di Tom Engelhardt
Onestamente, non so se inveire o piangere, entrambi non sono impulsi usuali per me. Subito dopo il massacro di Parigi, sento l’urgenza di scrivere una di queste due frasi: Parigi ha cambiato tutto; Parigi non cambia nulla. Ognuna è, a suo modo, indubbiamente vera. Ed ecco una terza frase: questo non può finire bene.
A parte la mia città natale, New York, Parigi è forse la città dove mi sono sentito più a mio agio. Non sono mai stato a Baghdad (dove eventi terroristici dello Stato Islamico in stile Parigi sono relativamente comuni), o a Beirut dove sono appena cominciati, ad Aleppo della Siria (grazie, Bashar al-Assad della fama di terrore dei barili bomba), o a Mumbai (che ha sperimentato una prima versione di un tale attacco terrorista ), o a Sana’a, la capitale dello Yemen, ora in parte distrutta dall’aviazione militare saudita appoggiata dagli Stati Uniti, o a Kabul, dove gli attacchi dei talebani ai ristoranti sono diventati la norma, o nella capitale della Turchia, Ankara dove gli attentatori suicidi dello stato islamico hanno di recente ucciso 97 dimostranti a una dimostrazione pacifista. Invece ho passato del tempo a Parigi. E così, come è avvenuto nella mia città in fiamme e fumo acre, l’11 settembre 2001, sento una particolare repulsione per gli atti barbari del massacro civile eseguito da tre gruppi suicidi bene addestrati, bene organizzati, bene armati, evidentemente organizzatisi come forza di primo attacco provenienti dall’inferno dello Stato Islamico (IS) in Siria e in Iraq.
Gli attacchi di Parigi non dovrebbero, tuttavia, essere considerati principalmente come atti di vendetta da parte di un gruppo chiaramente stravolto, anche se si dice che uno degli assassini abbia urlato : “Avete ucciso i nostri fratelli in Siria e ora siamo qui.” Erano, invece, chiaramente, azioni di provocazione calcolata intesa a rimodellare il nostro mondo in modi biechi. Ancora peggio, la loro efficacia era pre-garantita perché, come è stato vero fin dall’11 settembre, i capi di questi gruppi terroristici, a cominciare da Osama bin Laden, hanno afferrato le dinamiche del nostro mondo, di ciò che ci fa andare avanti e specialmente quello che ci spinge a fare i nostri propri atti barbarici, molto meglio di quanto le abbiano afferrate i nostri capi, i nostri eserciti, o i nostri stati di sicurezza nazionale (o, se è per questo, loro stessi).
Qui, in poche parole, c’è quello che Bin Laden ha compreso prima dell’11 settembre: con modesti milioni di dollari e un numero relativamente piccolo di seguaci, lui e il suo movimento non potevano sperare di creare il mondo dei loro fervidi sogni. Se, tuttavia poteva indurre la “unica superpotenza “del pianeta a entrare nel suo universo, prima in quello militare, cambierebbe tutto e questa farebbe il suo lavoro al posto suo. E in effetti ( vedere: invasione dell’Afghanistan, invasione dell’Iraq) un’operazione per una cifra stimata tra i 400.000 e i 500.000 dollari, usando 19 devoti seguaci (per lo più sauditi) armati soltanto di tagliacarte, hanno fatto proprio questo.
E non si è mai fermato da allora perché, proprio come aveva sognato bin Laden, Washington ha contribuito ad liberare al-Qaida e il gruppo succedutogli dai vincoli di un mondo più organizzato e più controllato. In questi 14 scorsi anni di guerre e di conflitti falliti di ogni tipo, il potere militare americano, aiutato e favorito dai sauditi, dai britannici, dai francesi, e da altri paesi caso per caso, hanno fondamentalmente spaccato il Grande Medio Oriente *. Ha contribuito a creare cinque stati falliti (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen), mondi dove i gruppi terroristici prosperano e nel caos di questi potrebbero attrarre ancora più reclute.
