La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 18 novembre 2015

L’Europa dopo il 13 novembre

di Mauro Piras
L’esperienza dovrebbe servire ad apprendere, cioè a metterci in contatto con la realtà. Quello che le nostre conoscenze anticipano, nel reale, viene messo alla prova da esperienze che non vi rientrano. Che non possono essere anticipate. L’ordine in cui viviamo è garantito e riprodotto dagli strati di sapere implicito, già accettato, che ci orientano e ci sostengono. Tuttavia, quegli strati sarebbero gabbie rigide e intollerabili se non potessero, almeno in alcune parti, essere modificate. E di solito si modificano sotto l’urto dell’esperienza, del contatto con la realtà che ci ferisce e ci disorienta. Rimette in gioco, a volte distrugge, l’equilibrio di cui viviamo.
Sembra che questo non accada, in questi giorni. Le reazioni agli eventi di Parigi ci hanno precipitato nelle ripetizione dell’identico. Prevedibile, e noioso. Le reazioni più evidenti sono quelle che non meritano neanche di essere citate, se non fosse per la forza che hanno, e che le renderà determinanti. Il loro canone è noto: la nostra civiltà è sotto attacco, i nemici, “loro”, sono non solo i terroristi ma i musulmani, gli immigrati, tutti. Il primo ministro polacco si è affrettato a dirlo: “chiudiamo le frontiere”.
E poi, senza sorpresa, i soliti Salvini, Le Pen, Belpietro ecc. Una variante razionalizzata di questa reazione è quella, proveniente da voci più “intellettuali”, che da tempo ci avvertono sui pericoli dell’Islam europeo: ci colonizzerà, occuperà lo spazio della nostra civiltà, troppo “molle” e priva di identità, troppo individualista, e questa azione di terrorismo è la prova che avevamo ragione. L’occidente ha bisogno di trovare una identità forte. Questo è il discorso che, in Francia, è scisso tra Houellebecq e Finkielkraut: il disincanto del primo e l’appello ai valori del secondo traducono la stessa convinzione, che l’occidente è sotto attacco. Il presupposto è l’identità tra occidente e valori della civiltà, e poi la convinzione che gli occidentali ormai siano moralmente infiacchiti. Un’altra variante razionalizzata è il discorso pubblico dei governanti che certo non attaccano l’Islam e gli immigrati, ma considerando ovvia l’equazione tra democrazia e occidente mobilitano alla difesa della democrazia, cioè dell’occidente.
E poi ci sono le tiritere dell’altro lato. La più ovvia, che sbuca dappertutto: è l’imperialismo occidentale che ha causato tutto questo. Le potenze occidentali portano la guerra in Medio Oriente e poi si scandalizzano se questo ha delle conseguenze? se la guerra arriva a casa loro? Gli Stati Uniti hanno foraggiato prima al Qaeda e poi gli stessi estremisti da cui è nato l’IS, quindi la causa è il loro imperialismo. Il vero male non è il terrorismo, ma il capitalismo globale che, tramite la potenza americana, genera una guerra infinita funzionale alla sua sopravvivenza. Il terrorismo fase suprema del capitalismo. Da questo sfondo rassicurante si alza (poiché non si vedono le vie di una rivoluzione proletaria planetaria) la condanna di qualsiasi guerra, appello che va a confondersi con la posizione puramente morale dei pacifisti. Alla Emergency: la guerra provocherà solo altra guerra. Posizione del tutto corretta, sul piano morale. Ma troppo facilmente confusa con il piano politico.
