La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 4 gennaio 2016

Politica del bisogno e politica del riconoscimento: problemi aperti

di Antonio Alia
In un’intervista pubblicata su Commonware, Christian Marazzi ha sottolineato la rilevanza tattica e strategica che lo spazio della riproduzione sociale, cioè dell’insieme delle attività, del lavoro e delle infrastrutture che garantiscono “banalmente” la vita, assume per le lotte e i movimenti sociali nell’attuale contesto di crisi, sia dal punto di vista dei processi di soggettivazione che dei loro obiettivi politici. È d’altronde sufficiente rivolgere un rapido sguardo ai movimenti che negli ultimi anni hanno conquistato la ribalta politica nelle principali metropoli globali per accorgersi che proprio intorno alla riproduzione sociale, nelle sue differenti declinazioni, si sono prodotti alcuni importanti conflitti e forme di organizzazione. Ci riferiamo a quel composito ed eterogeneo arcipelago di pratiche di cooperazione sociale, autogestione e mutualismo che in maniera diversa e più o meno radicale alludono alla riappropriazione di attività di produzione, riproduzione e distribuzione: dalla sanità, all’educazione, dall’agricoltura alla produzione industriale fino alla gestione della moneta.
Probabilmente – seguendo le indicazioni di Marazzi – attorno a questo nodo i movimenti tentano di risolvere una delle impasse che il superamento del fordismo ci ha definitivamente consegnato. Da un lato la desalarizzazione e la destrutturazione della classe operaia – come risposte capitalistiche alla sua insubordinazione nel corso della seconda metà del novecento – pongono in primo piano il problema di qual è oggi un possibile terreno di lotta post-salariale; dall’altro otto anni di crisi preceduti da decenni di politiche neoliberali di ristrutturazione del welfare-state costringono a pensare il problema della mera sopravvivenza in termini politici, a risolvere il nesso – per usare ancora le parole di Marazzi – tra agire politico e sofferenza.
La diffusione di esperienze di economia che, per brevità e per mancanza di una griglia teorica di riferimento, chiameremo alternativa e che investono differenti ambiti della vita associata va pertanto presa seriamente in considerazione e per questa stessa ragione interrogata criticamente.
Politica del bisogno
Sono molte le ragioni per cui nel dibattito teorico e politico di “movimento” è cresciuto l’interesse per queste forme di cooperazione sociale, autogestione e mutualismo. Sicuramente il rilievo quantitativo assunto dal fenomeno non può lasciare indifferenti così come la sua capacità di mobilitare e produrre discorsi riconosciuti. Non da ultimo le ragioni di questa attenzione vanno ricondotte alla sua disposizione ad incarnare ciò che viene indicato con il concetto di “comune”e ad alludere ad una concreta alternativa radicale. Non è questa la sede per discutere se la categoria di “comune” o quale delle sue diverse declinazioni teoriche sia la più adatta per nominare queste esperienze né per articolare una dettagliata analisi delle loro importanti differenze. Ci limitiamo qui a sottolineare un elemento che ci sembra le accomuni complessivamente: il bisogno.
Si tratta cioè di pratiche sociali che si pongono prima di tutto, se non esclusivamente, il problema del soddisfacimento di un bisogno (la salute, la liquidità, una buona alimentazione, ecc.) che il mercato o lo stato non riescono a garantire. È evidente che i livelli crescenti di povertà indotti dalla crisi spingono verso delle creative forme collettive di sussistenza di cui pure bisogna apprezzare il potenziale politico e di innovazione sociale. Tuttavia ci domandiamo: è sufficiente limitare il campo d’azione alla politica del bisogno? Poniamo il problema con la consapevolezza che tra pratica della trasformazione e necessità esiste un nesso strettissimo e imprescindibile – soprattutto quando la crisi ci costringe a fare i conti con la mera sopravvivenza – e che le esperienze che stiamo nominando rappresentano importanti spazi di politicizzazione.
