La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 21 ottobre 2015

La magnifica allegria della rivoluzione

di Matteo Boscarol
Cali situata a circa 1000 metri sul livello del mare è la seconda città per gran­dezza in Colom­bia, per il cinema però rimane forse uno dei luo­ghi più impor­tanti dell’intera Ame­rica Latina. Nel 1971 arri­vano a Cali i gio­chi Pan-americani, mani­fe­sta­zione che nel bene e nel male cam­bierà per sem­pre il volto della città, da un lato le grandi infra­strut­ture e gli eventi ad essa legati e dall’altra il popolo che ancora vive in mise­ria e che resta ine­vi­ta­bil­mente tagliato fuori dai grandi giri di denaro che ruo­tano attorno ai gio­chi. Que­sta dispa­rità non fa che fun­zio­nare da coa­gu­lante per le forze crea­tive e rivo­lu­zio­na­rie delle nuove gene­ra­zioni di arti­sti che da quel momento in poi, come risve­gliate ed ani­mate da una pun­tura tanto dolo­rosa quanto vitale, per più di due decenni cam­bie­ranno il volto del cinema indi­pen­dente, ma non solo, colom­biano e latino ame­ri­cano. Si tratta nel par­ti­co­lare del Grupo de Cali, una varie­gata messe di arti­sti ope­ra­tiva dai primi anni set­tanta soprat­tutto nel cinema e nella scrit­tura e che ave­vano come luo­ghi di aggre­ga­zione il Cali Cine Club, la rivi­sta cine­ma­to­gra­fica Ojo al cine e la comu­nità arti­stica Ciu­dad Solar, dove vive­vano divi­dendo le pro­prie vite quasi tutti i mem­bri di que­sto col­let­tivo artistico.
Fra i pro­ta­go­ni­sti di que­sto gruppo, che prima di tutto era un gruppo di amici e che solo più tardi fu deno­mi­nata dai gior­na­li­sti Grupo de Cali, ricor­diamo almeno Car­los Mayolo, Andrés Cai­cedo, Her­nando Guer­rero e Luis Ospina.
Pro­prio quest’ultimo ha com­ple­tato quest’anno il suo ultimo lavoro, Todo comenzò por el fin (Tutto comin­ciò alla fine), un flu­viale docu­men­ta­rio dalla lun­ghis­sima gesta­zione, un lavoro con il quale Ospina riflette e riper­corre le tappe ed i motivi della nascita del gruppo. Il film, che è stato pre­sen­tato all’ultimo festi­val di Toronto e al Yama­gata Inter­na­tio­nal Docu­men­tary Film Fest in Giap­pone, spa­lanca una porta su un mondo a livello inter­na­zio­nale non troppo cono­sciuto ma meri­te­vole di (ri)scoperta. Un uni­verso arti­stico ricco di crea­ti­vità e ani­mato da spinte rivo­lu­zio­na­rie che, al di là del caso par­ti­co­lare colom­biano e suda­me­ri­cano, ha il pre­gio ancora oggi di illu­mi­nare molte pro­ble­ma­ti­che e ten­denze legate al cinema col­let­ta­neo ed indi­pen­dente tout court.
Dav­vero una caval­cata attra­verso i decenni, un tur­bine dove più di qual­cuno si è perso, uno dei mem­bri del gruppo fra i più crea­tivi ed attivi, l’attore e regi­sta Mayolo, è infatti scom­parso qual­che anno fa dopo una vita tutta tirata da alcol e dro­ghe. Il docu­men­ta­rio comin­cia pro­prio dalla fine, dalla malat­tia che ha col­pito Ospina quando ancora stava lavo­rando al pro­getto, in ospe­dale le scene girate di nasco­sto col cel­lu­lare lasciano poi il posto a molto mate­riale d’epoca ine­dito, foo­tage in 16millimetri, inter­vi­ste in digi­tale fatte nel corso dell’ultimo decen­nio anche con amici ora scom­parsi, scene di una cena fra gli ex-membri del col­let­tivo, ma anche spez­zoni dalle opere girate da Ospina, Mayolo e com­pa­gni negli anni che vanno dal 1971 al 1991.
La prima parte della pel­li­cola si sof­ferma sugli inizi e sulla comu­nità di per­sone che orbi­tava attorno alla Ciu­dad Solar, edi­fi­cio punto d’incontro per la vita arti­stica di Cali nei primi anni set­tanta, comu­nità che era foca­liz­zata sulla per­sona di Andrés Cai­cedo, scrit­tore di fama postuma (i suoi libri sono tra­dotti anche in ita­liano) poi sui­ci­da­tosi a soli ven­ti­cin­que anni nel 1977: dolore, depres­sione ma anche un senso del col­let­tivo e di amore libero che era magni­fi­cato dall’uso di sostanze ed in genere da una pre­di­spo­si­zione all’apertura tipica del periodo.