Meriterebbe poi una discussione a parte un altro discorso che si aggancia a questi, e che circola insistentemente su facebook, ma ha trovato sede anche in qualche grande quotidiano: tutti i morti sono uguali, perché dobbiamo piangere quelli di Parigi? perché non abbiamo pianto, non piangiamo tutti gli altri, quelli causati da altri attentati in altre aree del mondo (l’ultimo attentato in Libano, per esempio), o quelli causati addirittura dalle nostre guerre? Il ricordo e la commemorazione dei morti di Parigi sono ipocriti, perché unilaterali, e quindi vanno rifiutati. Un discorso irritante, in cui l’universalismo si erge a un tale livello di astrattezza da diventare disumano, negando il valore morale dei vincoli di solidarietà, di appartenenza alla stessa comunità e cultura, negando il sentimento di paura e pietà che attraversa chi condivide gli stessi spazi e le stessa abitudini sociali, la stessa storia, esigendo “per dovere” un sentimento che non nasce dal dovere, pensando quindi che la commemorazione di chi ci è vicino è giusta solo se accompagnata dalla commemorazione “obbligatoria” di chi non ci è vicino. Un discorso retorico e vuoto, dal momento che chi lo pronuncia non si regolerà mai su questi principi nella vita quotidiana, ma continuerà a difendere i suoi cari e la sua identità con le unghie e coi denti, contro qualsiasi attacco, e contro le catastrofi della vita. Un discorso fondato su una confusione imbarazzante tra il piano della compassione e della condivisione, e quello della giustizia e della eventuale condanna morale.
Ci sarebbe molto da dire, ma mi limito solo a queste osservazioni frammentarie. Qui mi interessa un’altra cosa. La ripetizione ossessiva di questi discorsi, noti, consumati, copre di una patina opaca la superficie degli eventi. Si fa fatica a leggere le poche analisi dei fatti, e si fa fatica a pensare che ci vorrà tempo per capire. L’effetto è un ottundimento della coscienza, che si chiude nelle sue gabbie rassicuranti. L’accesso all’esperienza è precluso. Sono avvenuti dei fatti che le coscienze, la maggior parte almeno, collocano dentro un sapere già noto: tutti avevano già capito, e ci fanno la predica.
Invece qualcosa di diverso è successo. Altrimenti non saremmo così disorientati. La verità dietro questi discorsi che si ripetono è che siamo disorientati: l’eventualità della guerra, concreta per la prima volta, per gli europei, dal 1945, mette paura e rende incerti. Allora forse è meglio iniziare a pensare che nessuno di quei discorsi vale più, e cercare di costruire nuovi quadri di riferimento, partendo da qualche aspetto particolare, qua e là.
La prima cosa è che a Parigi è stata condotta un’azione di guerra, per quanto isolata. Non si è trattato del consueto attacco kamikaze, in cui l’attentatore si fa saltare immediatamente. Gli attentatori hanno sparato sulla folla, si sono spostati nella città e hanno combattuto, anche. Hanno creato una situazione di guerra, circoscritta. Ma soprattutto, la novità è il soggetto di questi attentati. Al Qaeda era una organizzazione senza territorio, una internazionale del terrore che agiva senza avere una base territoriale riconosciuta, un proprio “spazio sovrano”. E con il tempo era diventata un marchio: gruppi terroristici si muovevano nel mondo utilizzando il suo nome, legittimandosi con il richiamo ad essa, ma muovendosi di fatto in modo autonomo. L’IS invece si presenta in modo tradizionale fin dal nome. Vive nel nome il paradosso di essere un soggetto antioccidentale che si fa definire con un concetto, “stato”, carico di storia occidentale. Lo stato è un potere che esercita una sovranità su un territorio. E l’IS ha voluto questo: dare un territorio statale al terrorismo islamico. Il suo successo in quei territori deriva dal fatto che sta offrendo alle popolazioni locali proprio quello che lo stato deve offrire: protezione contro obbedienza.
Ma allora, questa idea tradizionale di stato è, paradossalmente, la novità: il soggetto che ha attaccato la Francia è uno stato, per quanto non riconosciuto e attaccato da una coalizione internazionale proprio perché vuole diventare stato. Se le cose stanno così, siamo nella logica della guerra in termini più diretti ed espliciti rispetto al dopo 11 settembre. Uno stato attaccato da uno stato ha il diritto di difendersi, si potrebbe dire. La guerra difensiva non esce dal recinto della legittimazione democratica. Questo è il primo elemento che può sembrare razionale, ma crea disorientamento e paura. Se si segue la china di questa logica, la Francia è in guerra, come dice Hollande, e non ci sono vie d’uscita. E l’Europa rischia di trovarsi nella stessa situazione, perché la minaccia dell’IS si rivolge a diversi stati europei, all’Europa stessa.
