La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 8 dicembre 2015

Joseph Stiglitz: quando la disuguaglianza uccide

di Joseph Stiglitz 
Questa settimana, Angus Deaton riceverà il Premio Nobel per l’Economia “per i suoi studi su consumi, povertà, e welfare”. Meritatamente. Infatti, subito dopo l’annuncio del premio, nel mese di ottobre, Deaton, con Ann Case, ha pubblicato un lavoro sorprendente nella rivista Proceedings of the National Academy of Sciences – una ricerca rilevante almeno quanto la cerimonia del Nobel.
Analizzando un enorme quantità di dati su salute e mortalità tra gli Americani, Case e Deaton hanno dimostrato il declinare della speranza di vita e salute per gli Americani bianchi di mezza età, soprattutto quelli con una formazione di scuola secondaria o anche inferiore. Tra le cause c’erano suicidio, droga, e alcolismo.
L’America è orgogliosa di essere uno dei paesi più prosperi del mondo, e può vantare il fatto che di recente in tutti gli anni, tranne che nel solo 2009, il PIL pro capite è cresciuto.
E un segno di prosperità si suppone significhi buona salute e longevità. Ma, sebbene per l’assistenza sanitaria gli Stati Uniti spendano pro capite più di quasi tutti gli altri paesi (e di più in percentuale del PIL), restano lontani dal top delle classifiche mondiali riguardo alla speranza di vita. La Francia, ad esempio, spende meno del 12% del suo PIL per l’assistenza medica, rispetto al 17% degli Stati Uniti. Eppure gli Americani hanno una aspettativa di vita inferiore di tre anni rispetto a quella dei Francesi.
Per anni, molti Americani hanno trovato una spiegazione per questo gap. Gli Stati Uniti sono una società maggiormente eterogenea, sostenevano, e il divario presumibilmente riflette l’enorme differenza di aspettativa di vita media tra Afroamericani e popolazione bianca.
Il gap razziale riguardo alla salute è, naturalmente, fin troppo reale. Secondo uno studio pubblicato nel 2014, l’aspettativa di vita per gli Afroamericani è di circa quattro anni più bassa per le donne e di oltre cinque anni inferiore per gli uomini, rispetto ai bianchi. Questa disparità, però, non è certo solo l’esito innocuo di una società più eterogenea. Si tratta di uno dei sintomi della vergogna americana: la discriminazione pervasiva contro gli Afroamericani, che si riflette in un reddito medio familiare inferiore del 60% rispetto a quello delle famiglie bianche. Gli effetti di un reddito più basso sono aggravati dal fatto che gli Stati Uniti sono l’unico paese avanzato a non riconoscere l’accesso all’assistenza sanitaria come un diritto fondamentale.
Alcuni Americani bianchi, tuttavia, hanno cercato di attribuire la colpa della morte prematura agli stessi Afroamericani, richiamando i loro “stili di vita”. Forse è vero che le abitudini malsane si concentrano soprattutto tra gli Americani poveri, un numero sproporzionato dei quali sono neri. Ma queste stesse abitudini sono una conseguenza delle condizioni economiche, per non parlare delle tensioni dovute al razzismo.
I risultati di Case-Deaton dimostrano che tali teorie non funzionano più. L’America sta diventando una società più divisa – divisa non solo tra bianchi e Afroamericani, ma anche tra l’1% della popolazione e il resto, e tra coloro con un elevato livello di istruzione e i meno istruiti, a prescindere dalla razza. E oggi il divario può essere misurato non solo in salari, ma anche in morti premature. Anche gli Americani bianchi muoiono prima al diminuire del reddito.
Questa evidenza non è certo uno shock per quelli di noi che studiano le disuguaglianze in America. Il reddito medio di un dipendente a tempo pieno di sesso maschile è inferiore a quello che era 40 anni fa. I salari dei diplomati maschi sono crollati di circa il 19% nel periodo preso in esame da Case e Deaton.
Per rimanere a galla, molti Americani hanno contratto prestiti dalle banche a tassi di interesse usurari. Nel 2005, l’amministrazione del presidente George W. Bush ha reso molto più difficile per le famiglie dichiarare fallimento e cancellare il debito. Poi è arrivata la crisi finanziaria, che è costata a milioni di Americani il posto di lavoro e la casa. Quando si sono esaurite le indennità di disoccupazione, progettate per periodi di assenza di lavoro di breve durata in un mondo a pieno impiego, tali soggetti sono stati lasciati a se stessi, senza alcuna rete di sicurezza (a parte i buoni pasto), mentre il governo ha salvato le banche che avevano causato la crisi.
Le prerogative fondamentali di una vita borghese erano sempre più fuori dalla portata di una quota crescente di Americani. La grande recessione aveva mostrato la loro vulnerabilità. Coloro che avevano investito nel mercato azionario hanno visto gran parte della loro ricchezza spazzata via; quelli che avevano messo i loro soldi in titoli di stato sicuri hanno visto la pensione diminuire fin quasi a zero, poiché la Fed ha abbassato inesorabilmente entrambi i tassi, a breve e lungo termine. Con le tasse universitarie alle stelle, l’unico modo in cui i figli potevano ottenere l’educazione che avrebbe fornito un briciolo di speranza è stato quello di contrarre prestiti; ma, con i prestiti per l’educazione praticamente mai detraibili, i debiti di studio sembravano ancora peggiori di altre forme di indebitamento.
Non c’era verso di evitare che questa crescente pressione finanziaria ponesse sotto stress maggiore gli Americani della classe media e le loro famiglie. E non è sorprendente che questo si sia riflesso in più alti livelli di abuso di droghe, alcolismo e suicidio.
Ero capo economista della Banca Mondiale alla fine del 1990, quando abbiamo iniziato a ricevere, in modo simile, deprimenti notizie dalla Russia. I nostri dati hanno mostrato che il PIL era sceso di circa il 30% dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Tuttavia non eravamo fiduciosi nelle nostre stime. I dati indicanti che l’aspettativa di vita maschile era in declino, anche se in aumento nel resto del mondo, hanno confermato l’impressione che in Russia le cose non stavano andando molto bene, soprattutto al di fuori delle città principali.
La Commissione internazionale sulla Valutazione della Performance Economica e del Progresso Sociale, che ho co-presieduto, e a cui Deaton ha partecipato, aveva sottolineato in precedenza che il PIL spesso non è una buona misura del benessere di una società. Questi nuovi dati sul declino dello stato di salute degli Americani bianchi conferma questa conclusione. La società borghese per eccellenza nel mondo è sulla buona strada per diventare la prima ex società borghese.

Fonte: Project Syndicate

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