La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 6 dicembre 2015

Serge Halimi: questa è una guerra stupida

di Serge Halimi
Un senatore degli Stati Uniti poco conosciuto che si chiama Barack Obama nel 2002 disse: “Ciò a cui sono contrario è una guerra stupida. Ciò a cui sono contrario è una guerra precipitosa […]. Una guerra basata non sulla ragione ma sulla passione.” Gli americani erano arrabbiati dopo l’11 settembre e il presidente George Bush Jr scelse di incanalare la loro rabbia non contro l’Arabia Saudita (la maggior parte dei terroristi di Al-Qaida coinvolti provenivano da là), ma contro l’Iraq, che gli Stati Uniti invasero 6 mesi dopo. I media volevano la guerra e anche la maggior parte dei senatori Democratici, compresa Hillary Clinton, erano in suo favore. Però l’invasione dell’Iraq creò il caos che ha prodotto il cosiddetto Stato Islamico (ISIS).
Le uccisioni di Parigi del 13 novembre stanno per aiutare a realizzare i due obiettivi dell’ISIS. Il primo è di creare una coalizione di “apostati”. “infedeli” e di “traditori Sciiti” che verranno a combattere in Iraq e i Siria e poi in Libia. Il secondo è di far credere alla maggior parte degli occidentali che i loco connazionali musulmani potrebbero essere una quinta colonna che si nasconde nell’ombra, un “nemico domestico” a servizio degli jihadisti.
Guerra e paura – anche un obiettivo apocalittico contiene un granello di razionalità. Gli jihadisti hanno calcolato che i “crociati” e gli “idolatri” potrebbero lanciare attacchi aerei sulle città siriane o sorvegliare intensamente le province irachene, ma non riusciranno mai a occupare per lungo tempo un paese arabo. L’ISIS spera anche che i suoi attacchi in Europa aumenteranno la sfiducia dei musulmani occidentali e porterà a una forte sorveglianza nei loro riguardi. Questo produrrà risentimento e alcuni vorranno unirsi al “califfato”; soltanto pochissimi, ma poi i seguaci della jihad Salafista non cercheranno di vincere le elezioni. Infatti una vittoria di un partito anti-musulmano porterebbe avanti la loro causa.
“La Francia è in guerra”, ha detto Hollande al Parlamento francese il 16 novembre. Ha continuato a tentare per lungo tempo di intervenire militarmente in Siria e ha fatto pressione ottenere un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti. La cosa strana è che Hollande ora voglia combattere l’ISIS in Siria, mentre due anni fa, preso dalla stessa febbre di guerra, tentava di convincere gli Stati Uniti a punire il regime di Bashar al-Assad.
Obama persisterà ad opporsi alla “guerra stupida di Hollande? La pressione su Obama è tanto più forte perché l’ISIS vuole la stessa cosa di Hollande. Come dice Pierre-Jean Luizard, ricercatore presso il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS) in Francia, all’inizio è stato “come se l’ISIS avesse consapevolmente fatto una lista di ogni cosa che avrebbe disgustato l’opinione popolare in Occidente: infrangere i diritti delle minoranze e delle donne, particolarmente per mezzo di matrimoni forzati, giustiziare gli omosessuali, ripristinare la schiavitù, […], eseguire decapitazioni ed esecuzioni di massa” (1). Quando questo macabro catalogo non è bastato, l’ISIS ha tagliato la gola di un ostaggio americano, postando un video di questo atto, poi ha eseguito le letali sparatorie a Parigi. A questo punto, l’ISIS si aspettava che i “crociati” reagissero.
Un capo di stato è quasi moralmente obbligato a reagire a queste azioni spettacolari. Subisce la pressione politica di dover annunciare qualche tipo, quasi qualsiasi tipo di reazione – la distruzione di un magazzino o di un deposito di munizioni, attacchi aerei su una città. Ci si aspetta che dimostri determinazione, che prometta leggi nuove, anche più dure e che condanni coloro che sono favorevoli alla riconciliazione. Deve usare un linguaggio marziale, parlare di sangue e affermare che la rappresaglia sarà spietata. Cercherà quindi le standing ovation e il suo indice di gradimento aumenterà di 10 punti. Alla fine, tutto questo si dimostrerà “stupido” – ma soltanto alcuni mesi più tardi. E la tentazione di escalation diventa sempre più forte, specialmente a causa della copertura mediatica di 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 che fa sembrare che ogni atto, ogni dichiarazione, richieda una risposta immediata.
