La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 24 gennaio 2016

Le parole su Colonia. Telecronaca di un dibattito

di Lia Bruna
Where. When. What. Why. Who
I fatti risalgono a capodanno, e ancora non si è fatta chiarezza, né si sono attenuati i toni del dibattito. Quel che si sa, tra contraddizioni e smentite, è che a Colonia, la notte tra il 31 dicembre e il I gennaio, decine di donne sono state derubate, aggredite e molestate da uomini di origine «nordafricana e mediorientale», che secondo le testimonianze agivano in gruppi da cinque a trenta persone, approfittando della folla in festa nella piazza del Duomo, davanti alla stazione. Nei giorni successivi sono pervenute denunce di fatti analoghi ad Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Düsseldorf. Nelle notizie i numeri sono saliti dal centinaio a 516 denunce; la percentuale di quelle di aggressione sessuale varia dalla metà ai due terzi. Almeno uno o due gli stupri accertati, ed è confermato l’utilizzo diretto di petardi in un’aggressione. I fermati ad oggi sono 31, nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque dell’Iran e quattro della Siria, due cittadini tedeschi, un iracheno, un serbo e un cittadino degli Stati Uniti; 18 sono richiedenti asilo. Alcuni hanno già ammesso i crimini.
Tutto il resto deriva da congetture e speculazioni, all’origine di complottismi e metacomplottismi di sorta. Alla domanda sul perché la polizia non sia riuscita a intervenire efficacemente (il capo della polizia Wolfgang Albers si è dimesso l’8 gennaio), c’è chi ricorda i massicci stanziamenti di forze dell’ordine al confine con l’Austria, ma resta il dubbio sul motivo del rifiuto di rinforzi. Se le indagini fin da subito hanno escluso che si sia trattato di un’azione coordinata tra le diverse città, per Colonia il ministro della giustizia Heiko Maas (SPD) ha parlato di attacchi organizzati. Senza che l’affermazione abbia mai trovato conferma da parte della polizia federale, il ritrovamento di alcuni bigliettini con il frasario minimo dello stupratore, arabo-tedesco tedesco-arabo, secondo alcuni (pochissimi, per la verità) avvalorerebbe questa ipotesi. Se anche la cosa venisse confermata, bisognerebbe chiedersi, organizzati da chi e con quale scopo. Una prova di forza dell’«islam radicale»? Un complotto ai danni della cancelliera Merkel e della sua politica di apertura delle frontiere, prontamente rivista? Una buona occasione per poterla rivedere?
Altre domande riguardano il ritardo, tanto della stampa quanto della polizia, nel riportare l’accaduto, inizialmente sminuito o passato sotto silenzio. Non manca chi, procedendo per acrobazie speculative, si chiede se anche dietro questo fatto non ci sia una strategia: queste cose sarebbero in realtà all’ordine del giorno (soprattutto dove regna il «degrado», come nell’area della stazione di Colonia), ma solo questa volta sarebbe stato deciso di levare la censura – che poi a dirlo sia Gabriele Adinolfi, uno dei fondatori di «Terza Posizione», è solo un motivo in più per lasciar perdere. Va detto che, se si voleva arginare il rischio della caccia all’immigrato, non solo si è mancato l’obiettivo (lo dimostrano la manifestazione del gruppo neonazista Pegida a Lipsia, leaggressioni a Colonia contro pachistani e siriani e i vari strepiti in difesa delle «nostre donne»), ma si è peggiorata la situazione e le congetture – soprattutto nella stampa italiana – hanno raggiunto il parossismo: «La Repubblica» è uscita con un titolo in prima pagina su eventi non confermati, subito segnalato da Mattia Salvia su «Vice», e un video girato a piazza Tahrir nel 2012 è passato in un telegiornale nazionale come inerente ai fatti.
È anche circolata l’ipotesi che le aggressioni sessuali siano state un diversivo rispetto al reale intento del borseggio: se anche così fosse, resta il fatto che la violenza si è perpetrata da parte di uomini ai danni di donne, e pensare altrimenti non riduce la disponibilità che è stata attribuita ai loro corpi in quel frangente.
