La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 17 dicembre 2015

Le regionali in Francia: una sconfitta su tutti i fronti

di Francesca Feo
Domenica 13 Dicembre si è tenuto in Francia il secondo turno delle elezioni per il rinnovo dei consigli delle tredici macro-regioni che hanno ridisegnato il territorio francese, in seguito alla riforma degli enti locali implementata nell’ultimo anno dal governo socialista del presidente François Holland. Il protagonista assoluto del primo turno elettorale tenutosi domenica scorsa era stato il Front National: la formazione di estrema destra, guidata dalle due figure femminili e carismatiche, Marine e Marion-Màrechal Le Pen, rispettivamente figlia e nipote del leader e fondatore del partito Jean Marie Le Pen, era riuscita ad affermarsi come primo partito in ben 6 regioni, ottenendo il 28 per cento dei voti come media nazionale.
Secondo uno schema già realizzatosi alle dipartimentali di Marzo, il Front National non è riuscito a guadagnare la presidenza in nessuna delle regioni in cui era risultato nettamente in testa domenica scorsa.
Neanche le due front runner del partito sono riuscite ad imporsi, nonostante al primo turno avessero raggiunto ben il 40 per cento dei voti – Marine nel Nord-Pas de Calais-Picardia, e Mariòn in Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Al loro posto, in tutte e due le regioni, hanno invece prevalso i candidati de Les Republicains, forti anche dei voti della sinistra: il Partito Socialista ha infatti preferito ritirare le proprie liste in entrambe le regioni, invitando i propri elettori a convergere sul candidato della destra “presentabile” al grido di no pasaràn. Nelle altre circoscrizioni contese invece in uno scontro triangolare, tre hanno visto la vittoria dell’Unione della Sinistra – in Borgogna-Francia-Contea, Centro-Valle della Loira, Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei – mentre solo in una si è affermato il partito di Sarkozy, in Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena. In queste regioni, dove né a sinistra né a destra si è optato per il ritiro strategico delle liste, l’arresto del Front National è stato possibile grazie alla diminuzione dell’astensionismo: il secondo turno ha visto presentarsi alle urne 4 milioni di francesi in più, facendo innalzare la partecipazione elettorale fra primo e secondo turno di quasi 10 punti percentuali (dal 49 al 58,53).
Ed è proprio il particolare andamento delle astensioni il dato più importante di queste elezioni regionali. Nel 2010, soltanto il 43,47 per cento degli elettori si era recato alle urne al secondo turno, confermando la scarsa mobilitazione che storicamente caratterizza questa tipologia di elezioni. Un “sussulto di partecipazione” di tale entità non si verificava dal 2002, ovvero da quando alle presidenziali un altro Le Pen, Jean-Marie, aveva sorpassato il candidato socialista Lionel Jospin, approdando al secondo turno in uno scontro diretto con Jacques Chirac per la più importante poltrona di Francia. Ma quella, appunto, era una competizione diversa, con ben altre poste in gioco. Domenica 13 Dicembre, quei 4 milioni di francesi si sono recati alle urne dopo la chiamata al “Fronte Repubblicano” avanzata da politici, media, intellettuali, gruppi di interesse economici. Per esprimere un voto contro: “turandosi il naso”, come si diceva al secondo turno del 2002, si va a votare per la formazione meno avversata affinché il Front National non possa vincere. Viene da chiedersi che fine abbia fatto il voto di preferenza, cioè quel voto per mezzo del quale il singolo cittadino manifestava adesione o interesse a valori, principi e programmi condivisi.
Una seconda riflessione riguarda le sorti del Front National: nonostante nella settimana intercorsa tra i due turni Marine le Pen avesse annunciato che il suo partito poteva ancora contare su un bacino ulteriore di voti tra ‘astenuti e patrioti’, il verdetto delle urne di Domenica 13 dimostra che queste riserve sono in realtà estremamente ridotte per l’estrema destra: in termini assoluti, non vi è poi molta differenza fra i voti raccolti dal FN il 6 ed il 13 Dicembre. Questo dato fa sorgere allora due riflessioni: in primo luogo il Front National non è considerato dalla maggior parte del pubblico francese come un’alternativa credibile, nonostante i numerosi tentativi di rinnovamento e di camouflage intrapresi da Marine, non ultima “l’uccisione rituale” del padre-fondatore Jean Marie. Che sia a causa del programma economico che spaventa l’elettore moderato – fra le tante proposte vi è quella della fuoriuscita del paese dall’area euro – o della connotazione radicale e populista, colorata di neofascismo, sembra proprio che esista un ‘tetto di cristallo’ a bloccare la progressione del partito di Marine Le Pen.
Alla luce di quanto detto, possiamo anche riconsiderare quella che è stata definita la grande crescita del Front National: in termini assoluti, il Front National riconferma il numero di voti ottenuto alle Presidenziali del 2012. Il nuovo record del 28 per cento, come sottolineato da Frédéric Gilli di Sciences-Po su Le Monde, ‘è legato più ad un crollo dei partiti tradizionali che ad una sua forte progressione’. Il 6 Dicembre, gli altri partiti parlamentari (PC, Verdi, PS, UDI, LR) hanno raggiunto il loro minino storico, raccogliendo soltanto 14,6 milioni di voti, e meno di un terzo degli iscritti ai registri elettorali (32,7 per cento).
A questo punto, più che di vittorie, dovremmo piuttosto parlare di sconfitte. Sicuramente sconfitto ne esce il Partito Socialista, con un livello di consenso in forte calo. Lo conferma la vittoria in sole 5 regioni, rispetto all’en plein registrato nel 2010; particolarmente cocente è la perdita dell’Île-de-France, ovvero la regione di Parigi, che da sola rappresenta un quinto della popolazione francese e il centro nevralgico dell’economia e della finanza dell’Esagono. A questo si aggiunge anche l’umiliazione politica di aver dovuto sostenere il Fronte Repubblicano in maniera unilaterale (mentre i socialisti hanno ritirato le proprie liste in quelle regioni dove erano arrivati terzi al primo turno, Sarkozy ha rifiutato di ricambiare il favore).
Sconfitta ne esce la destra moderata, che senza l’aiuto dei socialisti forse non ce l’avrebbe fatta a competere con i cugini più radicali. Nonostante abbia recuperato la maggioranza delle regioni, anche le forze moderate stanno soffrendo una consistente perdita di consensi. Il ritorno di Sarkozy è sintomatico del vuoto di leadership, e dell’incapacità di elaborare una proposta politica nuova, che non sia soprattutto incentrata sull’inseguimento del Front National sui molti temi, come ad esempio quello della sicurezza. Ad oggi, Les Republicains appare un partito nuovo solo nel nome.
Sconfitto ne esce anche il Front National, per i motivi che abbiamo appena passato in rassegna. Con un’eccezione. Il partito delle Le Pen è l’unico che sembra ancora in grado di attrarre un voto di appartenenza, sia che questo sia espresso in positivo – il voto “per” – sia in negativo – il voto “contro”. Inoltre, l’ennesima prova di governo mancata potrebbe giovare al Fronte in vista delle prossime, ben più importanti, elezioni del 2017.
Sconfitta infine ne esce la cittadinanza francese, costretta ancora una volta a fare affidamento sugli anticorpi provenienti dai vincoli istituzionali del sistema (il meccanismo elettorale a doppio turno applicato ad un contesto ormai ineluttabilmente tripolare), e non invece su quelli che dovrebbero essere naturalmente maturati dai suoi attori politici.

Fonte: Pandora Rivista di Teoria e politica 

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