La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 21 ottobre 2015

Maker Faire, il glamour high-tech e l’utopia della condivisione

di Benedetto Vecchi
I cac­cia­tori di inno­va­zione si muo­vono accorti. Fre­quen­tano le uni­ver­sità, ma anche le strade; sono come i «cac­cia­tori di ten­denza» per il mondo dorato delle fashion house. Devono cioè essere interni a uno stile di vita, ma man­te­nere la giu­sta auto­no­mia, per­ché rispon­dono ai loro com­mit­tenti. Pos­sono però tra­sfor­marsi in società di inter­me­dia­zione tra gli «inno­va­tori» e le imprese. Ma per fare que­sto signi­fica orga­niz­zare un «evento» che rac­colga entrambi gli «attori» in uno stesso spa­zio. Il Maker Faire ita­liano segue que­sta logica. L’appuntamento che si è svolto tra gio­vedì e dome­nica della scorsa set­ti­mana ha costi­tuito la spe­ri­men­ta­zione di una dispo­si­tivo che garan­ti­sce un flusso di inno­va­zione tra makers e imprese basato sulla «cat­tura» da parte di quest’ultime delle cono­scenze e dei pro­to­tipi svi­lup­pati al di fuori delle loro mura.
Ante­nati blasonati
Ma se que­sta ridu­zione dell’innovazione a merce da acqui­stare sul mer­cato è il dato che emerge dai suc­cessi delle fiere dei makers, sono altri gli ele­menti che sono aggres­si­va­mente entrati in scena. Si tratta di quel pro­cesso, varia­mente decli­nato teo­ri­ca­mente negli scorsi anni, che vede la con­di­vi­sione delle cono­scenze tra­sfor­mata da pos­si­bile alter­na­tiva all’economia di mer­cato a nuova fron­tiera di un «capi­ta­li­smo estrat­tivo» che attinge al lavoro di ricerca di gio­vani lau­reati in cerca di suc­cessi imprenditoriali.
I makers hanno d’altronde ante­nati bla­so­nati, almeno negli Stati Uniti. È da oltre tre decenni che la rivo­lu­zione al sili­cio è rac­con­tata come la som­ma­to­ria di tanti epi­sodi che hanno molte varianti, ma un’unica inva­rianza: quei gio­vani talen­tuosi che si riu­ni­scono in un ano­nimo garage o scan­ti­nato per dare forma a pro­to­tipi che cam­bie­ranno la loro vita. L’innovazione qui è descritta come un fat­tore neu­tro, indif­fe­rente al mondo delle cor­po­ra­tion. Cioè che conta, in que­sta grande fic­tion nar­ra­tiva, è il suc­cesso nell’aver tra­sfor­mato un’intuizione in un pro­dotto, con­di­vi­dendo le idee con i pro­pri simili, in un deli­cato equi­li­brio di coo­pe­ra­zione e com­pe­ti­zione. Quel che conta, tut­ta­via, è che l’innovazione veniva comun­que ricon­dotta alle regole bron­zee del capi­ta­li­smo, attra­verso l’acquisizione di quelle cono­scenze da parte delle imprese oppure che in quel gruppo di gio­vani talen­tuosi emer­gesse una figura che «imma­gi­nasse» come tra­sfor­mare un’idea in impresa. Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuc­ke­berg, Ser­gej Brin e Larry Page ven­gono tutti da una espe­rienza di con­di­vi­sione e socia­liz­za­zione delle conoscenze.
Siamo però all’archeologia del «movi­mento dei makers». Ciò che ha fun­zio­nato come un ampli­fi­ca­tore di que­sto movi­mento è l’articolato cor­pus teo­rico che ha annun­ciato l’avvento di una eco­no­mia post­ca­pi­ta­li­sta gra­zie alla dif­fu­sione virale di espe­rienze basata sulla con­di­vi­sione delle cono­scenze. Michel Bau­wens ha par­lato di peer to peer pro­duc­tion, facendo espli­cito rife­ri­mento sia al soft­ware open source che all’antica con­sue­tu­dine delle terre comuni nelle comu­nità con­ta­dine nel Sud glo­bale del pia­neta; Chris Ander­son ha invece pre­fe­rito qua­li­fi­care tutto ciò come sha­ring eco­nomy, evo­cando la carat­te­ri­stica della natura umana a vivere in società e le pra­ti­che di buon vici­nato e di valo­riz­za­zione dell’individuo che hanno scan­dito, secondo que­sto agit-prop del neo­li­be­ri­smo, lo svi­luppo sto­rico degli Stati Uniti.