Cancellare le zone grigie
Pensate che lo Stato Islamico e i vari gruppi di al-Qaida abbiano sviluppato (per rubare un termine al commentatore John Feffer) delle strategie per frammentare le terre). Per continuare a crescere hanno bisogno degli Stati Uniti e dei loro alleati perché diano loro una mano eternamente distruttiva per distruggere ulteriormente il mondo attorno a loro. E quindi, come replica agli attacchi di Parigi, la dichiarazione del presidente francese François Hollande che “condurremo una guerra che sarà spietata” era proprio quella che il dottor terrore ordinava, come lo era la crescente pressione di Washington per una “grossa risposta militare” agli attacchi di Parigi.
Di fatto, i primi attacchi aerei francesi per rappresaglia contro la capitale siriana dell’IS, Raqqa, sono stati lanciati entro due giorni dalla strage.
Tutto questo è come manna dal cielo per lo Stato Islamico, più si è “spietati” e meglio è. Dopo tutto, lo scopo del gruppo, come scrivono sulla loro rivista e online, è “l’estinzione della zona grigia” nel nostro mondo. In altre parole, essi cercano l’accentuazione delle distinzioni ovunque, il che significa aprire abissi dove una volta esistevano la complessità e l’interazione. Il loro sogno è di vivere in un mondo nero e bianco di totale chiarezza (e calamità) religiosa e politica, mentre ci si impegna in quello che gli opinionisti americani amano chiamare uno “scontro di civiltà.” E – che gioia per lo Stato Islamico! – i candidati Repubblicani alla presidenza stanno già replicando agli attacchi di Parigi, come ha fatto Marco Rubio (senatore della Florida, n.d.t.), prevedendo proprio un tale “conflitto di civiltà con l’Islam radicale.” Come ha detto: “Questo non è un conflitto basato sulle lagnanze. Questo è uno scontro di civiltà…E o vincono loro o vinciamo noi.” Jeb Bush ha risposto in maniera simile: “Questo è un tentativo organizzato di distruggere la civiltà occidentale e noi dobbiamo essere al comando riguardo a questo.” La risposta, naturalmente, è “guerra”. Vari candidati Repubblicani stanno anche chiedendo di accettare soltanto siriani Cristiani come rifugiati qui. Non si può essere neri e bianchi di così.
Nel contesto europeo, e avendo in mente la distruzione di quelle “zone grigie”, gli attacchi di Parigi dovrebbero anche essere considerati la prima iniziativa dello Stato Islamico nella politica della campagna presidenziale francese del 2017. Pensate a quelle uccisioni in massa come a un sincero appoggio alla candidata estremista Marine Le Pen i cui numeri nei sondaggi erano in aumento anche prima degli attacchi, e al suo Partito Fronte Nazionale anti-musulmano e anti immigrati. In effetti è ora il candidato prescelto dell’IS, quello che è più probabile persegua la creazione di zone grigie. Preparandosi a questo, naturalmente potrà soltanto crescere sulla vasta e sempre più isolata popolazione musulmana della Francia.
E’ garantito che questi attacchi aggiungeranno altro vento nelle vele già gonfie dei partiti di estrema destra in tutta Europa. Non dovrebbe essere stata, quindi, una sorpresa, che, per esempio, subito dopo gli attacchi di Parigi, Konrad Szymanski, ministro per gli Affari Europei del nuovo governo di estrema destra della Polonia, quasi istantaneamente abbia dichiarato che è improbabile che il suo paese rispetti le quote di recente negoziate dall’UE per accettare i profughi dal Grande Medio Oriente. E vedremo altre situazioni del genere nel mondo post-Parigi. Con l’aiuto dell’IS e di altri gruppi jihadisti, l’eliminazione di tali aree grigie in Europa potrebbe, alla fine contribuire a spaccare l’Unione Europea, spingendo contemporaneamente i musulmani della Francia in una situazione ancora peggiore, il che, naturalmente vorrebbe dire un numero maggiore di reclute per i gruppi come lo Stato Islamico.