Durante la guerra del Golfo i “falchi” statunitensi criticavano George Bus Sr per non aver ordinato alle truppe che avevano appena liberato il Kuwait di proseguire per Baghdad. Quattro anni dopo, il capo di Stato maggiore, Colin Powell giustificò la loro relativa moderazione: “Da un punto di vista geopolitico, la coalizione, particolarmente gli stati arabi, non hanno mai voluto che l’Iraq venisse invaso e smembrato […] Non contribuirebbe alla stabilità che vogliamo in Medio Oriente avere un Iraq frammentato in entità politiche separate Sunnite, Sciite e Curde. L’unico modo per poter evitare questo risultato fu quello di intraprendere una conquista e un’occupazione in gran parte statunitense in una regione remota di 20 milioni di persone. […]. E’ ingenuo, tuttavia, pensare che se Saddam fosse caduto, sarebbe stato necessariamente sostituito con un Jeffersoniano in un qualche specie di democrazia del deserto dove le persone leggevano The Federalist Papers * insieme al Corano. Saremmo finiti con avere un Saddam con un altro nome” (2). Nel 2003 George Bush Jr completò il progetto militare di suo padre. I neo conservatori salutarono in lui un nuovo Churchill, il coraggio, perfino la democrazia. Powell, però si era dimenticato di leggere il suo libro, dato che le paure che una volta aveva espresso si erano avverate con il presidente di cui faceva da Segretario di Stato.
Bush Jr è stato criticato per l’ ingenuità puerile, quasi criminale della sua guerra al terrore. Sembra che abbia trovato i suoi veri eredi a Parigi. “In parole povere,” ha detto il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, parlandoci come fa un insegnante di bambinetti: “I membri dell’ISIS sono dei mostri, ma ce ne sono 30.000.
Se tutti i paesi del mondo non sono in grado di eliminare 30.000 persone che sono dei mostri, allora nulla ha più un senso” (3).
Cerchiamo di spiegarglielo: i 30.000 mostri hanno un vasto supporto nelle regioni sunnite di Iraq e Siria, dove gli eserciti che essi affrontano spesso sono considerati strumenti delle dittature sciite, esse stesse responsabili di molti massacri. Questo è il motivo per cui l’ISIS è stata in grado di impadronirsi di alcune città senza combattere per nulla, quando i soldati che le controllavano, sono scappati abbandonando le loro armi e le uniformi. Gli Stati Uniti hanno tentato di finanziare l’addestramento e l’equipaggiamento di più di 4.000 combattenti siriani “moderati” ma, secondo gli Americani, soltanto 4 0 5 unità sono operative e il costo di ogni unità è stato di vari milioni di dollari. A Mosul, 30.000 soldati iracheni sono stati sconfitti da 1.000 combattenti dell’ISIS che hanno preso più di 2.000 veicoli blindati e centinaia di milioni di dollari dai caveau delle banche locali. A Ramadi, gli jihadisti hanno sconfitto un numero di soldati iracheni 25 volte maggiore del loro. Le forze armate siriane sono esauste dopo 4 anni di guerra, e i Curdi non sono pronti a morire per un territorio che non rivendicano. “In realtà”, ha osservato Luizard, “l’ISIS è forte soltanto perché coloro che li contrastano sono deboli, e sta prosperando sulle rovine delle istituzioni che stanno per crollare.” (4)
E’ la stessa cosa in Libia. Sotto l’influenza di forti emozioni, e guidati dalla squadra sconvolgente formato da Nicolas Sarkozy e di Bernard-Henry Lévy, la Francia ha dato un importante contributo alla caduta di Muammar Gheddafi. Immaginò che fare in modo che un dittatore venisse linciato sarebbe stato sufficiente a dare origine a una democrazia liberale di stile occidentale. La Libia, però, è andata in pezzi e l’ISIS controlla varie città dalle quali attacca la vicina Tunisia. Il ministro francese della difesa ha ammesso: “Sono molto preoccupato per la Libia. Il Daesh (ISIS) è arrivato, traendo vantaggio dagli scontri interni tra Libici,” ma, “se Tobruk e Tripoli dovessero operare insieme, il Daesh non esisterebbe più” (5). Presumibilmente quel problema era stato risolto tre anni fa, quando Lèvy spiegò: “Al contrario da quello che avevano predetto le Cassandre, la Libia non si è divisa in tre entità confederate. […]. La legge tribale non ha prevalso sul senso di unità nazionale[…]. Paragonata alla Tunisia e all’Egitto, la Libia sembra essere arrivata con successo a una Primavera [Araba] – e coloro che la hanno aiutata possono essere orgogliosi di se stessi” (6). Orgogliosi, davvero: a parte Bernard Guetta che trasmette per radio il punto di vista del ministro degli Esteri francese (7), nessuno è migliore a raccontare balle.
Hollande vuole ora una “unica e grande coalizione” contro l’ISIS della quale farebbe parte Assad che però ha già risposto: “Non si può combattere il Daesh ed essere ancora alleati con il Qatar e l’Arabia Saudita che stanno armando i terroristi” (8). Il presidente Vladimir Putin pensa che la Turchia, altro presunto membro della coalizione, ha pugnalato alla schiena la Russia abbattendo uno dei suoi aerei il 24 novembre. Non appena la coalizione scompagnata che la Francia sta cercando di mettere insieme abbia vinto la guerra, dovrebbe affrontare il problema di che cosa seguirà, in condizioni ancora più difficili che in Afghanistan, in Iraq o in Libia. I neoconservatori degli Stati Uniti hanno già dimenticato tutti questi fallimenti (come ha fatto Hollande) e chiedono adesso che 50.000 soldati vengano inviati nella zona occupata dall’ISIS (9).
