di Simone Moricca
Nell’autunno 2011, sull’onda delle primavere arabe che tanto avevano acceso le coscienze dell’Occidente – o perlomeno di quelle che si ritenevano, a ragione o a torto, migliori dei propri governanti – i riflettori si accendevano anche sulle piazze e sui luoghi simbolo dell’Europa e degli Stati Uniti: a metà settembre, infatti, si sviluppava nello Zuccotti Park di New York il primo grande Occupy: #OccupyWallStreet, che è stato il nuovo volano delle proteste anticonsumismo e ambientaliste, sorto simbolicamente nel cuore del distretto finanziario più famoso al mondo, a un centinaio di metri dal New York Stock Exchange, per protestare contro le ineguaglianze sociali ed economiche.
Lo slogan più famoso, “We are 99%”, simboleggiava il fatto che negli USA il 24% della ricchezza era detenuto dall’1% più ricco della popolazione, proprio come all’alba della Grande Depressione del 1929.
Ispirati dall’esperienza delle acampadasmadrilene e barcelloniane, anche a Manhattan gli organizzatori si sistemarono in tende nel parco.
Occupy, infatti, ha origini nelle proteste spagnole del 15 maggio degli Indignados, e prima ancora dalle proteste studentesche del 2010 a Los Angeles contro l’aumento delle rette, i tagli al budget dell’educazione e quanto può essere riassunto alla voce “danni al diritto allo studio”.
Il movimento degli Indignados, però, era molto più politicizzato: contestava il modello bipartitico PP-PSOE in Spagna e la diffusa corruzione percepita, oltre a lottare per alcuni diritti a rischio come casa, lavoro, cultura, sanità e istruzione. Con la piattaforma ¡Democracía Real Ya! scesero in piazza oltre 200 associazioni organizzatesi in appena tre mesi, cometestimonia il quotidiano iberico El País, e questa è un’altra fondamentale differenza rispetto al movimento statunitense: una protesta radicata nei ceti popolari e nei NEET (i ragazzi che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro), sorta dal basso e non calata dall’alto di associazioni facilmente etichettabili come radical-chic, popolari nei salotti liberal della borghesia americana così come italiana e francese – certe trasmissioni televisive “lefty” lo confermano.
«Tutto ciò era nell’aria, ma si è preferito non vederlo, e perciò è via via cresciuto» – sosteneva la giornalista Rosa María Artal – «È terribile che la società si organizzi per conto proprio e non voglia avere l’egida né dei partiti né dei sindacati. Le reti sociali sono state i collettori di un movimento civile». E che movimento civile, sarebbe da dire: dal 15-M degli Indignados è poi nato un partito che ha travolto gli schemi classici spagnoli, quel Podemos cui poi la sinistra italiana, in cerca di identità e di modelli (prima Tsipras, poi Iglesias, ora Corbyn), ha cercato di rifarsi copiandone nome e simbolo nel “Possibile” di Civati, e che era anche stato accostato erroneamente al Movimento 5 Stelle.
Oggi, in America, l’esperienza degli Occupy è conclusa e sepolta, come testimonia il sito rimasto a simulacro dei tempi che furono: si pubblicizzano libri che celebrano, analizzano e più in generale pontificano sul fallimento di Occupy Wall Street, e non è irrazionale notare ilcontrasto tra gli iniziali propositi anticonsumisti ed i prodotti editoriali che diventano merce di consumo per le masse liberal, al fine di convincerle che no, in realtà non è stato un fallimento che non ha portato ad alcun risultato o miglioramento. Sì, c’è ancora qualche “attivista da tastiera” a rendere le board del forum più vivide del sito, ma non è il caso di illudersi.
Come dimenticare, poi, gli eventi violenti di Roma in occasione del 15-O nel 2011, giornata mondiale degli Indignati che poteva portare alla nascita di un grande movimento popolare, e che invece tagliò le gambe ad un qualcosa “di sinistra”, favorendo poi la lenta ascesa del Movimento 5 Stelle stesso?
Ecco, in conclusione, le tre eredità degli Occupy al mondo: Podemos in Spagna, il nulla negli USA e la rassegnazione in Italia.
Fonte: liberopensiero.eu
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