La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 8 dicembre 2015

I drogati del web

di Carlo Formenti
Negli ultimi anni abbiamo assistito ai clamorosi “pentimenti” di alcuni guru della cultura digitale, alcuni dei quali – folgorati dall’improvvisa consapevolezza dei danni psicologici, sociali e culturali che certi discorsi rischiano di causare ai fanatici delle nuove tecnologie – si sono cosparsi il capo di cenere in libri come “Il lato oscuro della Rete” (di Nicholas Carr), “Tu non sei un gadget” (di Jaron Lanier) o “Alone Together” (di Sherry Turkle), per citare i più famosi.
L’ultimo protagonista di questo tipo di “conversione” è Greg Hochmuth, che a suo tempo ha lavorato come ingegnere del software per Instagram, il famoso social network che permette agli utenti di scambiare foto. A un certo punto, il nostro si è reso conto del fatto che alcune caratteristiche da lui progettate allo scopo di rendere il servizio irresistibile per gli utenti provocavano un vero e proprio stato di dipendenza, rendendoli incapaci di “uscire” dal sito.
E’ quello che alcuni studiosi dei fenomeni di Internet addiction definiscono Network Effect e che lo stesso Hochmuth, parlando con l’autore di un articolo nel New York Times che affronta l’argomento, non esita a paragonare al rapporto fra un organismo ospite e il suo parassita.
Al contrario degli autori citati in precedenza, Hochmuth non ha scritto un libro ma ha realizzato, assieme a Jonathan Harris, artista e informatico, un sito che s’intitola appunto Network Effect che offre ai visitatori una sorta di affascinante galleria di comportamenti umani e che – quasi a voler simboleggiare la necessità di staccare la spina – li disconnette senza preavviso e impedisce loro di accedere al sito per le successive 24 ore.
L’autore dell’articolo spiega poi che esistono dei professionisti sul tipo di quelli che lavorano per l’impresa di software GrowthHackers.com, i quali si occupano esclusivamente di progettare dispositivi di cattura dell’utente per conto delle Internet Company. “Il vero obiettivo, dichiara il CEO di GrowthHackers.com, non è arruolare nuovi utenti. Bensì trattenere quelli che avete già acquisito e fare in modo che siano loro ad attirarne altri”. Tristan Harris, esperto di etica del Web, sostiene che si tratta di tecniche paragonabili a quelle che alcuni chiamano “grilletti del piacere” e che le industrie di prodotti alimentari usano per indurre i consumatori a sviluppare forme di dipendenza dai propri prodotti. Ma il CEO GrowthHackers.com non si lascia impressionare e replica cinicamente: “che questo sia etico o no, sta di fatto che chi non si dà da fare per catturare l’attenzione del consumatore è destinato a fallire”.
Niente di nuovo commenterà qualcuno. Giusto, né sorprende rivedere applicate al Web pratiche che le grandi imprese commerciali conoscono e sfruttano da tempo. Ma la cosa più divertente (o deprimente, a seconda dei punti di vista) è che i nostri seduttori pentiti esprimono fiducia nel fatto che saranno le stesse leggi del mercato che hanno provocato i danni a consentire di porvi rimedio, nel senso che, prima o poi, le Internet Company troveranno certamente un sistema per estrarre profitti dallo sviluppo di tecnologie per monitorare e inibire i fenomeni di Internet addiction. C’è bisogno di commentare?

Fonte: MicroMega online 

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