di Alberto Zoratti
L’Accordo di Parigi ha salvato la Francia e la sua Grandeur. A quasi un mese dagli attentati parigini, il risultato della Conferenza Onu sul clima (Cop21) è stato inevitabile per la credibilità internazionale del governo Hollande. L’Accordo di Parigi ha salvato la COP21, che non avrebbe retto il fallimento della trattativa dopo la debacle di Copenhagen del 2009 e gli stop-and-go degli ultimi anni. Chi ci guadagnerà poco, in termini concreti e immediati è la lotta al cambiamento climatico, sono le risposte politiche agli appelli dell’Ipcc, il Panel di centinaia di scienziati Onu che da anni chiedono una chiara inversione di rotta per evitare il caos climatico. La loro autorevolezza rimane, viene persino richiesto loro un nuovo report sugli impatti della lotta al climate change. Ma essere conseguenti alle loro richieste diventa secondario.
Bisognerebbe essere prestigiatori, come spesso i governi sanno essere, per tenere insieme le ambizioni inserite nei vari preamboli con l’efficacia delle misure messe in atto. L’obiettivo generale è “cercare di perseguire” un aumento di temperatura media di 1.5°C rispetto all’epoca preindustriale, un passo avanti diplomatico non da poco che non ha alcuna correlazione con la realtà se non grazie a una vera inversione di rotta. Gli impegni volontari che i singoli Paesi membri della Convenzione hanno comunicato al segretariato porterebbero, ad oggi, a un aumento della temperatura media tra i 2.9°C e i 3.5°C e sono il primo vero passo del nuovo regime di lotta al cambiamento climatico che dal primo gennaio 2021 vedrà la luce sul nostro pianeta: “pledge and review“, “prometti e verifica”, dopotutto i piani di azione si chiamano INDCs (Intended Nationally Determined Contributions) dove la “C” sta per “contributi (contributions) e non per “impegni (commitments)”. Ogni proposta verrà verificata ogni cinque anni a partire dalla messa in operatività dell’accordo, ciò significa che il primo momento di possibile reale aggiornamento sarà al 2025.
In questo sistema, l’unica cosa a essere realmente vincolante è l’accordo e i suoi dispositivi, ma non lo sono gli obiettivi quantitativi, ad esempio di taglio delle emissioni. I grandi Paesi emergenti non avrebbero accettato di dover essere messi sullo stesso piano degli inquinatori storici, e d’altro canto il Congresso americano non avrebbe mai fatto passare un accordo dove la comunità internazionale avrebbe dettato il passo agli Stati Uniti.
Ma la realtà vera parla di 401 parti per milione di concentrazione di CO2 in atmosfera, con un incremento annuo di oltre 2 ppm in crescita e in rischioso avvicinamento con quei 450 ppm definiti dalla comunità scientifica un pericoloso punto di non ritorno. Per fare questo la ricetta è la più generica possibile perché dovrà trovare un “equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra”, lasciando spazio a sistemi tecnologici e molto discutibili come il CCS (Carbon Capture and Storage), rassicurando tutti che si dovrà raggiungere il picco di emissioni “il più presto possibile” cercando di trovare un equilibrio nella “seconda metà di questo secolo”.
Ma per lottare contro il cambiamento climatico c’è bisogno di risorse economiche.Da Copenhagen nel 2009 e soprattutto da Cancun nel 2010 quel denaro è stato quantificato in 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020, un modo per riequilibrare il debito ecologico dei Paesi inquinatori nei confronti del resto del mondo. Di quel denaro, ad oggi, è stato raccolto solo il 10 per cento ma nonostante questo l’Accordo rilancia, definendo quei 100 miliardi non più un obiettivo, ma un punto di partenza per mobilizzare (non stanziare) finanziamenti nuovi e aggiuntivi. Peccato che ad oggi una parte di quel denaro derivi dallo storno di risorse dall’aiuto pubblico allo sviluppo. Ma non c’è solo la necessità di finanziare l’adattamento al cambiamento del clima, ma anche di sostenere quei Paesi che stanno già subendo gli effetti degli eventi estremi, si tratta dell’ormai famoso “Loss and Damage”, che si è meritato un posto tra i paragrafi del testo, senza però dare nessuna garanzia economica a nessuno.
L’accordo di Parigi è storico, perché è l’ennesima occasione persa. Perchè mette le basi per un sistema post-Kyoto, con impegni non più vincolanti, in un processo che è più attento agli interessi economici delle grandi imprese e a quelli politico-tattici dei governi che non all’esigenza di invertire la rotta. Se il Paris Agreement dà ossigeno a una Francia sotto attacco e a una Cop in crisi di identità, non dà strumenti veramente efficaci per contrastare il caos climatico, anche se, nei fatti, rimette al centro il ruolo dei governi e dei loro piani di azione. La palla torna sui territori e in questo, i movimenti sociali, dovranno saper giocare all’attacco.
La risposta immediata all’inefficacia della politica dovrà essere la mobilitazione dal basso, se la governance globale è incapace della sfida che si trova di fronte il passo necessario sarà articolare i movimenti in modo che siano capaci contemporaneamente di conflitto e di proposta.
Ogni titubanza è un passo in più verso il punto di non ritorno.
Fonte: comune-info.net
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.