di testa.
Si tirano fuori cadaveri da cimiteri, sotto forma di economisti defunti da decenni, e si erigono feticci. Si costruiscono polemiche tessute d’economia per motivare pulsioni più o meno intestinali o terribili mal di testa.
Nel frattempo l’agire economico è stato sostanzialmente delegato alle banche centrali, da cui sembra dipendere il nostro buonumore. Quello dei mercati, che stappano champagne ogni allentamento monetario. E quello dei governi, che si nascondono dietro le loro banche centrali per sfuggire a quello che dovrebbe essere compito di qualsiasi governo: avere un pensiero economico.
Ma se fosse tutto così, allora, a cosa serve scrivere ancora di economia? A chi non sia un feticista importa poco della polemica fra Keynes e von Hayek. E tantomeno di conoscere l’entità del moltiplicatore fiscale o di quello monetario. Alle persone come me e come voi interessa solo una semplice domanda: cosa ha da rispondere l’economia alla domanda di benessere che arriva dal mondo, sviluppato o meno?
Domanda difficile. Si è tentati di rispondere traversando la via della tecnicalità. Per stare meglio abbassiamo i tassi e sviluppiamo gli investimenti e quindi la domanda e blablabla. Il solito tranello mentale che vede nell’aumento ossessivo della produzione la soluzione a qualunque domanda di benessere. Vizio antico,come abbiamo visto, ma che forse proprio per questo dovremmo avere il buonsenso di mettere in discussione.
Ma se abbandoniamo la tecnica e torniamo per un attimo al semplice discorso, saremmo forse in grado di osservare che l’economia autentica, malgrado la tecnica, l’econometria, le polemiche accademiche, continua ad andare avanti. Scorre come un fiume carsico, ma non riesce a sfociare nel mare della discussione pubblica. Ho letto centinaia di scritti, in questi lunghi anni, e ne ho trovato tracce solo episodiche, confinate facilmente fra le trovate di qualche originale e subito glissate dagli accademici.
Eppure l’economia è chiamata a vivere una meravigliosa metamorfosi che solo pochi, purtroppo, auspicano e alla quale ancor meno partecipano, distratti come sono dagli epifenomeni rilevati dalle statistiche e dalle urgenze di un tempo rapido e doloroso.
E tuttavia questo processo evolutivo segnerà la storia economica del nostro tempo, che è chiamato a sanare conflitti e contraddizioni che gli attuali modelli teorici non sono in grado di risolvere per una semplice questione semantica. Perché a costoro sfugge che bisogna restituire un senso nuovo a parole antiche, visto che i vecchi significati ci hanno condotto alla totale mancanza di significato: l’economia contemporanea è tanto sofisticata quanto totalmente insignificante. Non esprime visioni sociali, ma computo. Perciò dobbiamo uscire dall’economia che conosciamo per trovarne una nuova, i cui frammenti sono sparsi fra le righe del discorso sociale.
Detto ciò, ripensare l’economia è sicuramente un lavoro collettivo che coinvolge ognuno di noi, mentre i politici, se ancora hanno un senso, dovrebbero raccogliere questo lavoro e trasformarlo in una visione compiuta. Trasferire il senso rinnovato delle parole in provvedimenti di legge che sostengono i flussi economici ad essi corrispondenti. Perché ogni parola di economia ha conseguenze economiche che devono essere determinate, codificate e assimilate.
Aspettando che ciò accada, e sperando che finisca con l’accadere, è opportuno per quanto possibile fare opera di testimonianza. Raccontare la metamorfosi dell’economia è il miglior modo per affrettarla. Sta ad ognuno di noi fare la sua parte ricordando che le resistenze peggiori al cambiamento arriveranno da coloro che Galbraith chiamava i sostenitori della mentalità tradizionale. E gli economisti e i cultori della materia, salvo rare eccezioni, sono i primi della lista.
