La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 8 dicembre 2015

Ricordando la Legge 180

di Pantxo Ramas
Rileggere le pagine dell’Almanacco curato da Franco Rotelli, L’istituzione inventata edito da AlphaBeta, significa prima di tutto capire cosa sta succedendo oggi a Trieste, quarant’anni dopo l’apertura del manicomio di San Giovanni. E aprire un manicomio non é la stessa cosa che aprire un bar – aprire un manicomio significa proprio il contrario: significa chiuderlo e prendersi la responsabilità di accompagnare dei soggetti fragili nella libertà costitutivamente difficile della vita urbana, per riprendere una espressione di Maria Grazia Giannichedda.
Franco Rotelli ripercorre questa sperimentazione portando a un dialogo tra loro le immagini e le parole attraverso le quali é stato possibile a Trieste costruire un modello di salute mentale che ha posto al centro i diritti delle persone e che ha affrontato la complessità della vita, disarticolando la stigmatizzazione e l’esclusione che i matti ancora troppo spesso soffrono in Europa e nel mondo.
L’oggetto della de-istituzionalizzazione, ci ricorda Rotelli in un articolo pubblicato degli anni ottanta e ripubblicato in questo almanacco, non era il manicomio ma la follia, come categoria dell’esclusione, della violenza e dello sfruttamento verso l’altro, subalterno e fragile. Uno sfruttamento assoluto che, tra i muri del manicomio, veniva chiamato terapia. E allora la storia di Trieste, della de-istituzionalizzazione, della creazione dei servizi territoriali, delle cooperative sociali, degli appartamenti supportati o assistiti, delle borse lavoro e delle borse di studio, racconta prima di tutto che distruggere le istituzioni non basta. Bisogna continuamente, giorno per giorno, inventarne di nuove.
Oggi a Trieste le cooperative sociali istituite con l’appoggio del Dipartimento di Salute Mentale sono progetto di vita e luogo di lavoro per più di cinquecento persone, fatturano tra i quindici e i diciotto milioni di euro all’anno e dimostrano che fare cose belle e utili, farle insieme con l’appoggio del pubblico e costituendo il comune é possibile. E soprattutto che fa bene alla salute.
Ma la sfida non finisce quando si aprono le porte del manicomio o quando si approva una legge che chiude gli ospedali psichiatrici (e recentemente gli ospedali psichiatrici giudiziari). Non finisce neppure quando le persone, un tempo rese cose dall’istituzione, tornano a essere protagoniste delle proprie vite.
Inventare istituzione è in primo luogo produrre la ricchezza del comune e sostenere, a partire dalle istituzioni, l’autonomia della riproduzione sociale – e dunque significa soprattutto mettere in crisi il principio di riproduzione interna all’istituzione e fornire gli strumenti perché l’eccedenza della società sfidi ogni giorno chi le istituzioni le gestisce, le riforma o le inventa.
Il problema della gestione caro a Franco Basaglia, e dunque della contraddizione permanente tra negare e gestire uno spazio di organizzazione sociale che continuamente limita la libertà soggettiva, è un tema di straordinaria attualità, soprattutto quando sia il modello fordista dello stato assistenziale sia il modello neoliberale di uno stato che anima all’imprenditorialità hanno mostrato i propri limiti.
In un’immagine Rotelli ci dice che l’istituzione non deve temere che i propri servizi siano panchine di neve. Luoghi dove le persone possano riposarsi e appoggiarsi in un momento difficile per poi riprendere il proprio cammino e il proprio ruolo nella vita sociale. Non importa se in primavera questi luoghi avranno perso la propria utilità, se – sciolte le panchine – l’istituzione si troverà a mani vuote con il bisogno di reinventarsi e rispondere a nuove necessità. Perché proprio lì si potrà ricominciare a inventare.
Questa invenzione a Trieste continua ad attraversare le forme istituzionali. Le ultime pagine dell’Almanacco raccontano del progetto Micro Area dove servizi sociali, servizi sanitari, case popolari e un insieme complesso di organizzazioni, associazioni e dinamiche informali della vita sociale (le comunità? I territori?) si mettono insieme per inventare micro-dispositivi capaci di costruire le politiche di cura e di emancipazione attorno alle persone, a partire dai loro bisogni, ma soprattutto dai loro desideri. Quella logica inventata per rompere i muri dell’istituzione totale prende piede nella città, nei luoghi più ai margini, nelle periferie, dando voce e protagonismo agli ultimi. Quarant’anni fa si aprivano le porte di un luogo di violenza e soprusi, oggi i matti inventano la città.

Fonte: Euronomade 

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