Sono diversi modi che, al di là dell’ingenuità che li con­trad­di­stin­gue nel con­si­de­rare la con­di­vi­sione il deus ex machina per fuo­riu­scire dal capi­ta­li­smo, regi­strano il fatto che l’innovazione non è solo pre­ro­ga­tiva delle imprese, uni­ver­sità e cen­tri di ricerca, ma è un pro­dotto sociale. Attiene cioè alla facoltà umana di con­di­vi­dere idee, cono­scenze, in un milieu di talento indi­vi­duale, seren­di­pity, vira­lità nella dif­fu­sione delle infor­ma­zioni. Ma ciò che dif­fe­ren­zia i makers dai loro fra­telli mag­giori è il fatto che il capi­ta­li­smo non è in una fase espan­siva, bensì in una crisi ormai per­ma­nente. I makers sono dun­que rap­pre­sen­tati come l’ultima, fasci­nosa e tut­ta­via ambi­va­lente incar­na­zione dell’«imprenditore di se stesso» cara ai can­tori del neoliberalismo.
Desi­de­rio di reddito
Secondo que­sta vul­gata neo­li­be­rale, l’innovazione non può quindi che essere un fat­tore eso­geno. Per le imprese è una ridu­zione dei costi nel set­tore ricer­che e svi­luppo, dele­gando ai sin­goli o alle start up i «rischi di impresa». E chi «ester­na­lizza» sono anche le uni­ver­sità. In pre­senza di una costante ridu­zione degli inve­sti­menti pub­blici – ele­mento macro­sco­pico in Ita­lia, ma pre­sente, sep­pur in misura minore anche in altri paesi euro­pei e negli Stati Uniti – nella for­ma­zione, la ricerca scien­ti­fica diventa un oggetto del desi­de­rio per sod­di­sfare il quale vanno cer­cati capi­tali presso i pri­vati, poco pro­pensi però ad inve­stire nell’università. I makerssono gio­vani lau­reati, desi­de­rosi di con­ti­nuare le loro ricer­che, ma anche attratti dalla pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare in fonte di red­dito l’attività di ricerca. Quanto i loro sforzi siano coro­nati dal suc­cesso è que­stione tutt’ora aperta. Che il loro con­tri­buto allo svi­luppo eco­no­mico sia signi­fi­ca­tivo è altret­tanto dif­fi­cile da quantificare.
Negli Stati Uniti, patria indi­scussa dei makers, è forte l’idea che così facendo pos­sono fio­rire dieci, cento, mille Steve Jobs o Mark Zuc­ke­berg. Sta di fatto che l’impasto di high-tech, talento e rela­zioni di pros­si­mità trova un con­te­sto dove ripro­dursi, costi­tuendo un ele­mento di com­ple­men­ta­rietà alle stra­te­gie di mul­ti­na­zio­nali come Goo­gle, Apple. Gran parte delle app svi­lup­pate per le società di Cuper­tino o di Moun­tain View arri­vano infatti pro­prio dal mondo makers. Più pro­sai­ca­mente in Ita­lia, il suc­cesso di Maker Faire rivela una ten­denza indi­vi­duale (o di pic­colo gruppo) per solu­zioni a una disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale e qua­li­fi­cata. Ma anche che l’innovazione è «cat­tu­rata» dalle mul­ti­na­zio­nali, come testi­mo­nia le spon­so­riz­za­zioni «pesanti» all’appuntamento romano. Più che fuo­riu­scire dal capi­ta­li­smo, i makers sono nodi di una rete pro­dut­tiva incen­trata sull’innovazione. E non occorre nep­pure scan­da­liz­zarsi che tra gli inter­me­diari ci siano capi­ta­li­sti di ven­tura, l’ospite inat­teso per chi pen­sava che la sha­ring eco­nomy fosse la via mae­stra per con­ci­liare capi­ta­li­smo e coo­pe­ra­zione, mutuo soc­corso e logi­che siste­mi­che di mercato.

Fonte: il manifesto 

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