Questa è dunque la prima cosa certa: gli attacchi si sono verificati contro donne, da parte di uomini ritrovatisi in una singolare «sintonia di intenti» nei loro confronti. Inoltre, tra gli assalitori c’erano migranti. Il fatto che si sia generato questo polverone mediatico intorno a notizie così scarse e confuse la dice lunga su quanto – ed è la seconda cosa certa – la relazione tra ‘questione migratoria’ e ‘questione femminile’, tra presenza di migranti in Europa e funzione sociale attribuita alle donne, per molti costituisca un problema.
Sotto accusa. Una rassegna
Come segnala il titolo dell’intervento di Ida Dominijanni, «L’indice di Colonia», le accuse piovono da ogni parte, ed è curioso che nel mirino ci sia quasi sempre una donna. A cominciare dalle vittime delle aggressioni: infatti, si può forse considerare un’accusa indiretta o implicita quella di chi, per rimetterle al loro posto, si è preso la libertà di esercitare su di loro il dominio nella più classica delle forme: la violenza.
C’è poi l’accusa di chi pronuncia discorsi – immancabili in ogni vicenda di questo tipo – che mettono in dubbio la veridicità o la gravità dell’episodio, cosa che si è verificata già nel ritardo con cui sono stati resi noti i fatti. Arresi all’evidenza, si prova allora a insinuare il sospetto della provocazione: vuoi che non ci sia stato qualche ammiccamento, qualche segno di intesa, sia pure poi travalicato e frainteso? Se però ciò che viene frainteso come segnale di disponibilità è il semplice mostrarsi indipendenti dalla compagnia di un uomo, la presunzione si fa più difficile.
E invece a colpevolizzare le vittime, sembra, ci è riuscita proprio una donna, il sindaco di Colonia Henriette Reker (tra l’altro accoltellata nella recente campagna elettorale da un estremista anti-immigrati), stilando un codice di comportamento per le donne, che prevede le inedite misure di sicurezza di muoversi in compagnia e di tenersi a distanza di un braccio dagli sconosciuti: l’hashtag #einearmelaenge è virale e, per contrappasso, ha messo sotto accusa anche lei, che probabilmente stava solo dicendo «parole di buon senso».
Una variante di questo ritornello dal presupposto che, per il suo bene, una donna non debba girare ‘da sola’, e anzi vada tutelata, è fornita dai paladini dei valori dell’Occidente: «difendiamo le nostre donne» è il grido di chi, da Pegida a Bruno Vespa, volendo proteggere, resta coerente con la condotta di protettore, alla quale si sono attenuti tutti coloro che, quando il john di turno era bianco ed europeo – o, si è dato anche il caso, era il Presidente del Consiglio –, a fornire corpi femminili non si facevano remore.
Ma non si può lasciare alla destra xenofoba e sessista il compito di dare una risposta politica a questa vicenda, ed è così che si levano i cori ‘da sinistra’, dove sarebbe in atto un vero e proprio «armageddon». L’indecisione nella presunta alternativa tra «chiudere le frontiere e chiudere gli occhi» si fa amletica: dove sono le femministe quando servono? Così si corre il rischio di perdere presa sulla difesa tanto dei diritti, quanto delle conquiste di libertà femminili – come se queste fossero state raggiunte in un momento della storia, passato il quale il compito delle femministe si riduce a verificare di tanto in tanto che le donne abbiano ancora il diritto di voto.
A dire il vero, il dito contro il «silenzio delle femministe», almeno nella stampa italiana, viene puntato per lo più da donne, e per lo più da destra, in un modo che, quanto il precedente, riesce ad essere sia patriarcalista, sia razzista. Sono però innegabili le aspettative dell’area socialdemocratica, che vorrebbe le donne in prima linea nella difesa dello stato di diritto, prodotto di quella ‘civiltà’ in cui la legge promette tanto l’asilo a chi se lo merita, quanto alle donne che i loro stupratori non resteranno impuniti. Il presupposto è che le aggressioni di Colonia rappresentino un’aggressione all’umanità tutta, che le vittime non siano state aggredite in quanto donne, bensì in quanto soggetti di uno spazio politico fondato su trasparenti garanzie formali, oggi messe brutalmente alla prova; ma che al tempo stesso tocchi a loro, in quanto donne, salvarne le sorti.
