La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 21 ottobre 2015

Berlusconiano fino in fondo

di Andrea Colombo
La mano­vra ancora non c’è. Arri­verà solo oggi. Il Par­la­mento avrebbe dovuto rice­verla cin­que giorni fa: non è per­ve­nuto nulla. Anche sul Colle il testo è atteso con impa­zienza. Nel tardo pome­rig­gio di ieri il governo spe­rava di inviarla al primo cit­ta­dino in not­tata. In com­penso la fidu­cia è già certa o quasi, e il para­dosso dice tutto sul modo di inten­dere i rap­porti tra governo e Par­la­mento di Mat­teo Renzi.
«Pre­sen­te­remo la legge in Par­la­mento domani», annun­cia alla fine il pre­mier su Face­book, dopo una gior­nata di pro­te­ste incro­ciate e fiam­meg­gianti. Poi ribatte alle cri­ti­che mosse alla sua abo­li­zione della Tasi: «E’ vero, è la stessa mano­vra che aveva fatto Ber­lu­sconi. Con due dif­fe­renze: noi non tor­ne­remo indie­tro come lui e non la faremo pagare ai comuni». E difende anche l’innalzamento del tetto del con­tante, smen­tendo così le voci che lo vole­vano pronto a ripen­sarci dopo le cri­ti­che di Can­tone, riprese ieri anche dal pre­si­dente della com­mis­sione Bilan­cio, il dem Fran­ce­sco Boc­cia: «Sul con­tante e sull’abolizione della tassa anche sulle ville io non sono d’accordo».
«Tra Prodi, che aveva fis­sato il tetto a 5000 euro e Monti, che lo aveva por­tato a 1000, noi ci col­lo­chiamo a metà strada. E’ una misura sem­plice, che aiuta a sbloc­care i con­sumi. Non aiuta l’evasione, e non la com­batte», taglia corto il capo. E comun­que, scrive sem­pre Renzi su Fb, «i castelli, a dif­fe­renza di quanto si dice con tono scan­da­liz­zato, paghe­ranno (come per abo­li­zione Ici del 2008). Iro­nia della sorte: furono par­zial­mente esen­tati dai governi suc­ces­sivi, anche di cen­tro­si­ni­stra, per­ché resi­denze sto­ri­che, ma le cate­go­rie cata­stali A1, A8, A9 avranno lo stesso trat­ta­mento della misura del 2008».
Il pre­mier non dimen­tica nep­pure l’attacco dell’M5S sulle 22mila nuove bische, rilan­ciato da Cuperlo che lo aveva defi­nito «inac­cet­ta­bile». «Aspet­tino almeno di leg­gere la legge, poi vediamo se qual­che gril­lino si accorge di aver detto men­zo­gne», ribatte don Mat­teo, dimen­ti­cando che se la legge non è stata ancora letta è solo per­ché lui se la è tenuta nel cas­setto oltre tempo mas­simo. In com­penso già i sena­tori ren­ziani Mira­belli e Mar­cucci ave­vano assi­cu­rato che «non c’è nes­suna nuova licenza. Solo la rimessa a gara delle con­ces­sioni esau­rite e dei cen­tri scom­messe che emer­ge­ranno dal som­merso». Dif­fi­cile dire chi abbia ragione fino a che, igno­rando la legge, il governo non con­se­gna il testo.
Renzi chiude bac­chet­tando il suo par­tito per l’«eccessiva timi­dezza» con cui ha accolto una legge da spel­larsi le mani per gli applausi. In realtà più che di timi­dezza biso­gne­rebbe par­lare di una raf­fica di cri­ti­che.
Le due voci della legge che ten­gono banco sulle prime pagine non sono gli unici ber­sa­gli delle cri­ti­che interne al Pd e secondo l’ex segre­ta­rio della Cgil Epi­fani, non sono nep­pure il peg­gio: «Quel che manca più di tutto è un inter­vento vero per il Mez­zo­giorno. Il Sud si sta deser­ti­fi­cando e non bastano 6–7 miliardi di inve­sti­menti». E Tito Boeri, pre­si­dente dell’Inps, mette sotto accusa gli inter­venti pre­vi­sti sulle pen­sioni: «Sono selet­tivi, par­ziali e creano asim­me­trie di trattamento».
Poi c’è il fronte della mino­ranza pro­pria­mente detta, e da lì si pro­fila uno scon­tro a tutto campo. Nel metodo l’idea della fidu­cia basta e avanza per garan­tire uno scon­tro duris­simo. D’Attorre ha già annun­ciato che non voterà la legge, pronto ad accet­tare le con­se­guenze della sua scelta. Il poli­to­logo e depu­tato Carlo Galli ha pre­pa­rato un docu­mento (già visto dai prin­ci­pali espo­nenti dell’opposizione interna, da Ber­sani a Cuperlo) nel quale viene final­mente posta in maniera espli­cita la domanda chiave: «Il Pd è ancora un par­tito di cen­tro­si­ni­stra?». «Sto riflet­tendo sulla mia per­ma­nenza nel Pd», aggiunge a pesante ulte­riore com­mento lo stesso Galli.
Alla mino­ranza si rivol­gono anche Sel, Lista Tsi­pras e Ste­fano Fas­sina, che ieri hanno tenuto una con­fe­renza stampa per illu­strare le loro duris­sime cri­ti­che alla legge. «E’ con­cen­trata su due que­stioni, l’abolizione della Tasi e l’innalzamento del con­tante, che sono il con­tra­rio del neces­sa­rio», insi­ste Lore­dana De Petris. «E’ una mano­vra rea­ga­niana», rin­ca­rano Fas­sina, Mar­con e Cam­pa­nella della Lista Tsi­pras. La sini­stra non si con­cen­tra solo sui punti più cri­tici ma ne bolla l’intero impianto come reces­sivo e tutto interno alla logica dell’austerità. E «se si dice che la mano­vra viola la Costi­tu­zione, non capi­sco come la mino­ranza del Pd possa non pren­derne atto», con­clude Fassina.
Dall’esterno del palazzo i sin­da­cati pro­met­tono la mobi­li­ta­zione del pub­blico impiego con­tro una legge «che fa pagare il risa­na­mento ai lavo­ra­tori» e annun­ciano una mani­fe­sta­zione uni­ta­ria a breve. Ce n’è a suf­fi­cienza per con­clu­dere che il con­flitto sulla mano­vra, nel Paese, in Par­la­mento e nel par­tito di Renzi, potrebbe rive­larsi più aspro di quello sulla riforma istituzionale.

Fonte: il manifesto 

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