Per dirla in termini più teorici: difronte al potere di astrazione della finanza è possibile pensare e praticare una piena autonomia del valore d’uso? Le più recenti sperimentazioni nell’ambito del welfare, indicate con l’etichetta di finanza sociale – da non intendere come finanza etica ma come finanza che investe, per estrarre profitto, sul sociale – non ci dicono forse della straordinaria capacità del capitalismo finanziario di inglobare spazi, tempi e attività collocati al suo esterno e allo stesso tempo che proprio il dinamismo di ciò che si situa all’esterno rappresenta un motore della valorizzazione capitalistica?
Ancora, di fronte alla tendenza del capitale a scaricare i costi della riproduzione sociale non si rischia forse di ridurre queste esperienze a forme di gestione della povertà? Come leggere d’altronde il recupero istituzionale, praticato da destra a sinistra a volte con inquietanti tratti comunitari, del discorso sui beni comuni? Sia chiaro: non si tratta di domande retoriche, ma di un insieme di problemi politici e teorici la cui urgenza ci sembra evidente e che meriterebbe un’indagine più approfondita di quanto qui siamo in grado di fare.
Politica del riconoscimento
Un altro elemento trasversale, anche se in misura diversa, alle esperienze di cooperazione sociale e autogestione che stiamo trattando è il sapere. Si tratta cioè spesso di pratiche collettive ad alto contenuto di conoscenza, animate in molti casi da lavoratori e lavoratrici cognitivi. In altre parole, coinvolgono e mobilitano una composizione del lavoro precaria e fortemente scolarizzata che ha stabilito con il proprio impiego un rapporto mimetico o di identificazione. È infatti proprio l’alto contenuto di conoscenza – con tutto il suo portato emotivo, relazionale e di senso – veicolato quotidianamente a rendere il lavoro una forma di vita che, in quanto tale, ingloba senza resti ogni aspetto della soggettività. È una composizione che continua a subire gli effetti del declassamento e della dequalificazione e che in alcuni settori è oggetto di processi di industrializzazione1del sapere che ne stanno ridimensionando l’autonomia. Alla luce di questa sintetica e grossolana analisi della composizione del lavoro è possibile allora interpretare l’esodo verso queste esperienze di cooperazione sociale come l’espressione di un forte desiderio di autonomia che il lavoro non riesce a garantire e che però la conoscenza, in quanto processo sempre instabile, aperto e conflittuale di incorporazione del capitale fisso da parte del capitale variabile – per dirla con Marazzi – rende praticabile. Qui però sorge anche un problema o meglio si manifesta un’ambivalenza. Se da un lato infatti possiamo scorgere l’esercizio di una pratica dell’autonomia, dall’altra questa stessa istanza è spesso accompagnata da spinte corporative, vale a dire viene tradotta in una domanda di riconoscimento rivolta alle istituzioni o al mercato. Per politica del riconoscimento bisogna intendere la richiesta di tutele contro i processi di declassamento sulla base del valore del proprio bagaglio di competenze all’interno di una data gerarchia del mercato del lavoro. In questo senso ci sembra che costituisca uno dei principali ostacoli ai processi di ricomposizione – nella misura in cui ritaglia un’identità, fondata su un pacchetto di conoscenze, da giocare contro le altre figure del lavoro – e che esponga le pratiche di cooperazione sociale alla cooptazione istituzionale e al rischio di una forte spoliticizzazione.
Politica del bisogno e politica del riconoscimento ci sembrano quindi due ordini di problemi che caratterizzano una parte della composizione del lavoro e delle sue forme di mobilitazione. Non abbiamo la pretesa di offrire delle soluzioni che solo la pratica militante sarà in grado di trovare, ci limitiamo a sottolineare che si tratta con molta probabilità di questioni (il bisogno e il riconoscimento) che non possono essere semplicemente eluse. L’intento di questi appunti non è quello di evidenziare le lacune di mobilitazioni e pratiche di lotta ma di mettere ordine ad una serie di considerazioni – altri e altre ne hanno già parlato meglio di quanto si sia riusciti a fare qui – che la sempre difficile e precaria militanza ci ha suggerito, per offrirle al dibattito.

Fonte: commonware.org

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