A questo proposito bisogna dire – oltre al fatto che in piazza le femministe sono sceseeccome – che qualche presa di parola femminile che andasse nella direzione della «tenuta democratica», con tutte le contraddizioni del caso, c’è stata: alcuni esempi sono Federica Mogherini, Anna Paola Concia, Laura Boldrini e Cécile Kyenge, quest’ultima con un’articolata risposta a Lucia Annunziata (le ‘contraddizioni del caso’ consistono nella reticenza ad ammettere, per le prime due, che una differenza di potere tra maschi e femmine esiste anche in Europa; e, per le ultime due, che non è la stessa cosa nascere femmina in Germania o in Iraq).
Peraltro, la maggior parte delle femministe è riuscita a segnalare il pericolo nascosto dietro al comprensibile timore di rendersi complici delle retoriche razziste senza colpevolizzare le proprie compagne, bensì esortandole a organizzare una politica femminista al di là delle «sordide strumentalizzazioni». Non tutte hanno saputo fare altrettanto (due esempi a loro modo sono Annalisa De Simone e Lorella Zanardo), e non tutte hanno accolto l’esortazione: così, se c’è chi ha corso il rischio, per decostruire i vari deliri sullo scontro di civiltà, di abbassarsi allo stesso livello, c’è anche chi non si è fatta sfuggire l’occasione per rilanciarli. È il caso di Lucia Annunziata.
L’ultimo atto di accusa di questa rassegna è appunto il suo, rivolto contro tutte coloro che avrebbero dovuto sentirsi chiamate a prendere posizione, sulla base quasi scontata del ruolo istituzionale che ricoprono e dell’anatomia che rivestono. Ma si sa, viviamo in un’epoca in cui bisogna avere un’opinione su tutto: l’invito a esprimersi in questo caso va accolto, anche se si risponde soltanto a uno (fosse anche a nessuno) dei due requisiti indicati.
«Contro il razzismo»: l’accoglienza
Probabilmente, più che alla novità dell’accaduto, il motivo del rapido inasprirsi del dibattito è dovuto al grande disorientamento di cui in Europa il pensiero – per tacere del pensiero ‘di sinistra’ – è preda, da qualche decennio a questa parte (la stessa rivista che ospita il presente intervento nasce dall’esigenza di articolare questo disagio e di partire alla ricerca del bandolo della matassa). Questo, almeno a sinistra, è in parte spiegabile con il fatto che i processi nei quali la sinistra si è imbarcata hanno prodotto contraddizioni che essa non è in grado di governare.
Per quanto riguarda la vicenda in analisi, il disorientamento così evidente in particolare nel dibattito italiano può forse essere spiegato con la rigidità a distogliere lo sguardo dal filtro concettuale dell’accoglienza. Attenzione: individuare nella difficoltà a pensare al di fuori dallo schema dell’accoglienza la radice di un problema non significa ritenere che il problema sia l’accoglienza come fatto. Si vuole suggerire, piuttosto, che almeno parte del problema stia nella retorica sulla base della quale, finora, si è giustificata la ‘scelta’ di accogliere (così come le modalità, i tempi, gli spazi, i soggetti e gli oggetti dell’operazione).
In questo momento siamo come il pesciolino hegeliano dentro la boccia di vetro, convinto che tutto lo spazio intorno a sé sia fatto di acqua: basterebbe spostare il punto di vista per scoprire che la boccia di vetro non è che un punto nello spazio. Ma siamo talmente abituati a pensare che l’Europa sia il centro di quello che accade sul pianeta che anche per la vicenda di Colonia è difficile trovare qualcuno che non abbia tirato in ballo l’accoglienza, in un senso o nell’altro, dal papa a Lucia Annunziata, da DaciaMaraini a Massimo Cacciari. Come se tutto dipendesse dall’alternativa tra apertura e chiusura delle frontiere, dall’ampiezza dell’imbuto o dal criterio di selezione all’ingresso.
D’altronde siamo un Paese di forte tradizione cattolica, ed è certo un merito di quella cultura se migliaia di persone sono state nutrite e vestite: in parte, forse, è anche merito della sua persistente produttività politico-sociale se finora ha retto l’argine contro il neofascismo e se certe idee non hanno ancora trovato un radicamento sociale di massa. Ma che l’unica alternativa ai vari Matteo Salvini, Gianluca Iannone e al loro combinato disposto sia una visione moralizzata della politica non serve a evitare che questo prima o poi accada, e anzi pone gravi problemi.