Sulla rivista Foreign Affairs, Steven Simon e Jonathan Stevenson, esperti di Medio Oriente, elencano le condizioni per un successo militare occidentale sostenibile su un territorio attualmente controllato dall’ISIS: “l’appoggio del pubblico americano; un vasto quadro di esperti civili da impiegare nella ricostruzione e nella stabilizzazione; profonda conoscenza della società del cui destino si assumerebbero la responsabilità gli Stati Uniti vittoriosi; […] una duratura forza militare per fornire sicurezza alle popolazioni e alle infrastrutture […]; componenti locali o clienti o per aiutare gli alleati.” Fanno notare che “se questo vi sembra famigliare, è perché è la stessa lista di cose che Washington non era stata in grado di mettere insieme le ultime due volte che ha dato inizio a importanti interventi militari in Medio Oriente [Iraq e Libia]. […] Gli Stati Uniti probabilmente perderebbero un’altra guerra in Medio Oriente per lo stesso motivo per cui hanno perduto le ultime due” [10].
La Francia, già pesantemente impegnata in Africa, non può vincere una guerra in Medio Oriente. Il fatto che l’ISIS stia tentando di trascinarla in questa trappola non dovrebbe spingere Hollande a lanciarsi verso di essa, portando insieme a lui una coalizione di paesi che sono spesso più prudenti. Il terrorismo uccide i civili, ma li uccide anche la guerra. L’intensificarsi degli attacchi aerei in Iraq e in Siria che creeranno tanti combattenti jihadisti quanti quelli che uccidono, non ripristinerà l’integrità territoriale di quei paesi, né la legittimità dei loro governi agli occhi dei loro popoli. Una soluzione duratura dipenderà dai popoli della regione, da una soluzione diplomatica, non dalle ex potenze coloniali o dagli Stati Uniti, che sono squalificati sia per il loro appoggio alle peggiori politiche di Israele e per i disastrosi risultati del loro avventurismo militare – disastroso anche dal loro personale punto di vista dato che avendo invaso l’Iraq nel 2003 dopo aver appoggiato per otto anni Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran (che ha ucciso più di un milione di persone), si hanno trasformato l’Iraq in un alleato dell’Iran. E gli stati che vendono armi alle dittature del petrolio del Golfo, propagatrici della jihad salafita, non sono qualificati a parlare di pace, o a insegnare agli arabi le virtù della democrazia pluralista.
Lo storico Eric Hobsbawm che quando operano in stati stabili con regimi stabili e non hanno in appoggio significativo dalla popolazione, piccoli gruppi di terroristi sono un problema della polizia piuttosto che dei militari. Ha aggiunto che è comprensibile che tali gruppi rendano molto nervosa la popolazione, specialmente nelle importanti città occidentali, e specialmente quando il governo e i media operano insieme per creare un clima di paura [11].
Creare questo clima di paura e la ripetuta denigrazione di coloro che si rifiutano di affrontare la realtà, rendono possibile soffocare le voci di coloro che rifiutano l’accumulo di misure repressive che non soltanto sono inefficaci, ma che minacciano i diritti civili. I provvedimenti xenofobi (richiesti dal Fronte Nazionale] sono stati aggiunti alla mistura, come revocare la nazionalità francese di alcuni cittadini con doppia nazionalità. La dichiarazione di uno stato di emergenza è stata approvata quasi all’unanimità dai parlamentari francesi, e, come se questo non bastasse, il primo ministro ha chiesto loro di non riferire al consiglio costituzionale i provvedimenti legalmente traballanti che voleva che approvassero.
Obama disse a Bush nel 2002: “Vuole combattere, Presidente Bush? Combattiamo per essere sicuri che […] i mercanti di armi nel nostro paese smettano di alimentare le innumerevoli guerre che infuriano in tutto il globo. […] Combattiamo per essere sicuri che i nostri cosiddetti alleati in Medio Oriente[…] smettano di opprimere il loro popolo e di sopprimere il dissenso e di tollerare la corruzione e la disuguaglianza […] in modo che i loro giovani crescano senza istruzione, senza prospettive, senza speranza, reclute pronte per le cellule terroriste.”
Obama non ha seguito quel suo proprio consiglio e non lo hanno seguito neanche gli altri capi di stato. Di qui, la situazione in cui ci troviamo oggi. Gli attacchi dell’ISIS e la situazione disastrosa della politica estera francese, hanno portato a una nuova “guerra”. Solamente militare e quindi già perduta.