Ricordo come un sogno allucinato il tempo della new economy dei primi 2000, quando pletore di prezzolati vollero convincere il mondo che si era all’alba di un’era dove la rivoluzione tecnologica avrebbe reso del tutto superflui concetti antichi come quello secondo il quale un investimento debba generare un reddito per essere ripagato. Già da allora malato d’economia, seguivo col fiatone le scorrerie plurimilionarie di sedicenti aziende che venivano scoperte, quotate, arricchite e poi svuotate allorquando i finanziatori si ricordavano che non basta una buona stampa per avere successo negli affari. Servono i flussi di cassa, e di quelli solo pochissimi ne videro e comunque largamente insufficienti a soddisfare le aspettative degli investitori.
Poi il mondo scoprì che era tutta una bolla, modo educato per non dire che era una truffa, e che la new economy somigliava alla passione per i tulipani dell’Olanda del XVII secolo: una follia. E per uno che ci ha guadagnato – conosco un tale che è riuscito a comprarsi casa con la plusvalenza realizzata in una settimana mettendo tutti i suoi soldi su non so quale e-company che si andava quotando – milioni ci hanno perso, e ancora piangono.
Sicché capirete con quanta prudenza oggi possiamo usare il termine Nuova economia, che peraltro evoca legioni di fantasmi che attraversano tutto il Novecento. Anzi, non possiamo usarlo. Se lo usassimo evocheremmo, ultima della lista, la straordinaria ubriacatura di quindici anni fa e il senso del discorso ne uscirebbe falsato. Tanto più che non ci serve una nuova economia. Quel che ci occorre è una metamorfosi della vecchia, che ampli le nostra vedute fino a includere ciò che è evidente eppure rimane inosservato. La metamorfosi dell’economia, come ho detto altrove, passa per una sostanziale rielaborazione dei significati delle parole dell’economia non da un loro diversa modalità applicativa.
La prima parola che dobbiamo rielaborare è ricchezza. E non è certo un caso se inizio da questa. Adam Smith, che la vulgata accredita come l’iniziatore accademico della teoria economica, scrisse il suo capolavoro nel 1776 e si intitolava proprio La ricchezza delle nazioni. Perché già da allora – ma in realtà assai da prima – era questo lo scopo dichiarato della ricerca economia: l’accumulazione della ricchezza. Che Smith la riferisse alle nazioni era un lascito culturale dei primi economisti, ad esempio i mercantilisti, che cercavano metodi per rendere potenti le nazioni dove vivevano, potendo così quest’ultime proteggere i traffici dei mercanti con la spada dell’esercito. Ma, mutatis mutandosi, la ricchezza delle nazioni non era poi così diversa da quella cui potevano aspirare gli individui. Bastava seguire le stesse regole.
Prima di Smith, e basta ricordare l’opera di Thomas Mun, mercante inglese del XVII secolo divenuto poi autore di un libro ormai dimenticato (England’s Treasure by Foreign Trade), la ricchezza di una nazione dipendeva essenzialmente dalla quantità di metallo prezioso, oro ma soprattutto argento, che un paese riusciva a cumulare grazie al commercio estero.
La mania per i metalli preziosi crebbe notevolmente una volta che questi cominciarono ad affluire copiosi dal nuovo mondo, determinando una notevole crescita dei prezzi, di cui per primo diede spiegazione Jean Bodin nel celebre (quanto poco letto) libro La risposta ai paradossi di Malestroit. Prima di allora la ricchezza era collegata a quella che Verga chiamerà “la roba”: terre, animali, uomini. I ricchi erano innanzitutto possidenti, e per lo più aristocratici. Neanche la rivoluzione mercantile e bancaria dell’Italia del basso medioevo aveva cambiato questa consuetudine. Bisognerà arrivare alla formazione degli stati nazionali perché la teoria mercantilista allarghi la concezione della ricchezza collegandola esplicitamente al metallo prezioso.