In altre parole, dal punto di vista dell’IS, gli attacchi di Parigi ed altre azioni analoghe rappresentano un potenziale corno dell’abbondanza. Sfortunatamente non è l’unica organizzazione che raccoglierà questi benefici –e non mi riferisco soltanto ad altre strutture jihadiste. Questi atti sono, in un certo modo, analogamente utili nel mondo occidentale. Pensate a questo come a un tacito accordo tra due “civiltà” infernali.
Considerate gli Stati Uniti, un paese dove, negli anni dopo l’11 settembre, il pericolo di essere attaccati da un terrorista islamico poteva essere inserita da qualche parte tra essere “colpito” dal vostro cane e l’essere colpito da un bimbo che abbia trovato un’arma carica e sbloccata nella vostra casa, borsa o macchina. Tra i molti pericoli della vita americana che vanno dall’incidente stradale al suicidio, dalle malattie causate dal batterio Escherichia coli, alle inondazioni, alle ferite da infrastrutture che crollano, alle uccisioni di massa fatte da lupi solitari non-islamici, il terrorismo islamico resta sul fondo del barile insieme ad altri avvenimenti spaventosi ma rari come gli attacchi dei squali. Tuttavia lo stato di sicurezza nazionale americano è stato essenzialmente costruito e finanziato per proteggere da qual pericolo soltanto.
Per dirla in un altro modo, i funzionari dello stato di sicurezza non hanno dubbi sulla preminenza della “minaccia” terrorista che li ha, cosa non così sorprendente, lasciati stranamente dipendenti dallo Stato islamico e da altre organizzazioni simili, per perpetuare il loro modo di vita, le loro opportunità di carriera, i loro poteri crescenti, e la loro relativa libertà di violare diritti elementari e anche per quella coperta di segretezza confortabilmente onnicomprensiva che avvolge le loro attività. Notate che, come nel caso di così tanti altri sviluppi nel nostro mondo che li hanno colti di sorpresa, i funzionari che gestiscono la nostra vasta rete di sorveglianza e i ranghi sconvolgenti di agenti dell’intelligence e di analisti, apparentemente non avevano un indizio sul complotto dell’IS contro Parigi (anche se i funzionari dei servizi segreti almeno in un altro paese l’hanno avuto). Cionondimeno, se essi vedono davvero arrivare vere minacce o no, hanno bisogno di allarmi e incubi tipo Parigi, proprio come hanno bisogno di “complotti” locali, anche di quelli semi-progettati dagli informatori dell’FBI o creati online da idioti solitari, non da lupi solitari. Altrimenti, perché i media continuerebbero a blaterale sul terrorismo, oppure, perché i candidati alla presidenza continuerebbero a canticchiare il motivo del terrore e come, allora, rimarrebbero ragionevolmente alti i livelli di panico riguardo a questo argomento, quando tanti altri pericoli sono più incalzanti nella vita americana?
Il rapporto tra il governo ombra di Washington, sempre più potente e i terroristi islamici del nostro pianeta è sia reciprocamente rinforzante che incestuosa in modo inquietante. Entrambi, naturalmente vengono fuori come vincitori quando le zone grigie iniziano a scomparire. Dopo tutto, quando viene colpita Parigi le agenzie di applicazione della legge negli Stati Uniti aumentano immediatamente i loro “livelli di allerta”; il direttore della CIA resiste con forza all’invadente spionaggio governativo e alle restrizioni minimaliste alla sorveglianza elettronica introdotta in anni recenti; l’FBI aumenta “la sua sorveglianza degli americani indagati per probabili legami con lo Stato Islamico”; e tra le altre cose, vengono inviate molte più pattuglie della polizia nelle città più importanti, mentre l’applicazione della legge locale per la “vigilanza” aumenta anche in luoghi come le Cascate del Niagara e New York. A Los Angeles, dopo gli attacchi di Parigi, pattuglie extra di polizia sono state normalmente inviate nei ‘siti critici’ e il dipartimento di polizia della città monitorava la situazione in corso, anche se si dice che non si era saputo di alcuna minaccia.