La seconda parte del lavoro si foca­lizza più sull’elemento cine­ma­to­gra­fico del gruppo, fra le opere citate e mostrate nel docu­men­ta­rio che più sono inte­res­santi, e pro­iet­tate fra l’altro anche a Yama­gata in pre­senza dello stesso Ospina, figu­rano il debutto di Ospina, Oiga, Vea! un corto girato in occa­sione dei già citati gio­chi Pan-americani del 1971, opera ricca di iro­nia che cri­tica la strut­tura clas­si­sta della mani­fe­sta­zione stessa. Una vera sor­presa per chi scrive è stato assi­stere alla pro­ie­zione di The Vam­pire of Poverty, un documentario/mockumentario ante lit­te­ram, rea­liz­zato nel 1978 da Mayolo e Ospina dove lo stesso Mayolo inter­preta un regi­sta senza scru­poli impe­gnato a girare un docu­men­ta­rio sulla povertà di Cali. Un pic­colo capo­la­voro, con le scene che si alter­nano fra il colore ed il bianco e nero per indi­care il falso docu­men­ta­rio ed il «vero docu­men­ta­rio», un sar­ca­smo tagliente indi­riz­zato verso il mondo del cinema poli­tico stesso, quello per par­tito preso ed acri­tico, che valse ai due colom­biani un ostra­ci­smo da parte di molto cinema mar­xi­sta e di sini­stra latino ame­ri­cano dell’epoca.
The Vam­pire of Poverty è nelle parole dello stesso Ospina «un film anar­chico» ancora tre­men­da­mente moderno e che è in fondo una feroce cri­tica di quella che Ospina defi­ni­sce porno-miseria, il cinema che usa(va) la povertà delle classi più indi­genti per attuare la pro­pria agenda e dimo­strare le pro­prie tesi, pro­ble­ma­ti­che più che mai attuali anche nella nostra contemporaneità-reality dove la realtà ed i fatti sem­brano esser diven­tati l’ultimo feticcio.
Una scelta da parte dei mem­bri del gruppo, su cui vale la pena di sof­fer­mare l’attenzione, è che deci­sero di non spo­sarsi e di non avere figli, di rinun­ciare volon­ta­ria­mente alla fami­glia, con­ti­nuando quindi anche supe­rati i 30 e 40 anni a dedi­carsi alla loro arte e pro­durre con i ritmi osses­sivi della gio­ventù. Una scelta che pro­ba­bil­mente per­mise loro, anche durante gli anni ottanta quando «in Colom­bia» — sem­pre parole del regi­sta — «tutto stava comin­ciando a crol­lare» fra il narco traf­fico, i car­telli, Esco­bar e la vio­lenza, di non intac­care l’indipendenza del gruppo che si estese anche al medium televisivo.
Ospina oltre a film abba­stanza cono­sciuti come Pura San­gre (1982) rea­lizzò infatti per il pic­colo schermo molti docu­men­tari, men­tre Mayolo tele­film o opere dal taglio spe­ri­men­tale, in un paese dove la media qua­li­ta­tiva erano, e sono ancora, le tele­no­ve­las, la cosa ha quasi del miracoloso.
Todo comenzò por el fin è oltre a tutto quanto scritto anche un’opera che ha il pre­gio di non pren­dersi troppo sul serio e cadere nella fatale nostal­gia dei tempi per­duti, spesso gli inter­vi­stati iro­niz­zano su sé stessi ed il modo in cui il lavoro è costruito non è per niente banale. Il docu­men­ta­rio infatti è sia quasi un sunto dei vari modi del cinema non-fiction, home video, spe­ri­men­ta­zione, inter­vi­ste, mate­riale d’archivio, docu­men­ta­rio poe­tico sia dei mezzi in cui esso può tro­var forma, digi­tale, pel­li­cola, bianco e nero e colore. Un’ultima nota solo per dire che molti dei lavori di Ospina si pos­sono vedere gra­tui­ta­mente e legal­mente sulla sua home­page lui​so​spina​.com.

Fonte: il manifesto 

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