di Nicola Melloni
Due sono gli insegnamenti che possiamo trarre dalle recenti elezioni canadesi.
Per prima cosa, la destra è in netta ritirata, ormai sempre più delegittimata dalle politiche reazionarie di questi ultimi decenni. Dopo quasi 10 anni il Canada si è stancato di Harper, e lo ha fatto in modo fragoroso. I conservatori hanno perso oltre sei punti percentuali ed un terzo dei seggi, molti dei loro leader nazionali non sono stati rieletti.
Era ora: come ben spiegato da Leo Panitch in una recente intervista, Harper aveva spinto la politica canadese verso posizioni aberranti, dal militarismo più esagerato alla restrizione scandalosa dei diritti civili, a cominciare dalla famigerata legge C-51 che limita gravemente la libertà di opinione e di stampa e permette alla polizia degli arresti senza mandato. Il peggio Harper però, lo aveva mostrato per quanto riguarda il tema del cambiamento climatico.
Perfino un panel delle Nazioni Unite – organo solitamente prudente – aveva esplicitamente attaccato Canada e Australia, altro paese dalle forti tinte reazionarie, per la strenua opposizione a qualsiasi accordo mirante a ridurre i gas serra. Durante la sua campagna elettorale Harper era stato chiaro: la lotta all’inquinamento non era una priorità, continuando con lo stucchevole paradigma “più economia verde, meno posti di lavoro”. Il problema di Harper, e di Turnbull in Australia, sono piuttosto i profitti delle industrie estrattive, il settore dominante di quelle economie.
Tale era il disgusto tra la maggioranza dei candesi che il leit motif della campagna elettorale è stato “anyone but Harper”, chiunque ma non Haper, con addirittura un sito dedicato al voto strategico: come votare in ogni collegio per far perdere i conservatori.
Detto, fatto.
La seconda lezione, però, è che non basta sconfiggere la destra. Bisogna cambiare le regole del gioco e non giocare sul terreno imposto da altri. La sinistra dell’NDP aveva la possibilità di farlo. Alle ultime elezioni era divenuto per la prima volta il secondo partito del Canada, sorpassando i liberali e trasformando il sistema politico in tripartito. Pochi mesi fa aveva espugnato la roccaforte conservatrice dell’Alberta, il Texas del Canada. Invece di insistere sul bisogno di una svolta radicale, l’NDP ha scelto di muoversi verso il centro, promettendo tagli di tassi alle imprese e magnificando le virtù del pareggio di bilancio.
Una scelta suicida che non ha pagato. L’NDP ha perso oltre il 10% dell’elettorato ed il 60% dei seggi.
I liberali hanno così potuto approfittare dell’impasse a sinistra, proponendosi come reale alternativa ad Harper e catalizzando dunque su di loro il voto strategico. Le differenze tra NDP e Liberali nono sono tante e questi ultimi sono stati scaltri a sfruttare la situazione. Da una parte la loro tradizionale connotazione di partito del potere – al governo per oltre 70 anni nel XX secolo – ha rassicurato l’elettorato moderato, dall’altra una aggressiva campagna elettorale a sinistra, ad esempio contestando l’austerity e promettendo politiche di carattere keynesiano, ha rubato elettorato e trazione all’NDP.
Si è trattato di un trionfo per Justin Trudeau, figlio di quel Pierre Trudeau già primo ministro per oltre 15 anni tra il 1968 e il 1984. I liberali hanno vinto sulle ali di un massiccio voto di protesta. Ma la strada per un cambiamento reale è ancora drammaticamente lunga.
Fonte: MicroMega online - blog dell'Autore
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