Specularmente al ragionamento per cui ogni migrante è una minaccia, il meccanismo dell’accoglienza finora ha funzionato sulla base del presupposto per cui chi arriva è una vittima innocente dei cattivi della Terra, che vanno da chi gli sparava in Africa a chi gli incendia la casa in Europa: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Ma il meccanismo perde produttività politica e si inceppa non appena si scopre che qualcuno di questi beau sauvage del XXI secolo non era né bello né buono. Sembra di poter dire, pertanto, che l’equazione migrante=cattivo è la stessa per cui migrante=buono, solo invertita di segno: è la stessa operazione di chi, da un unico punto di vista, esprime un giudizio morale e si arroga il diritto (e pensa di avere la forza) di decidere di volta in volta chi è buono e chi no. Il che pertiene, per diverse ragioni storiche, anche al portato teorico-politico che il cristianesimo ha non solo in ambito cattolico, ma anche in ambiti pienamente laici e secolarizzati.
Se cominciassimo a pensare ai migranti, invece che come vittime, come attori di scelte, forse scopriremmo che il mondo non è fatto di buoni e di cattivi, ma di persone che agiscono all’interno di condizioni storiche almeno in parte modificabili, sulle quali si può intervenire politicamente: insomma, che si muovono dentro rapporti di forza sovvertibili. A quel punto scopriremmo anche che, mentre ci sono modi e modi per provare a gestire (o non gestire, come lamenta Cacciari) i processi migratori in atto – una ‘gestione’ il cui risultato dipenderà tanto dalle istituzioni quanto dai soggetti, tanto dai governi quanto dai migranti –, l’opzione della chiusura delle frontiere e l’ultima parola sull’ampiezza dell’imbuto o sul criterio di selezione non sono a nostra disposizione.
Intermezzo
Nonostante ciò, è stato proposto di «costruire un doppio percorso nell’accoglienza»: ammettere soltanto donne, vecchi e bambini e segregare i maschi adulti in attesa di accertare che non siano dei ‘malintenzionati’ («davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita?»). Se la fattibilità e l’auspicabilità della proposta hanno suscitato, oltre ai legittimidubbi, anche un certo stupore, occorre far presente che chi l’ha enunciata, Lucia Annunziata, non è nuova a questo tipo di provocazioni: basta ricordare certe sue posizioni del 2003. Oggi denuncia «le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all’indietro tutte le società musulmane», rispondendo così con voce femminile all’antifona neocoloniale del neodirettore de «La Stampa» MaurizioMolinari (prontamente smascherato dai Wu Ming su «Giap», ma non solo da loro), un’antifona dalla quale a quanto pare non si salva neppure il nostro Meridione.
La novità di questi giorni rispetto ai discorsi di 13 anni fa è che in questo caso ne va della sicurezza e dell’indipendenza delle donne occidentali: «non voglio pensare che … le nostre figlie vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro», scrive la direttrice dell’edizione italiana dell’«Huffington Post». Questa affermazione presuppone l’idea che la libertà e i diritti vengano e vadano conquistati secondo un percorso lineare vero in ogni tempo e in ogni luogo, per accumulazione. Ma la storia non funziona così, né ‘da noi’ – e lo sa bene chiunque in Italia cerchi di abortire, avvalendosi del risultato di un referendum risalente a 35 anni fa – né fuori dall’Europa – a meno di relegare al regno delle fiabe la condizione in cui le donne versavano nel mondo arabo prima delle rivoluzioni islamiche della seconda metà del Novecento (ve la ricordate Marjane Satrapi?).
Inoltre, se Annunziata e Maraini possono pensare che in Europa l’esercizio di alcuni ‘diritti’ sia ormai un fatto naturale, è anche perché parlano da una posizione privilegiata: loro, anche grazie al proprio lavoro, si sono effettivamente emancipate, ma non tutte siamo in questa condizione. Peraltro questa loro indipendenza, che attiene sicuramente all’ambito economico e sociale, sembra essere meno vera per quello intellettuale, dove entrambe dimostrano un’insospettabile subalternità alle logiche patriarcali: la preoccupazione prioritaria di entrambe resta la «civiltà occidentale», della quale la libertà femminile sarebbe soltanto un aspetto («un’operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio … mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida [a] noi, l’Europa tutta»).
