La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 21 ottobre 2015

L’ipotesi Costa getta la destra portoghese nel panico

di Goffredo Adinolfi
Sono pas­sate poco più di due set­ti­mane dalle ele­zioni e lo sce­na­rio poli­tico por­to­ghese non è mai stato così incerto. Sola­mente ieri sono ini­ziate le con­sul­ta­zioni dei par­titi con il pre­si­dente della Repub­blica Aní­bal Cavaco Silva e, forse, domani si saprà chi sarà il pros­simo primo ministro.
Anto­nio Costa, segre­ta­rio del Par­tido Socia­li­sta ha annun­ciato ieri pome­rig­gio il rag­giun­gi­mento di un accordo di legi­sla­tura con il Bloco de Esquerda (Be) e il Par­tido Comu­ni­sta Por­tu­guês (Pcp) per la for­ma­zione di un governo sta­bile. Biso­gna ora vedere quali saranno le deci­sioni del capo dello stato che, in auto­no­mia, potrebbe optare per strade differenti.
Fino a qui la cronaca.
In realtà la discus­sione intorno alla for­ma­zione del nuovo governo ha sca­te­nato un ampio e par­te­ci­pa­tis­simo dibat­tito sul fun­zio­na­mento intrin­seco del sistema poli­tico così come è andato con­fi­gu­ran­dosi dopo il 1976.
L’oggetto del con­ten­dere è tanto sem­plice quanto com­plesso: pos­sono par­titi “anti­si­stema” fare parte di un ese­cu­tivo? Già, il ter­mine anti­si­stema con la caduta del muro di Ber­lino è caduto in disuso, oggi gli si pre­fe­ri­sce quello di popu­li­smo. Entrambi i sostan­tivi indi­cano quei par­titi il cui pro­gramma sarebbe incom­pa­ti­bile con alcuni prin­cipi e valori non neces­sa­ria­mente costi­tu­zio­nali ma con­si­de­rati imprescindibili.
Da un punto di vista costi­tu­zio­nale, come è ovvio, non c’è nes­sun impe­di­mento a che il Be e il Par­tido Comu­ni­sta Por­tu­gês (Pcp) entrino nella “stanza dei bot­toni”. Così come è ovvio che la defi­ni­zione di par­tito anti­si­stema non sia ogget­tiva ma pre­te­stuo­sa­mente poli­tica. Tut­ta­via il fronte dei con­trari ritiene che dai det­tami della costi­tu­zione mate­riale — ovvero di come la carta fon­da­men­tale debba essere inter­pre­tata sulla base del suo fun­zio­na­mento — si evin­ce­reb­bero due cate­go­rie di par­titi: quelli atti a for­mare governi, appar­te­nenti all’“arco costi­tu­zio­nale” e par­titi che non dovreb­bero far parte di nes­suna mag­gio­ranza per­ché, tau­to­lo­gi­ca­mente, non ne hanno mai fatto parte.
Da un punto di vista stret­ta­mente tec­nico com­pete al pre­si­dente della Repub­blica, sen­titi i par­titi e sulla base dei risul­tati elet­to­rali, nomi­nare il primo mini­stro. Tut­ta­via anche su que­sto punto i pareri tra favo­re­voli e con­trari a un fronte delle sini­stre sono discor­danti: la scelta deve rica­dere sul lea­der del par­tito, o della coa­li­zione, che ha vinto le ele­zioni, come si è sem­pre fatto, o basta che sia garan­tita al pre­mier una mag­gio­ranza par­la­men­tare indi­pen­den­te­mente da quali gruppi fac­ciano parte della coalizione?
Ancora: i par­titi sono liberi di fare ciò che riten­gono oppor­tuno oppure devono rispet­tare il “con­tratto” sti­pu­lato con gli elet­tori: delega o procura?
Insomma, così, repen­ti­na­mente, dopo quasi mezzo secolo dalla Rivo­lu­zione dei Garo­fani, in Por­to­gallo si parla non solo di ese­cu­tivi, ma dell’essenza stessa di quella che dovrebbe essere una demo­cra­zia rappresentativa.
Per ripren­dere le dico­to­mie di un dibat­tito ancora più antico: da un lato ci sono gli eli­ti­sti — coloro cioè che in qual­che modo riten­gono che il potere ese­cu­tivo debba essere pro­tetto dai mute­voli umori dell’opinione pub­blica — e dall’altra, i soste­ni­tori del par­la­men­ta­ri­smo, per cui i depu­tati eletti dai cit­ta­dini deb­bono eser­ci­tare la pro­pria fun­zione senza vin­colo di man­dato in rap­pre­sen­tanza della nazione.
In sostanza, men­tre in Ita­lia pre­val­gono le cor­renti che potremmo defi­nire eli­ti­ste, cioè quelle più inclini a favo­rire la supre­ma­zia dell’esecutivo sul par­la­mento, a Lisbona si sta cer­cando di risol­vere la crisi di legit­ti­ma­zione tor­nando a un par­la­men­ta­ri­smo puro.
Non stu­pi­sce quindi che, data l’importanza degli avve­ni­menti, i toni, quanto più ci si avvi­cina il momento in cui Cavaco Silva dovrà effet­tuare una scelta molto deli­cata, si fac­ciano incandescenti.
Manuela Fer­reira Leite, ex lea­der del Par­tido Social Demo­crata (Psd — cen­tro destra) com­menta in que­sto modo l’ipotesi che il Ps possa gui­dare un governo al posto dell’alleanza vin­ci­trice, di misura, delle ele­zioni: «A causa dell’interpretazione che si sta dando dei risul­tati elet­to­rali siamo di fronte a un paese in stato di choc, una grande parte di esso in panico (…). Que­sta inter­pre­ta­zione è asso­lu­ta­mente abu­siva e cor­ri­sponde a un vero colpo di stato» (TVI, 16 otto­bre 2015).

Fonte: il manifesto 

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