Con Smith l’economia conosce una nuova e determinante evoluzione che dura sostanzialmente fino ai nostri giorni. La ricchezza di una nazione, spiegò Smith, dipendeva essenzialmente dalla sua produzione, derivandosi da essa i redditidella collettività secondo l’equazione che farà più tardi Say con la sua celebre e mai passata di moda legge degli sbocchi. “Il reddito annuale di ogni società – scrive Smith – è sempre esattamente uguale al valore di scambio di tutto il prodotto annuale della sua industria, o meglio si identifica esattamente con il suo valore di scambio. Perciò (..) indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore (..) contribuisce a massimizzare il reddito annuale della società”. E quindi la ricchezza, che perciò dipende principalmente dalla produzione industriale.
Oppure quest’altro passo, preso sempre da libro di Smith: “E’ la grande moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti arti, in conseguenza della divisione del lavoro, a dar luogo in una società ben governata a quell’universale opulenza che si estende fino alle classi sociali più basse”. Qui troviamo già cenno del principio del lavoro come fonte del valore, e quindi della ricchezza, ma in quanto capace di trasformare qualcosa in un prodotto. Ossia ciò che è vera ricchezza.
Smith d’altronde scriveva agli albori della rivoluzione industriale e quindi la sua riflessione non poteva che risentirne, essendo il discorso economico null’altro che una rappresentazione dello spirito del tempo.
Il mito della produzione come fonte della ricchezza, però, dura tuttora, ma solo nella rappresentazione stilizzata della realtà: quella delle statistiche e dal dibattito sociale più o meno sensato.
Al contempo però, in consessi più esclusivi, sta crescendo la consapevolezza che l’origine della ricchezza si stia localizzando altrove. L’eredità della vecchia new economy, a parte i debiti che ha lasciato sul suo cammino, consiste sostanzialmente nell’aver diffuso la comprensione che le nuove tecnologie hanno spostato la capacità di creare ricchezza dalla fabbrica dei beni a quella delle idee.
Oggi la fonte della nuova ricchezza è rappresentata da beni immateriali, come i brevetti, le licenze, il copyright. E il fatto che l’Ocse nell’agosto scorso abbia aggiornato un documento saliente in tal senso (Enquiries into intellectuale property’s economy impact”) mostra che tale consapevolezza sia ormai matura per traslocare pienamente nel pensiero economico applicato, pur se con tutte le difficoltà che la nostra consuetudine deve affrontare per assimilarle. Ciò non può che avere conseguenze determinanti, sia sul versante fiscale che su quello occupazionale.
Ma questa è una storia ancora tutta da raccontare.
Può risultare curioso osservare, nell’epoca in cui in ogni dove si celebra l’importanza della creatività e dell’innovazione, che esista ancora così poca letteratura dedicata al tema dell’impatto della conoscenza sull’economia contemporanea.
L’Ocse, che è uno dei principali protagonisti di queste ricerche fra gli osservatori internazionali, ha solo da pochi anni attivato un gruppo multidisciplinare di studio che vede al lavoro esperti di diversi settori (Consumer Policy, Digital Economy, Science & Technology, Industry and Entrepreneurship, Tax Policy, and Trade) che hanno dato vita a un progetto denominato “New Sources of Growth: Knowledge-based Capital” che ha avuto un recente aggiornamento maturato mentre esplodeva la crisi e ha sollecitato gli esperti a porsi domande sostanziali.
Prima fra tutte: quali possono essere i nuovi driver della crescita?
Prendendo spunto da alcuni lavori precedenti svolti dalla Fed, gli studi Ocse hanno finito con l’identificare una nuova classe di beni capitali, che quindi aggiornano quelli tradizionali (impianti, terra, immobili, eccetera), che sono stati definiti come “knowledge-based capital” (KBC). Ad esempio il design di un prodotto, un software, la proprietà intellettuale che si esprime in licenze, brevetti e il copyright.