La mancanza di minacce ovvie, naturalmente non c’entra nulla quando la “sicurezza” americana è a rischio! Nel frattempo, si sta preparando bene la strada verso un mondo più blindato, riservato, con maggiore invadenza governativa e meno democratico.
Una danza di morte
Pensate a questa come a una specie di danza macabra globale in cui gli attacchi dell’IS – otto tizi devoti, alcuni forse addestrati al combattimento in Siria o in Iraq
con i fucili AK-47, i giubbotti riempiti di esplosivi per suicidarsi, e macchine noleggiate – spargono morte, caos, panico e allarme nel nostro mondo, a un costo pari quasi a zero. Come replica, Washington e i suoi alleati si impegnano in una versione della stessa strategia ma con un grosso bilancio comprendente campagne aeree intensificate che, naturalmente, finiranno per eliminare obiettivi e infrastrutture civili.
Pensate a quello che fanno le forze armate statunitensi quando partono per distruggere quelle zone grigie come alla Strategia di Kobane o di Sinjar. Kobane era una città in gran parte curda al confine con la Turchia che i militanti dell’IS avevano assediato e conquistato parzialmente nel 2014. Sono stati respinti all’inizio di quest’anno dalla stessa combinazione di forze che di recente si è ripresa la città di Sinjar nell’Iraq settentrionale: combattenti curdi e aerei da guerra americani. Quando sono stati entrambe riconquistati, le bombe americane, gli ordigni esplosivi improvvisati (IED – Improvised Explosive Device) e la case disseminate di trappole esplosive avevano assicurato che quelle città sarebbero state in gran parte ruderi inabitabili, disseminate di cadaveri e di scheletri degli edifici.
Analogamente, i piani degli Stati Uniti per intensificare il bombardamento delle aree petrolifere che sono sotto il controllo dello Stato Islamico (per tagliare loro la fornitura di finanziamenti) riflettono una strategia che, qualunque siano i suoi successi immediati, è garantito che distruggerà le infrastrutture della regione. Questo contribuirà ad assicurare, indipendentemente da ciò che accade allo Stato Islamico, la “Siria” o qualsiasi struttura statale come la loro, che non ci sarà più. Tali atti di distruzione, in gran parte eseguiti dall’alto, sono avvenuto in tutto il Grande Medio Oriente fin dal 2001. Dalla Libia alla Siria, dall’Iraq allo Yemen, la strategia di Sinjar ha chiaramente fatto poco per procurare successi agli Stati Uniti e ai loro alleati nelle loro varie guerre. Ha, tuttavia, contribuito a creare una zona di stati falliti e sempre più fragili. Ha lasciato senza radici popolazione che fanno una vita che li ha ridotti come scheletri in terre oppresse dalla persecuzioni che sono anche terreno di caccia per gli estremisti di ogni tipo. Considerate questo il mondo del sogno di Osam bin Lade e di Abu Bakt al-Baghdadi e consideratelo anche il terrendo di coltura di altri incubi ancora più estremi della nostra epoca. Davvero una danza di morte.
Intanto ho a malapena inveito e non ho ancora pianto.
Semmai, arrivando alla fine di questo pezzo, mi sento depresso. Il futuro non dovrebbe essere così facile da vedere o così ripetitivamente prevedibile. Ed è terribile sapere che, mentre le zone grigie del nostro pianeta continuano a scomparire e si diffondono i mondi distrutti, il ritmo di quella danza di morte e di distruzione reciproca ha tutte le possibilità di accelerare, mentre la “musica” diventa soltanto più forte.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Originale: TomDispatch.com
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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