La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 3 febbraio 2016

Lo «storico» statuto degli autonomi spara colpi a salve

di Dario Banfi
Il Jobs Act degli autonomi arriva sul pianeta terra. Evento spettacolare annunciato da tempo, è atterrato sul suolo italiano giovedì, pilotato dal Consiglio dei Ministri. Un ddl dedicato in maniera esclusiva al mondo freelance che tratta per la prima volta i rapporti di lavoro autonomo in maniera indistinta. Professionisti e non ordinisti, partite Iva in regime ordinario, dei minimi o forfettario e anche le collaborazioni coordinate finiscono nello stesso calderone. Un fatto storico che riconosce finalmente che non esiste soltanto il lavoro a tempo indeterminato quale “contratto dominante e forma comune di rapporto di lavoro” (cit. legge Fornero), come ci hanno propinato le ben sette riforme del lavoro degli ultimi dieci anni.
Un evento importante, ma non privo di significative contraddizioni, visto che interessa soggetti che operano sul mercato in maniera diversa, hanno tutele e costi previdenziali differenti, tipologie di tassazione piuttosto variegate e condizioni di lavoro perfino contrastanti.
La pretesa universalità del disegno, a conti fatti, è un buon incipit, ma non sembra porre forti discontinuità col passato. In verità i temi ci sono: fisco, previdenza, malattia, pagamenti, formazione. Manca la profondità dell’azione, mancano incisività e coraggio. Ben venga la norma che sancisce il diritto a un risarcimento quando si realizza un eccessivo squilibrio contrattuale tra le parti in favore del committente. Ma di quale risarcimento si tratta? Si pensi ai contoterzisti, che pagano solo se a loro volta sono pagati. Davvero questa norma li metterà in riga? Direttori amministrativi di multinazionali, agenzie di consulenza e rivenditori di servizi stanno tremando di paura: oddio, adesso i freelance vanno pagati a 60 giorni! È proprio così?
La norma, come si può intuire, ha più un valore etico che intimidatorio o regolativo. Senza sanzione certa non ha efficacia. Ben venga, poi, anche la deducibilità delle spese di formazione. Era ora. Come si combini questa novità con il regime forfettario non è, però, dato sapere: il braccio destro, la legge di stabilità, non sa che cosa fa il sinistro, la norma approvata giovedì in Cdm. Non sono forse i più giovani, che accedono al mercato con regime forfettario, i soggetti con un maggiore bisogno di formazione e orientamento al lavoro? L’idea stessa che i centri per l’impiego possano orientare i consulenti è tanto una sfida necessaria quanto un’evidente bufala, inattuabile nel nostro sistema. Una buona opportunità per le Agenzie per il lavoro, meglio strutturate. Non per il settore pubblico.
L’allungamento del periodo di congedo parentale è, invece, una buona cosa, ma a essere franchi il permesso concesso alle neo mamme di lavorare anche nei cinque mesi di maternità è un puro formalismo. Era una prassi consolidata da tempo, basata sull’espediente di fatturazione posticipata. Non per furbizia, ma per necessità. La discontinuità lavorativa è la morte del lavoro autonomo e nessuno può permettersela, né prima né dopo la gravidanza. Non cambierà nulla in pratica. É vero, si dirà, è stato riconosciuto un diritto. Il principio sacrosanto, però, non è stato esteso all’intera vita del lavoratore autonomo: l’idea che sia per lui necessario avere fonti di reddito nei momenti di difficoltà (che siano dovuti alla vita familiare o alla mancanza di lavoro) resta il vero nodo irrisolto.
Il ddl non prevede alcun sostegno al reddito. Limature su Asdi, Naspi e chi vuole aggiungere sigle le metta, ma niente di niente sul fronte della tutela reale del freelance quando è senza lavoro. Nessuna indicazione affinché Inps o Casse private possano provvedere a modernizzare i sistemi di assistenza e tutela della disoccupazione dei lavoratori indipendenti. S’interviene soltanto sul blocco dei contributi Inps al 27% e neppure in maniera strutturale, lasciando insoddisfatto – si noti anche in questo caso la contraddizione dei tempi moderni – proprio chi nove anni fa decise di alzare le aliquote, firmando il Protocollo sul Welfare.
Il punto davvero dolente, tuttavia, è quello legato alla malattia. La regola che sospende il rapporto di lavoro autonomo per malattia o infortunio è ricca di buone intenzioni, ma ai committenti, si sa, interessa chiudere i progetti in tempo. Il resto, il rientro dopo la malattia, è un inedito per i freelance che non è dato ancora sapere se e come potrebbe avvenire. Del tutto inadeguata, invece, la decisione di equiparare la malattia grave a degenza ospedaliera: un tumore non è un’infiammazione dell’appendicite, la cronicità di alcune malattie invalidanti non è come la polmonite. Non ci vuole un gran genio per capirlo. Su questo non c’è nulla da brindare, non è un diritto acquisito. É un’aberrante stortura che non rispetta la dignità del lavoro e della persona. Più che sulle altre norme, è su questa che serve un’immediata revisione del testo. È sicuro, la norma non garba affatto al mondo freelance, che si è già fatto sentire su questo punto e lo farà ancora.

Fonte: pagina99.it

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