Questi nuovi beni capitali condividono una grande difficoltà: è difficile misurarne il valore. E ciò li rende assai poco potabili per le nostre prassi economiche, basate com’è noto sulla misurazione e sul calcolo, anche e soprattutto a fini impositivi.
Ciò nonostante si tratta di asset “strategici per mantenere e costruire la competitività”. Insomma: l’economia della conoscenza, che si basa sul valore delle idee, viene riconosciuta strategica, ma al contempo difficile da incardinare nel sistema corrente dei valori economici. Le idee, come la fiducia, non hanno prezzo. Eppure hanno un valore notevole. Una delle tante imperfezione del mercato.
In un libro recente, La nuova rivoluzione delle macchine, gli autori Erik Brynjlfsson e Andrew McAfee, fotografano bene questa situazione: “C’è un’enorme fetta dell’economia che non compare nei dati ufficiali e non è riportata nemmeno nelle dichiarazioni dei redditi e nei bilanci di quasi tutte le aziende (..) i dollari analogici stanno diventando centesimi digitali (..) ciò porta a economie assai diverse e a speciali problemi di misurazione (..) quando una persona telefona con Skype il gesto che compie potrà anche non spostare un centesimo di pil, ma non è affatto privo di valore (..) costando zero questi servizi sono praticamente invisibili nelle statistiche ufficiali (..) il pil si trova a viaggiare in direzione opposta al nostro vero benessere (..) ogni anno viene immesso un maggiore volume di beni digitali che non hanno prezzo (..) le statistiche ufficiali si stanno facendo sfuggire una quota crescente del vero valore creato dalla nostra economia (..) la produzione nella seconda età delle macchine si basa meno sui macchinari e sulle strutture fisiche e più sulle quattro categorie di asset intangibili: proprietà intellettuale, capitale organizzativo, contenuti generati dagli utenti e capitale umano (..) serve un’innovazione anche nei nostri parametri economici (..) non tutto quello che conta può essere conteggiato, e non tutto quello che può essere conteggiato conta”.
Queste riflessioni non sono isolate. Qualche tempo fa alcuni noti economisti, Stiglitz, Sen e Fitoussi, presentarono un report proprio per analizzare l’evoluzione possibile degli indicatori del benessere sociale, capace cioé di comprendere nel computo della ricchezza valori esterni rispetto a quelli proposti dall’ortodossia economica. Ma è evidente che ci sono notevoli difficoltà. Che sono di natura culturale, prima ancora che tecnica.
Fra i KBC classificati da Ocse spiccano in particolare i diritti di proprietà intellettuali (IP), ormai rilevanti per tutti i settori della produzione, dal farmaceutico all’artistico. Pensate alla guerra fra i produttori di telefoni mobili: un singolo telefono può avere alle spalle fino a 3.000 licenze. E la rivoluzione di Internet, che ha terremotato l’ambito di applicazione delle leggi sul copyright, ha fatto il resto.
Perciò l’Ocse, che intanto è entrata nella fase due del suo progetto, ha deciso di elaborare dei tool e delle analisi per facilitare il riconoscimento e la classificazione dell’IP, visto che “adesso più che mai i policy makers devono sfruttare driver come la creatività e le idee contenute nelle proprietà intellettuale per stimolare la crescita economica e favorire il benessere sociale”.
Insomma, l’idea di ricchezza sta conoscendo la sua ennesima e sofferta trasformazione che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno. Cambiare la definizione di ricchezza, infatti, significa mutare il paradigma economico, ossia il mondo che siamo abituati a conoscere e cambia anche il significato di distribuzione e disuguaglianza. Vuol dire elaborare politiche che servano a stimolare i KBC e soprattutto ci serve a ricordare ciò che sta alla base della ricchezza. Non la terra, l’oro, né la produzione. Ma la persona.
Fonte: The Walking Debt
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