di Robinson Meyer
Sabato, con il colpo di un martelletto, le nazioni del mondo hanno adottato il primo accordo internazionale per limitare le cause del cambiamento climatico antropogenico. Per la prima volta nella storia, più di 150 paesi hanno promesso di ridurre la quantità di anidride carbonica che emettono nell’atmosfera e di aumentare queste riduzioni nel corso del tempo.
Se verrà ratificato, l’accordo comprenderà una fascia di nazioni maggiore di quella che era inclusa in qualsiasi altro patto, che abbraccia non soltanto le ricche nazioni settentrionali che immettono la maggior parte dell’anidride carbonica nell’atmosfera, ma anche gli stati del sud del mondo che si stanno sviluppando rapidamente e le cui emissioni presto faranno sembrare piccole quelle del resto del globo.
Il documento darà anche l’assenso a un obiettivo finale più ambizioso rispetto a qualsiasi altro. Mentre rafforza lo scopo internazionale di mantenere l’aumento delle temperature medie del globo sotto i 2 gradi Celsius, incoraggia una nuova spinta a fissare il tetto del riscaldamento a 1,5 gradi Celsius.
“Se viene adottato, i paesi si sono uniti intorno a un accordo storico che segna una svola nella crisi del clima,” ha detto Jennifer Morgan, che dirige il programma sul clima all’Istituto Mondiale di Ricerca, dopo che è stato annunciato il testo finale.
Per arrivare a questo punto, i gruppi nazionali negozianti, hanno dovuto risolvere molti problemi intricati e complicati fondamentali per la diplomazia internazionale del clima. Ma se voi avete soltanto seguito in qualche modo i colloqui, forse vi interessa di più una domanda posta dalla massima negoziatrice del clima, la venezuelana Claudia Salerno. Durante due ore dell’incontro pubblico più acrimonioso svoltosi durante i colloqui di Parigi, una riunione plenaria di quasi 4 ore avvenuta mercoledì, ha descritto che cosa spera dopo i colloqui.
“Voglio tornare a casa, guardare in faccia le mie figlie, e dire: “Andrà tutto bene,” ha detto agli altri negoziatori. “Starete bene.”
Il Venezuela, produttore di petrolio, non ha una storia climatica senza macchie, e la Salerno ha già in precedenza di prendere in giro durante i colloqui sul clima. Ma, a modo suo poneva il problema più importante che è dietro la nostra crisi che ci agita. E’ stata l’unica domanda che le persone mi hanno fatto quando ho detto di aver coperto i colloqui di Parigi per tutta la settimana:
“Staremo bene?”
La risposta è più complicata di un sì o di un no.
I colloqui di Parigi sembrano un po’ un Carnevale. Ci sono i dimostranti, i membri delle organizzazioni non-profit, le società che cercano di smerciare le loro iniziative di un marchio più verde. C’è la strana raffinatezza del protocollo diplomatico e l’orrore per un mondo rovinato dal tempo metereologico. Negli ultimi giorni dei colloqui, quando a tutte le ore c’erano negoziati conclusi, si potevano vedere dappertutto i partecipanti spaparanzati e sonnecchianti.
E’ uno spettacolo, ma di uno strano tipo: uno spettacolo canonico, storico, per tutto il mondo.
E, in quanto spettacolo, per qualcuno è un’esibizione. I colloqui di Parigi non miravano a tratteggiare un piano onnicomprensivo per salvare il mondo, una volta per tutte. Invece sono stati concepiti come modo di mandare un segnale. I negoziatori sperano che l’accordo di Parigi dirà alle banche e agli investitori del mondo – i baroni del Capitale – e quindi una possibilità storica – che il mondo realmente è sincero su questo argomento di un futuro più verde.
Nella metà dello scorso decennio, è stato impegnato più denaro per l’energia rinnovabile che mai prima, e i prezzi dell’energia solare ed eolica sono diminuiti precipitosamente.
Però, allo scopo di fermare il cambiamento del clima, sarà necessario che si spendano molti altri miliardi. I bilanci per la ricerca e lo sviluppo, sia per i governi che per le società devono diventare quattro volte o sei volte maggiori. Nel frattempo gli investitori devono cancellare gli investimenti in combustibili fossili.
L’accordo di Parigi mira a incoraggiare i grandi reinvestimenti, segnalando la fine imminente del commercio dei combustibili fossili e la fantastica opportunità delle energie rinnovabili. Spera di rivolgersi alle amministrazioni delle aziende del mondo e di dire: continuate così!