Le false contraddizioni
Il cortocircuito interno alla cultura europea, pertanto, sembra insistere sull’incapacità di leggere i fenomeni politici in modo indipendente dalla morale, che resta l’unico metro per misurare tanto la lunghezza delle gonne quanto la bontà delle intenzioni di chi chiede un permesso di soggiorno. La morale si configura come un dispositivo storico di dominio a un tempo razziale e sessuale, e rischia di farci parlare del nostro ombelico perdendo di vista quello che succede. In tal senso, l’ossessione sulla salvaguardia dei nostri ‘stili di vita’ ha la stessa matrice moralistica dell’accoglienza: basti ripensare ai tempi di «je suis Charlie», un anno fa, quando curiosamente il dibattito si concentrò quasi soltanto sulla libertà di stampa, come se questa fosse non solo l’unico viatico per una politica giusta, ma anche una sorta di esclusiva dell’Occidente, un costume acquisito con l’Illuminismo e mai più dismesso. ‘Europa: liberali dal 1789’.
Peraltro, sulla vicenda di Colonia gli autori di «Charlie Hebdo» si sono ancora una volta distinti per la profondità di analisi e la raffinatezza della satira, tirando in mezzo niente meno che il bimbo annegato l’estate scorsa sulle coste turche, finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Il titolo recita «che cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?», e la didascalia «smanacciatore di chiappe in Germania». Nel disegno, immancabili tanto il naso da maiale per gli uomini all’inseguimento, quanto la procacità delle forme per la donna in fuga. Dietro la sfida a un pregiudizio moralistico (quello delpolitically-correct), c’è qui la grave riaffermazione di un duplice giudizio morale, che pretende di valutare tanto la ‘natura’ del migrante quanto la ‘natura’ femminile.
Nel momento in cui ci mostra che le soggettività non sono né omogenee né neutre, perché sono attraversate da contraddizioni (e questo vale tanto per la razza quanto per il genere, ma anche per la classe), la vicenda di Colonia deve anche insegnarci che i soggetti non sono né buoni né cattivi. Libertà di stampa, accoglienza, scontro di civiltà: se risultano ‘fuori tema’ rispetto all’accaduto, è perché sono tutte espressioni di un punto di vista autocentrato. Si attorcigliano in dibattiti sterili, interni allo stesso modo di vedere le cose, sempre più distante dalla realtà. Libertà o censura, inclusione o esclusione, us or them – non occorre schierarsi da nessuna delle due parti: si tratta di semplici depistaggi rispetto al reale conflitto in atto, che questa volta è emerso nella forma del patriarcato.
«Contro il sessismo»: la violenza
In molte hanno provato a dire che neppure in Europa la condizione delle donne è esattamente idilliaca: tra le altre, Natalia Aspesi non ha dubbi che i maschi europei siano violenti, e mentre Dinah Riese, Nina George, Stefanie Lohaus e Anne Wizorekargomentano che la violenza sessuale non è questione di religione/cultura/etnia,Loredana Lipperini, con una mossa astuta (adoperata anche da Kyenge), ricorda la lunga storia delle violenze di genere perpetrate dai maschi bianchi nei territori coloniali – enon è il caso di risalire molto indietro nel tempo.
Dire che anche l’europeo è capace di violenza sessuale significa semplicemente riconoscere il patriarcato come fenomeno globale (ci riescono persino alcuni uomini): un fenomeno che si basa su una complessa struttura di pratiche, norme e istituzioni, che è funzionale alla riproduzione sociale e della quale l’aggressione sessuale è soltanto un aspetto. Una volta fatto ciò, occorre segnalare che esso si manifesta come rapporto di potere in modi diversi sulla faccia del pianeta, e si riproduce proprio grazie a questa differenza di condizioni. Se è vero che la manomorta sull’autobus a Roma è banale quotidianità, oltre a segnalare questa normalità come problema occorre ammettere che si tratta di un’eventualità molto diversa dal subire un processo per adulterio qualche chilometro più a est. E se riconoscere che c’è chi sta peggio non può essere motivo di conforto, neppure pensare che ciò che ci separa «dalle afghane [sia] giusto lo spazio di una gentile concessione» è di grande utilità.