(1)Pierre-Jean Luizard, Le Piège Daech: l’Etat islamique ou le retour de l’histoire (The Daesh trap: Islamic State and history repeated), []La trappola del Daesh: lo Stato Islamico e la storia che si ripete], La Découverte, Paris, 2015.

(2)Colin Powell, A Soldier’s Way: an Autobiography, [Un modo da soldato: un’autobiografia], Hutchinson, London, 1995.

(3) France Inter, 19 Novembre 2015.

(4) Pierre-Jean Luizard, op cit.(5) Europe 1, 22 Novembre 2014.

(6) Le Point, Paris, 6 December 2012. Nel numero del 16 Novembre 2015 , Bernard-Henri Lévy ha presentato il suo “Guerre, mode d’emploi” (War, a User’s Manual) [La guerra, manuale per l’uso per la Syria.

(7) Bernard Guetta trasmette ogni giorno su France Inter. Il 18 Novembre ha dichiarato: “Il presidente della Francia si è avvicinato alla Russia dopo che quel paese ha completamente overhauled its policy on Syria.”

(8) Valeurs actuelles, Paris, 19 Novembre 2015.

(9) Robert Kagan, “The crisis of world order“ [La crisi dell’ordine mondiale], The Wall Street Journal, New York, 21 Novembre 2015.

(10) Steven Simon and Jonathan Stevenson, “The end of Pax Americana: why Washington’s Middle East pullback makes sense”[La fine della Pax Americana: perché il ritiro di Washington dal Medio Oriente ha un senso”, Foreign Affairs, New York, Novembre-Dicembre 2015.

(11) Vedere Eric Hobsbawm, Globalisation, Democracy and Terrorism [Globalizzazione, Democrazia e Terrorismo], Abacus, 2008.


Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Le Monde Diplomatique
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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