Questa è una cosa buona perché in nessun modo le riduzioni delle emissioni che i paesi hanno fatto proprio adesso sono adeguate. I tagli dell’anidride carbonica specificati a Parigi non manterranno il pianeta a 1,5 gradi Celsius di riscaldamento; non lo manterranno neanche a 2. Se si facessero questi tagli e non altri ancora, il mondo nel 2100 si scalderebbe fino 2,7 gradi. E’ meglio del percorso che abbiamo seguito per molto tempo, ma è tuttavia un evento catastrofico.
Tutti lo sanno. Christian Figueres, il massimo negoziatore dell’ONU per il cambiamento del clima e “impresario” di Parigi, all’inizio di quest’anno ha detto al periodico The New Yorker che “Se ognuno verrà a Parigi e avrà un momento di folgorazione – ‘Oh, mio dio, [i tagli fatti dalle nazioni] non ci portano ad avere 2 gradi!’ – taglierò la testa a chiunque pubblichi questo. Infatti ho continuato a dirlo per un anno e mezzo.
La speranza dei colloqui di Parigi è che non importerà il fatto che i futuri progressi tecnologici e gli impegni per le riduzioni ci porteranno al di sotto della linea. Parte del successo dei colloqui è che probabilmente ci saranno tagli futuri, perché, in senso più ampio, i colloqui di Parigi hanno annunciato una nuova era nel modo in cui il mondo – in quanto sistema globale di stati-nazione – gestisce il cambiamento del clima.
Siamo stati bloccati in un vecchio paradigma per lungo tempo. Nel 1992, l’ONU riconobbe ufficialmente i pericoli dell’effetto serra e adottò la Convenzione Quadro sui Cambiamenti del Clima. Ogni anno, fin dal 1994, le parti di quella convenzione si sono incontrate in un posto, hanno chiesto rapporti, hanno elaborato procedure, discusso e litigato e si sono tirati indietro, sono stati capaci di fare molto, tranne una cosa fondamentale: formulare una risoluzione che rallentasse e alla fine fermasse il cambiamento di clima.
Nel 1997 ci hanno provato, a Kyoto, ipotizzando un protocollo che ordinava al mondo ricco di tagliare lentamente nel tempo le sue emissioni. Non ha funzionato: la Cina e l’India, due paesi “inquinatori” che stavano crescendo rapidamente, non hanno mai voluto rispettare il trattato; e quando è stato eletto, George W. Bush disse che neanche gli Stati Uniti lo avrebbero fatto. Hanno riprovato dodici anni dopo a Copenhagen, ma i colloqui sono falliti quasi completamente.
Quindi alla vigilia dei colloqui di Parigi, l’ONU ha chiesto a ogni nazione di preparare il proprio piano di battaglia per il cambiamento del clima. Più di 150 paesi lo hanno fatto, annunciando come praticamente potevano alterare il loro sistema energetico o il regime di uso della terra per ridurre le emissioni di anidride carbonica.
La Cina e gli Stati Uniti si sono impegnati in mesi di attività diplomatica segreta per arrivare a un patto bilaterale sul cambiamento del clima che segnalava che questa volta un vero accordo poteva finalmente emergere. (Per ironia, la Cina ha finito per scegliere un metodo basato sul mercato per la sua politica climatica, mentre gli Stati Uniti aderiscono a un approccio di comando e controllo).
Quando i negoziatori sono arrivati a Parigi due settimane fa – la ventunesima volta che si radunavano fin da quella Convenzione quadro del 1992 – molti hanno detto che si poteva finalmente arrivare a un accordo. Però il testo che intendevano far approvare, conteneva più di 34.000 parole e 1.600 brani messi tra parentesi, il che vuol dire centinaia di locuzioni, frasi, o paragrafi che dovevano ancora essere adattati, o tagliati.
Alla fine della prima settimana, i diplomatici di livello inferiore avevano risolto molti dei problemi facili, ma alcuni dei più spinosi dovevano ancora essere affrontati. Un’agenzia internazionale sarebbe in grado di controllare se le nazioni stavano mantenendo le loro promesse di fare i tagli delle emissioni di anidride carbonica? Gli Stati Uniti e l’Europa hanno impegnato miliardi per aiutare i paesi in via di sviluppo a prepararsi per le tempeste future: anche la Cina e l’India dovrebbero prendervi parte e ognuno dovrebbe assumersi la responsabilità storica dello stato del clima?
