di Fabio Cabrini
Il Gran Premio delle regionali francesi ha visto trionfare la vecchia Mercedes 770 riverniciata di azzurro, ma con gli interni ancora belli neri, guidata dalla sorridente Marin Le Pen, che ha ottenuto 29 punti contro i 26,73 dell'elegante spider blu di Nicolas Sarkozy e i 23,21 di quella rosa pallido del grigio Hollande. La vittoria della paura? Solo un miope potrebbe negare che i vili attentati del 13 novembre non abbiano dato una spinta decisa al partito xenofobo e populista più grande d'europa. Secondo i sondaggi, infatti, il Fn, sull'onda dell'emergenza del terrorismo, avrebbe visto incrementare il proprio consenso di sei punti percentuali, e quasi due milioni di francesi si sarebbero recati alle urne per dare una risposta forte alla loro paura. Analisi fatta? Sarebbe molto economico, semplice, ma purtroppo anche semplicistico. Ci sono altre ragioni che hanno prodotto l'ondata nera in Francia, ma, innanzittto, è doveroso ricordare che nel paese transalpino la destra radicale, da più di vent'anni, è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primo piano solleticando gli istinti più bassi delle fasce meno scolarizzate della popolazione, andando sempre di più ad attecchire in quelle periferie dove il disagio sociale morde alle caviglie. Alle presidenziali del 2002, per portare un esempio, Jean-Marie Le Pen ottenne il il 16,9% del consenso andando al ballottaggio con Chirac, vinto da quest'ultimo con oltre l'80% dei voti. Questo per testimoniare che il terreno su cui è cresciuto il successo di Marine Le Pen era già stato concimato, il termine è quanto mai appropriato, dal padre. Ma veniamo al presente.
Come si spiega il 29% delle preferenze di ieri, al netto del problema terrorismo, o il 25,2 ottenuto alle dipartimentali del 2015, quando il problema Isis non era ancora esploso nella sua urgenza? Due, a mio avviso, sono le cause principali:
Come si spiega il 29% delle preferenze di ieri, al netto del problema terrorismo, o il 25,2 ottenuto alle dipartimentali del 2015, quando il problema Isis non era ancora esploso nella sua urgenza? Due, a mio avviso, sono le cause principali:
1° Il cambio di linguaggio introdotto dalla Le Pen
Quasi tutti gli analisti politici sostenevano che il Fn non sarebbe mai riuscito a superare la soglia critica del 20%, a causa di un linguaggio greve, di un estremismo che non sarebbe mai stato accettato dalla classe media e da parte del proletariato. Questa lezione è stata fatta propria da Marine Le Pen che, pur mantenendo posizioni fortemente radicali sui temi dell'immigrazione e della sicurezza, si pensi, ad esempio, alla proposta di stoppare le procedure di accoglienza per i rifuguati politici, o a quella che vorrebbe la reintroduzione della pena di morte, le ha sapute declinare con un linguaggio più sobrio rispetto al padre, un linguaggio accettabile anche dal perbenismo di quella piccola borghesia stanca delle politiche conservatrici neo-golliste.
2° Non solo immigrazione
Siamo di fronte ad un' estrema destra che parla di superamento della dicotomia destra/sinistra e che, in materia economica, introduce proposte sociali di sinistra come l'abbassamento dell'età pensionabile a 60 anni. Il vero cavallo di battaglia, però, è la lotta contro l'ue e, in particolare, contro l'euro considerato il più grande dei mali. Ecco, siamo arrivati al punto centrale. Il 25% delle dipartimentali e il 29% di ieri, al netto dell'emergenza terrorismo, sono il risultato di tre fattori intrecciati tra loro: A) l'autoritarismo neoliberista dell'ue, B) il fallimento delle politiche socialdemocratiche, da anni supine alla narrazione dominante C) l'adesione di una larga fetta della popolazione allo slogan semplicistico che propone, come soluzione di tutti i mali, il ritorno al franco (soluzione tecnica) all'interno della dimensione liberista declinata a livello nazionale.
La lotta al neoliberismo nasce solo dal duplice confilitto: verso l'ue e interno ai confini nazionali
La doppia vittoria elettorale di Syriza in Grecia, la nascita del frente in Portogallo, la vittoria di Corbyn alle primarie del partito laburista inglese, l'ascesa del Sinn Fein in Irlanda e di Podemos in Spagna, e, sull'altro versante, la crescita di Ciudadanos, la vittoria dei nazionalisti in Polonia, il governo di ultra destra di Orban in Ungheria, l'onda nera francese, il fenomeno Farange, la forza del populismo meno catalogabile del M5S, testimoniano che i popoli si sono stancati di questa ue, che non accettano più la macelleria sociale imposta da politiche che generano l'aumento del debito, incrementano la disoccupazione e la precarietà, distruggono lo Stato Sociale privatizzando tutto ciò che privatizzabile. Questo quadro definisce in maniera inappellabile il disastro delle politiche socialdemocratiche, chiude con un bilancio fallimentare la stagione della terza via di blairiana memoria (la vittoria di Corbyn lo certifica) e pone le forze socialiste davanti ad una scelta: o continuare ad essere la pallida fotocopia dei conservatori, con la sola aggiunta di una spruzzata di attenzione ai temi sociali, oppure rompere con il modello neoliberale e creare un fronte comune con le forze radicali (come avvenuto in Portogallo), al fine di rimettere al centro il pubblico rispetto al privato (sanità-istruzione-asset strategici) e di scontrarsi contro la retorica della chiusura e della paura proponendo delle serie politiche d'integrazione e d'inclusività sociale. Tutto questo, però, non può trovare una sua traduzione reale se non si creano le basi per la costruzione del consenso necessario alla presa del potere nei paesi più rilevanti, così da far nascere un fronte di sinistra a livello europeo che sposti gli attuali rapporti di forza. Oltre a ciò, un ruolo centrale deve essere giocato dai sindacati, che devono avere la forza di riaprire la stagione del conflitto sociale. Parallelamente, sulla scorta della tragedia greca andata in scena la notte tra il 12 e il 13 luglio, è arrivato il momento per le sinistre europee di progettare un piano B da porre in atto come extrema ratio, che rimetta in discussione l'attuale assetto ue a costo di uscire dalla moneta unica, come ha sottolineato l'ecomista, ed eurodeputato della Linke, Fabio De Masi.
Il Califfato esulta
Due, infatti, sono gli elementi che possono aiutare la crescita del terrorismo islamico: le bombe e l'aumento dell'intolleranza, entrambi generatori d'odio, quindi, ottimi canali per spingere molti giovani islamici a radicalizzare le loro posizioni. Dire un semplice no, però, non basta, è necessario mettere in campo delle ricette alternative. Quali? Ad esempio, per quanto concerne la politica interna, avanzare delle politiche di integrazione nelle periferie, garantendo maggiori opportunità sociali e lavorative, mentre, a livello internazionale, sostenere la lotta del popolo curdo e rilanciare il ruolo dell'Iran per fare pressioni sui governi sciiti di Iraq e Siria , al fine di integrare maggiormente le comunità sunnite nella vita politica ed economica, aiutandole ad uscire da quella emarginazione che ha costituito il fondamento per il salafismo.
Fonte: politichiamo.net
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