di Raoul Kirchmayr
Le decisioni sullo stato d’emergenza introdotte dal presidente Hollande in Francia all’indomani degli attentati del 13 novembre stanno facendo scattare una trappola di cui il terrorismo internazionale non è che l’innesco. Sull’onda emotiva propagata dai media nella settimana successiva agli eventi di Parigi e in linea con l’esecutivo francese si sono mosse anche alcune cancellerie europee, la Commissione europea e il Congresso degli Stati Uniti.
Considerata la complessità del fenomeno terroristico e la sua attuale recrudescenza, che non permettono analisi affrettate e che richiederebbero decisioni politiche lungimiranti, è opportuno concentrarsi sul contraccolpo che l’evento di Parigi ha già provocato sulle istituzioni dei paesi europei, a partire dalla stessa Francia. È certo importante spingere l’analisi della genesi e dello sviluppo del fenomeno terroristico, sul suo senso nel quadro di instabilità politica del Medio Oriente e di incertezza negli attuali equilibri internazionali.
È anche decisivo elaborare quanto prima dei progetti che siano in grado efficacemente di contenere e, possibilmente, di spegnere in tempi ragionevoli i focolai di destabilizzazione nell’area mediorientale. Tuttavia, ciò che occorre tenere presente, per gli interessi dell’UE (e non dei singoli stati nazionali che la compongono), sono le implicazioni che gli eventi di Parigi hanno in relazione allo stato e alla qualità delle democrazie. In questa prospettiva il quadro appare fosco ed è ragionevole pensare ad un suo ulteriore deterioramento, fino all’esito estremo (ma niente affatto improbabile) di una dissoluzione dello stato di diritto in nome di uno “stato di sicurezza”, secondo la tesi avanzata da Giorgio Agamben in un’intervista rilasciata a France Culture all’indomani degli attentati.
È anche decisivo elaborare quanto prima dei progetti che siano in grado efficacemente di contenere e, possibilmente, di spegnere in tempi ragionevoli i focolai di destabilizzazione nell’area mediorientale. Tuttavia, ciò che occorre tenere presente, per gli interessi dell’UE (e non dei singoli stati nazionali che la compongono), sono le implicazioni che gli eventi di Parigi hanno in relazione allo stato e alla qualità delle democrazie. In questa prospettiva il quadro appare fosco ed è ragionevole pensare ad un suo ulteriore deterioramento, fino all’esito estremo (ma niente affatto improbabile) di una dissoluzione dello stato di diritto in nome di uno “stato di sicurezza”, secondo la tesi avanzata da Giorgio Agamben in un’intervista rilasciata a France Culture all’indomani degli attentati.
Che cosa c’è di pericoloso nelle decisioni prese dalla Francia, paese che storicamente si è sempre identificato con l’universalismo dei diritti? Lo stato d’emergenza, che Hollande vorrebbe ampliare mediante modifica costituzionale, apre uno spazio giuridico paradossale. Negli spazi paradossali il ragionare in termini lineari, di causa ed effetto, conduce all’errore. La conseguenza è che per perseguire determinati scopi (per esempio maggiore sicurezza) si rischia di creare delle condizioni che impediscono di raggiungerli (per esempio riducendo i diritti, cioè creando minore sicurezza giuridica). In nome della sovranità dello Stato si indeboliscono le garanzie democratiche che ne sono a fondamento. In Francia il rafforzamento securitario dei poteri di investigazione, controllo, sorveglianza e intervento attribuiti al Ministero degli Interni, ai prefetti e alla polizia, in due settimane ha imposto significativi limiti alle libertà costituzionali. Da qui il paradosso: per salvaguardare le libertà si intaccano le libertà individuali e collettive, fino al punto che il 27 novembre scorso la Francia ha informato il Consiglio d’Europa sulla possibile deroga alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Si possono fare almeno due considerazioni a proposito. La prima è che il ricorso allo stato di emergenza è una strategia che i governi occidentali (di quelle che alcuni chiamano già “post-democrazie”) stanno impiegando da tempo come laboratorio biopolitico per intensificare il controllo sui cittadini in cambio di maggiore sicurezza. Da qui l’estensione del potere governamentale tramite dichiarazioni ad hoc di stato d’emergenza. La seconda è che si chiarisce il senso dello stato di emergenza ricorrendo al concetto di autoimmunità politica, che è quel processo con cui uno Stato intacca, fino a disfarlo, il quadro delle garanzie giuridico-politiche fondamentali. Per comprendere che cosa sta accadendo alle democrazie occidentali occorre dunque ampliare la prospettiva e leggere l’introduzione dello stato di emergenza come una mossa all’interno di una strategia più ampia, volta a stabilire una società di controllo non più solo con dispositivi a bassa intensità, ma ora con sospensioni del diritto. Se la Francia dovesse continuare a perseguire questa logica securitaria si troverebbe ben presto a rinnegare la sua stessa storia giuridica e i suoi valori. La civilisation francese correrebbe il serio pericolo di destituirsi da sé, con un processo di cui gli attentati sarebbero solo l’acceleratore, e non la causa. Per comprendere che cosa sta accadendo alla nostra civiltà giuridico-politica serve dunque studiare per prima cosa l’attacco che l’Occidente sta portando a se stesso, nell’attuale congiuntura in cui si annodano drammaticamente la crisi economica e la crescita delle diseguaglianze, l’estensione delle biopolitiche e l’ansia securitaria.
Fonte: ParolaPolitica.it
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.