Questi sono ora stati preparati con “gesti di denaro” in cambio di “gesti di trasparenza,” come lo descrive in modo memorabile il giornalista Jonathan Katz sul sito di The New Republic. E per molte delle cose sulle quali si è lottato a questa conferenza, specialmente la finanza del clima ( cioè: chi paga chi e che cosa?), si lotterà fino a quando non ci sarà un sistema internazionale per non combattere più.
Ma penso che sia secondario, per la nuova era di diplomazia per il clima che Parigi ha iniziato. L’accordo di Parigi impone un nuovo ciclo, un nuovo calendario di tagli nel futuro. Questo ciclo aiuterà a decidere, in modi grandi e piccoli, come la specie umana affronta una crisi del suo mondo, almeno nel prossimo quarto di secolo.
Ecco quel calendario: nel 2018 le nazioni terranno una “conferenza” facilitativa” per riesaminare alcune delle idee per la riduzione delle emissioni. Se verrà ratificata dal 55% delle nazioni o dalle nazioni che provocano il 55% delle emissioni globali, l’accodo diParigi entrerà in vigore due anni dopo, nel 2020.
Poi, nel 2023, il mondo si incontrerà ancora per un “ inventario globale” dove si suppone che i paesi annunceranno nuovi rinnovati piani di riduzione delle emissioni. In questi eventi i paesi ricchi forse annunceranno ancora altri aiuti monetari per i poveri. E dopo questo, ogni 5 anni, indefinitamente, il mondo si incontrerà ancora per discutere i suoi piani rinnovati per ridurre l’anidride carbonica.
Questi sono due pietre miliari nell’agenda internazionale per il clima: 2018 e 2023. Nel tempo che intercorre tra le due date, ogni tanto le tendenze economiche di investimento e disinvestimento, di consumo di combustibili fossili e di solar printing si agiteranno e fluttueranno, ma la comunità internazionale le osserverà per lo più in quelle due sessioni. (Un osservatore esperto potrebbe notare che in nessuno di quei due anni ci saranno elezioni presidenziali negli Stati Uniti).
In un certo modo, la notizia che infonde maggiore speranza che viene fuori da Parigi – cioè il nuovo obiettivo di 1,5 gradi – è anche la meno realistica. La scienza recente ha indicato che il riscaldamento fino a 2 gradi, che è ancora la linea rossa internazionale dichiarata, potrebbe essere catastrofico perché creerà mega-uragani e forse fermerà la corrente a getto temperata che “annaffia” i terreni coltivati americani ed europei.
Da quella prospettiva, 1,5 gradi sono un obiettivo incoraggiante, ambizioso. Ma è anche che non costa nulla ai negoziatori mentre indica grande serietà morale.
Questo è il fatto: la matematica non funziona. Il 2015 è l’anno più caldo in base alle misure. A causa del ritardo tra il momento in cui l’anidride carbonica entra nell’atmosfera e quello in cui “intrappola il calore”, siamo quasi bloccati già a questi 1,5 gradi di riscaldamento. Molti pensavano che il mondo a Parigi avrebbe abbandonato l’obiettivo dei 2 gradi a causa della sua inattuabilità.
Allo scopo di far slittare l’obiettivo di 1,5 gradi, le emissioni globali devono raggiungere il picco nei prossimi cinque o sei anni. (Quest’anno le emissioni sono rallentate, soprattutto a causa della recessione economica della Cina, ma si ipotizza che aumenteranno di nuovo presto dato che l’India accresce la sua capacità industriale). Il mondo deve smettere completamente di emettere anidride carbonica intorno al 2060. Si può fare?
Ora lo scopriamo. Se il cambiamento del clima vi preoccupa, non pensate soltanto a come votare, ma anche a come spendete la vostra attenzione civica e a come comunicate la vostra preoccupazione a coloro che prendono le decisioni politiche Pensate anche a come sostenere la gente già colpita da tale cambiamento.
Secondo me, il clima è la nostra grande storia. Nessuna altra narrazione avvolge tutta l’umanità allo stesso modo, costringendo a dare risposte sull’etica del cibo, del petrolio, della tecnologia, della sicurezza economica, delle repubbliche democratiche e del command capitalism (un misto di capitalismo e socialismo, per cui è detto anche economia mista o pianificata, n.d.t.), del colonialismo e dei popoli indigeni, di chi che nel mondo è ricco e di chi nel mondo è povero.
Viviamo al centro della storia. Le nazioni litigano ancora per i confini, esibiscono armi di distruzione di massa, e detestano i profughi che vivono in mezzo a loro. Oggi, miracolosamente e inadeguatamente, hanno tentato di interessarsi al loro bene comune.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: The Atlantic
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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