La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 21 ottobre 2015

Per le città e i territori dell’accoglienza. Un appello

Le città sono sto­ri­ca­mente i luo­ghi della con­vi­venza umana, quali che siano le diverse forme di que­sta con­vi­venza. Sono luo­ghi di socia­liz­za­zione, di incon­tro, di scam­bio, di rico­no­sci­mento dell’altro, di inno­va­zione. In esse la con­vi­venza non è neces­sa­ria­mente paci­fica, ma da sem­pre in essi si mate­ria­liz­zano le rela­zioni tra dif­fe­renti cul­ture e le oppor­tu­nità di un’accoglienza dell’altro.
Tut­ta­via il motto: l’aria della città rende liberi si è pro­lun­gato ben oltre l’epoca in cui gli schiavi sot­to­po­sti al lavoro nei campi pote­vano diven­tare real­mente liberi se aves­sero tro­vato lavoro in città. Per­ché la città è stata sem­pre il luogo delle oppor­tu­nità, degli incon­tri, della cul­tura, dell’accoglienza. Oggi il para­digma domi­nante dell’economia neo­li­be­ri­sta, basato sul mito dell’affermazione indi­vi­duale, è pre­valso anche nella poli­tica della città, nella vita quo­ti­diana della città; si è dif­fuso mole­co­lar­mente nelle rela­zioni tra gli indi­vi­dui.
Così che la città da oikos e culla, grembo materno, rifu­gio, si è tra­sfor­mata in un incubo, in un pae­sag­gio dar­wi­niano dove soprav­vive solo «il più adatto».
E le città euro­pee sono sem­pre state luo­ghi nei quali le dif­fe­renze spe­ci­fi­che non hanno mai dato vita a rigide poli­ti­che delle iden­tità. L’aria delle città ren­deva liberi anche per­ché le realtà comu­nali sono sem­pre state luo­ghi di incro­cio tra iden­tità diverse, labo­ra­tori di metic­ciato, a dif­fe­renza degli Stati uni­tari che hanno spesso per­se­guito obiet­tivi iden­ti­tari basati sul rap­porto esclusione/inclusione.
E dalle città euro­pee sono par­titi i movi­menti cul­tu­rali, le inno­va­zioni poli­ti­che e scien­ti­fi­che men­tre le poli­ti­che basate sull’identità hanno mor­ti­fi­cato le spinte inno­va­tive pro­dotte all’interno di esse.
Uno degli argo­menti più a favore della glo­ba­liz­za­zione è stato quello che con essa si abbat­te­vano le bar­riere nazio­nali: nes­suno più osta­colo alla libera cir­co­la­zione delle merci e dei denari. E’ suc­cesso invece che gli stati nazio­nali, pur per­dendo parte note­vole della loro sovra­nità, stanno eri­gendo bar­riere fisi­che con­tro i «nemici» che pro­ven­gono dai paesi del sud del mondo per difen­dere l’opulenza con­qui­stata attra­verso il colo­nia­li­smo pre­da­to­rio. Così l’Europa rin­nega, come molti auto­re­voli stu­diosi hanno fatto rile­vare, la sua grande tra­di­zione di luogo di incon­tro e di scam­bio, di culla ori­gi­na­ria di una cul­tura e di una scienza alla base della civiltà moderna.
La voca­zione dei ter­ri­tori e delle città non è quella di essere luo­ghi cul­tu­ral­mente autar­chici e segre­ga­tivi. Al con­tra­rio sui ter­ri­tori si intrec­ciano sto­rie e nascono nuove iden­tità per­ché essi sono gli esiti di una lunga coe­vo­lu­zione tra cul­tura e natura, così come le città sono plu­ri­mondi di vita.
Noi appar­te­nenti alla Società dei Ter­ri­to­ria­li­sti che col­ti­viamo l’idea di un ter­ri­to­rio come intrec­cio di vita umana e natura, ci dichia­riamo con­trari a ogni costru­zione di muri, con­trari ai respin­gi­menti umani, con­trari all’uso di esso come luogo di discri­mi­na­zione e sepa­ra­zione, con­trari a ogni forma di difesa iden­ti­ta­ria basata sul rico­no­sci­mento esclu­si­va­mente nazio­nale. Pen­siamo che si debba ricor­dare il ruolo fon­da­men­tale delle città come luo­ghi dello stare insieme, della con­vi­venza, della solidarietà.
E occorre ripen­sare i nostri ter­ri­tori e soprat­tutto le loro aree interne in via di spo­po­la­mento, come pos­si­bili con­te­ni­tori desti­na­tari di una rina­scita che veda nel migrante uno dei pro­ta­go­ni­sti: luo­ghi da cui ripar­tire come momento dell’accoglienza, per porre le basi di legami non solo occa­sio­nali; trama e ordito di un tes­suto sociale in cui si rico­no­scano e cre­scano le gene­ra­zioni future.
Oggi che milioni di dise­re­dati fug­gono dai pro­pri paesi per guerre, per fame, per cam­bia­menti cli­ma­tici inso­ste­ni­bili, le città euro­pee e i loro abi­tanti hanno l’opportunità, come suc­cesso recen­te­mente in molti comuni ita­liani, austriaci, ger­ma­nici, di acco­glierli per rico­struire il senso ori­gi­nale della città.
Il nostro non è dolce e inge­nuo buo­ni­smo. Sap­piamo che la con­vi­venza non è mai paci­fica, che essa ha un costo fatto di rinunce e di dolo­rose ibri­da­zioni. Sap­piamo che molte per­sone la sen­tono minac­ciosa; imma­gi­nano e temono che essa possa atten­tare alle loro sicu­rezze acqui­site spesso a caro prezzo e con grande sacri­fici. Ma se inse­guis­simo que­sta ten­denza tra­di­remmo il senso pro­fondo della nostra sto­ria euro­pea che ha nei ter­ri­tori e nei muni­cipi le sue più alte espres­sioni di civiltà.
Da que­sta sto­ria gran­diosa ci viene anche una lezione: è stato pro­prio il pro­cesso di ibri­da­zione di popoli e cul­ture svol­tosi in forme anche cruente per secoli nel Medi­ter­ra­neo a fare grande l’Europa, come ci ha inse­gnato Fer­nand Braudel.

* * * Alberto Magna­ghi (Pre­si­dente della Società dei Ter­ri­to­ria­li­sti), Paolo Bal­de­schi, Mario­lina Besio, Piero Bevi­lac­qua, Luisa Bone­sio, Paola Bonora Gian­luca Bru­nori, Roberto Cama­gni, Lucia Carle, Giu­seppe Demat­teis, Ser­gio De La Pierre, Fran­ce­sco Lo Pic­colo, Ser­gio Mal­ce­v­ski, Ezio Man­zini, Anna Mar­son, Otta­vio Mar­zocca, Mas­simo Morisi, Raf­faele Palo­scia, Gian­carlo Paba, Ros­sano Paz­za­gli, Luigi Pel­liz­zoni, Tonino Perna, Daniela Poli, Marco Sla­ni­slao Pru­sicki, Mas­simo Quaini, Save­rio Russo, Enzo Scan­durra, Gianni Scudo, Alberto Tarozzi, Giu­liano Volpe

Fonte: il manifesto 

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