Si è parlato di «scontro tra maschilismi»: a usare l’espressione è stato un non meglio identificato «giovane musulmano», richiamando molto da vicino le posizioni di MusaOkwonga e di Kamel Daoud. Se c’è della verità nelle sue parole, sta nel saper mostrare come, per una parte di coloro che hanno preso posizione, le donne siano soltanto l’argomento (l’oggetto) di un dibattito strumentale, che le chiama in causa per parlare d’altro, dando per scontata la loro sottomissione. Tuttavia, riducendo l’intero discorso pubblico a questo (errore in cui sembra incorrere ad esempio Giuliana Sgrena, e che invece Amalia Signorelli riesce a evitare), si rischia di non contemplare la possibilità di una sua presa in carico da parte femminile: questi maschilisti, mentre sono alle prese con un delicato regolamento di conti interno sul modo preferibile per esercitare il dominio sui corpi delle donne, stanno pur sempre facendo un discorso che le riguarda.
Contro il patriarcato
Come per i migranti, se è vero che siamo sotto accusa, è altrettanto vero che non è utile pensarci come vittime. Dobbiamo capire che, «come sa ogni donna che quotidianamente lotti insieme ai migranti», l’antirazzismo non basta: per uscire dalle false contraddizioni e aggirare lo scontro tra maschilismi, afferma Giulia Siviero, una mossa del cavallo è possibile tramite il femminismo. Proprio grazie al femminismo, possiamo condannare i fatti di Colonia senza essere razziste.
La via d’uscita dall’apparente impasse, quindi, sta nel capire questo: che, nelle parole di Paola Rudan, «le differenze specifiche relative ai modi, all’entità, alla legittimità pubblica di queste violenze … non sono dovute a valori universali, ma alla forza che le donne hanno saputo esprimere in Occidente come altrove … Affermare il carattere universale del patriarcato – l’omogeneità di una concezione della donna come oggetto pienamente disponibile – rischia di oscurare tanto le diverse condizioni all’interno delle quali esso si esprime, quanto la lotta che le donne hanno portato avanti e tuttora combattono per mutare quelle condizioni e conquistare spazi di libertà».
Di volta in volta, l’esito di questa lotta non dipende soltanto dalle donne, ma dipende specialmente dalle donne. Al giorno d’oggi, le punte più avanzate non sono certo tra chi risponde con un multiculturalismo grigio alla visione in bianco e nero dello scontro di civiltà, né tra chi si accanisce contro il mondo post-coloniale riproducendone le regole patriarcali: come ricorda Nicoletta Poidimani, sono in India, in Kurdistan, sono fuori dall’Europa. O meglio, per rubare un’ipotesi di Dominijanni, sono in ogni luogo in cui «il patriarcato diventa più aggressivo proprio [perché] scricchiola» (come secondo una sorta di ‘sindrome Houellbecq’, l’autore francese di romanzi fantapolitici sul declino della civiltà occidentale dovuto allo spadroneggiare delle donne, nell’inarrestabile ascesa di un islam che invece sa ancora tenerle a bada). Davvero basta leggere Zerocalcare per sapere che, su come funziona il potere, abbiamo poco da insegnare alle combattenti dell’YPG in Rojava.
La lotta contro il patriarcato non riguarda soltanto l’aggressione fisica – che sia quella universalmente condannata durante la giornata contro la violenza sulle donne, o quella quotidiana, che va dai social network ai soprusi in famiglia, dalle discoteche alla tratta delle schiave. Infatti non è una battaglia culturale: anche in Europa, è una battaglia politica, che si gioca nei parlamenti e per le strade, con la condanna delle violenze di capodanno e con le discussioni sulla maternità surrogata. È una battaglia che riguarda la possibilità (e chi se la prende) di ridiscutere i meccanismi riproduttivi delle società, i rapporti di potere che le costituiscono.

Fonte: Pandora Rivista di Teoria e politica

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