Bisogna approfondire ancora la logica della sovranità. Lo stato francese non può permettersi di non garantire la sicurezza ai suoi cittadini, e questo lo porta a considerare legittima la reazione bellica. Se questa è la ragione, potrebbe valere anche per gli altri stati europei. Il rischio che si ripetano azioni del genere non può essere accettato dagli stati, che hanno la loro ragion d’essere nella sicurezza che garantiscono ai loro cittadini. È qui che si vede la gravità di quello che accade: gli stati europei rischiano di doversi confrontare con l’eventualità della guerra.
A questo punto emerge il secondo aspetto su cui bisogna riflettere: l’inesistenza dell’Europa. La reazione del primo ministro polacco subito dopo gli attentati, quell’appello a chiudere le frontiere, è il segno della situazione dell’Europa. L’Unione europea ha dimostrato di non esistere durante la crisi del debito greco, e in tutta la lunga crisi dei rifugiati. Venerdì mattina ancora i giornali erano pieni delle analisi sulla lentezza dell’applicazione degli accordi per la redistribuzione dei rifugiati in Europa. La disintegrazione della solidarietà europea in nazionalismi contrapposti mostra tutta la sua debolezza di fronte a quest’altra crisi, la più grave: il pericolo terroristico. L’IS cercherà di muoversi liberamente sul territorio europeo. Colpisce come uno stato, e allo stesso tempo come un’organizzazione terroristica, ma non colpisce un solo stato. Tutto, negli eventi recenti, su tutti i fronti, ha mostrato ai governi europei che la logica dei piccoli stati nazionali è fallimentare: non garantisce né sicurezza né benessere economico, di fronte a minacce globali e a sistemi economici globali ormai resisi autonomi dagli stati. Ma la vischiosità degli stati nazionali ha impedito di fare il passo verso un vero potere europeo. E ora ci troviamo di fronte a questo paradosso: solo gli stati sovrani possono garantire la sicurezza a fronte degli attacchi terroristici, ma non ne sono all’altezza, perché questi minacciano l’Europa intera. Non avere attrezzato l’Europa al di sopra degli stati, per questo, rischia di farci correre gravi pericoli.
E la questione della guerra non troverà la soluzione giusta, in questo quadro. La Francia aggredisce e non può evitare di farlo. Ma questo potrebbe portare a un rafforzamento dell’IS, aumentando i volontari che ingrosseranno le sue fila, perché manca una strategia generale e coordinata, e una visione della guerra che si vuole fare e degli obbiettivi che si vogliono realizzare. E soprattutto, manca una visione degli obbiettivi politici da raggiungere. A cosa serve distruggere l’IS se poi, come dopo la morte di Bin Laden, il pericolo terrorista può sempre rinascere? Bisognerebbe eliminare le radici del fenomeno. Ora, queste radici sicuramente sono molte e complesse, anche interne alla crisi di identità della cultura islamica nel suo rapporto con la modernità. Tuttavia, una cosa circoscritta l’abbiamo imparata, forse: in Medio Oriente il terrorismo islamico si è rafforzato ogni volta che la sovranità statale è collassata. Prima in Iraq, poi in Siria. E non solo in Medio Oriente: anche in Libia, è evidente. L’errore più grave degli interventi militari occidentali è stato quello di distruggere degli stati senza pensare a crearne altri, a garantire la transizione politica. Andrebbe ripensata la riflessione di Walzer dopo la guerra in Iraq: non bastano lo jus ad bellum e lo jus in bello, serve anche uno jus post bellum, prima di decidere una guerra. Bisogna cioè chiedersi se si è capaci di garantire l’ordine dopo la guerra, nei territori in cui si è combattuto. Se non è possibile, una tale guerra non solo è ingiusta, perché sicuramente peggiora la situazione della popolazione, ma è anche inutile, come abbiamo visto. Finché non si riusciranno a garantire delle sovranità stabili, in Medio Oriente, queste guerre saranno del tutto inutili, il terrorismo continuerà a fiorire. Ed è per questo che i veri vincitori, a fronte delle esitanti e impulsive piccole nazioni europee, e delle potenza dimezzata americana, rischiano di essere la Russia e l’Iran.

Fonte: Le parole e le cose

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