La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 3 febbraio 2016

Aung San Suu Kyi: la rinascita del Myanmar

di Giulia Calibeo
Lo scorso 8 Novembre 2015 si sono tenute, per la prima volta dopo cinquant’anni di dominio militare, le prime elezioni libere in Myanmar che hanno segnato la netta vittoria, con l’80% dei suffragi e la conquista di 135 seggi nella Camera alta e 255 nella Camera bassa, dellaNational League for Democracy (NLD), il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, contrastando il Partito della solidarietà e dello sviluppo per l’unione (Usdp) del presidente Htay Oo.
Il 1° Febbraio 2016, con una cerimonia di giuramento dei nuovi deputati, è stata inaugurata nella capitale Naypyidaw la nuova legislatura del Parlamento birmano, dominato dalla NLD. È l’inizio della procedura che, entro due mesi, porterà all’elezione del nuovo presidente del Myanmar, sostituendo l’attuale Thein Sein, ex generale, scelto tra i tre candidati proposti dalla Lower House, Camera bassa, dalla Upper House, Camera alta, e dall’esercito, che, secondo la Costituzione, ha diritto al 25% dei seggi in Parlamento.
I candidati vengono votati in una seduta congiunta che coinvolge i rappresentati eletti e non eletti di ogni gruppo; il vincitore della votazione diventa Presidente, mentre gli altri due candidati ricopriranno il ruolo di vice-presidenti. Con ogni probabilità, il nuovo Presidente sarà un esponente del partito di Aung San Suu Kyi, ma non potrà essere lei stessa a ricoprire l’incarico, a causa di una legge costituzionale ad hoc che vieta a chi ha coniugi o figli con passaporto straniero di rivestire il ruolo di Presidente. Tuttavia, il premio Nobel per la pace nel 1991 ha dichiarato più volte che sarà “al di sopra del Presidente” e che continuerà a controllare il governo. Si avvia, così, una lenta transizione in senso democratico che, però, deve continuare a fare i conti con l’esercito che detiene un quarto dei seggi in Parlamento e i ministeri chiave dell’Interno, della Difesa e degli Affari di Frontiera. Tra gli ipotetici nomi del nuovo Presidente, che dovrà, quindi, essere un compromesso tra esponenti della NLD e delle Forze Armate, spiccano quelli di Thura Shwe Mann, ex leader del partito uscente Usdp, di Tim Oo, ex comandante dell’esercito birmano e uno dei fondatori della NLD e di Win Htein, ex ufficiale dell’esercito e uomo fidato di Aung San Suu Kyi.
L’esercito birmano ha sempre ostacolato l’instaurazione di un governo democratico da quando, nel 1962, ha assunto il potere dalla connotazione dittatoriale con un colpo di Stato guidato dal generale Ne Win. Nel 1988 viene duramente bloccata una manifestazione di massa, la Rivolta 8888, organizzata contro il regime dittatoriale. È il generale delle Forze Armate Saw Maung a porsi a capo della sanguinosa repressione e alla successiva dissoluzione, con un nuovo colpo di Stato, del governo regolare e la costituzione del Consiglio per la Restaurazione della Pace e dell’Ordine. Alle elezioni del 1990 si distingue il partito NLD di Suu Kyi, già condannata agli arresti domiciliari per il suo attivismo politico, con una netta vittoria, ignorata dal regime militare che con un ulteriore colpo di Stato rimane al potere. Nel 1991 la leader birmana riceve il Nobel per la pace che, però, potrà ritirare solo nel 2012 a causa della semi-libertà: può decidere di abbandonare il Paese ed essere libera, senza più la possibilità di farvi ritorno. Decide di rimanere e le viene anche negata la possibilità di vedere per l’ultima volta il marito, malato di cancro. Nel 2010 non le viene permesso di partecipare alle nuove elezioni politiche e viene rilasciata solo dopo sei giorni dopo le consultazioni. Nel 2012 la NLD ottiene 43 dei 45 seggi, in occasione delle elezioni straordinarie indette per riempire i posti vacanti. Quello di Aung San Suu Kyi diventa un caso mediatico: tutti parlano di lei, dalle principali testate giornalistiche e televisive internazionali al mondo della musica, che deve fare i conti con la forte censura applicata dal regime militare. La dittatura continua a imperversare nel Paese, ma la ripercussione internazionale del suo caso spaventa sempre di più le Forze Armate.
Il regime militare ha condotto il Myanmar verso l’isolamento internazionale, conducendo una politica caratterizzata da aspri conflitti etnici, dall’uso del lavoro forzato e dagli arresti arbitrari come arma di sottomissione dell’intero popolo. Anni dominati dalla corruzione, dalla repressione e dall’abuso di potere militare.
Con l’instaurazione di questo nuovo Parlamento, guidato dall’NLD, si apre una nuova stagione per il Myanmar, dominata da riforme e da un processo graduale verso le democratizzazione, già avviato dal Presidente uscente Thein Sein con l’autorizzazione per la pubblicazione di sedici quotidiani nazionali, tra cui quello dell’NLD, dal rilascio prigionieri politici e giornalisti e la promulgazioni di leggi, come quella di associazione sindacale. Nel 2012, inoltre, con l’approvazione della fine della censura preventiva sulla pubblicazione di giornali, il Myanmar è salito dal 179° al 151° posto nell’indice internazionale sulla libertà di stampa, nonostante non siano cessati i tentativi di minare tale libertà, essendo inoltre ancora previsto il carcere per reati di diffamazione o per la pubblicazione di notizie considerate sovversive nei confronti dello stato. Dal punto di vista economico, la Birmania si presenta come uno degli stati più poveri al mondo, a causa del consistente ristagno economico, della cattiva gestione e dell’isolamento relativo alla storia più recente, con un PIL che annualmente cresce solo del 2.9%, il più basso nella regione. Dal 1989 si è avviata una lenta decentralizzazione del controllo economico con la conseguente liberalizzazione di determinati settori economici, escluse la lavorazione del petrolio e la selvicoltura, ancora fortemente regolate. Dal 2011 il paese si è aperto al libero mercato, registrando alti tassi di crescita economica intorno all’8%. Le attività più redditizie rimangono, tuttavia, quelle del mercato nero, a causa della bassa interferenza del governo.
Altri considerevoli aspetti di estrema rilevanza riguardano le tensioni etniche esistenti all’interno del paese, essendo il governo centrale in guerra con le minoranze di etnia cinese dei Kokang, degli Wa e dei Kachin. Interviene qui la politica estera, poiché molti analisti ritengono che Pechino finanzierebbe e armerebbe la ribellione di queste popolazioni nel tentativo di influenzare la capitale. Il Myanmar rappresenta, infatti, per la Repubblica Popolare cinese un importante fornitore di materie prime, quali petrolio e metalli preziosi, e uno snodo fondamentale per il transito di idrocarburi estrarri in Africa e Medio Oriente. Altro obiettivo della Cina è il controllo dello stretto di Malacca, di fatto controllato dalla Marina statunitense. Interviene qui un altro importante attore internazionale che ha portato Obama, negli ultimi anni, ad aprire colloqui e relazioni con la giunta militare, sospendendo dal 2011 le sanzioni economiche in atto, con l’intenzione di allontanare la Cina e consentire alle potenze occidentali di accedere al paese, soprattutto nei settori dell’edilizia e del turismo.
Il Myanmar è un paese che ha bisogno di una forte spinta politica ed economica per risollevarsi, con la riapertura delle relazioni internazionali e l’auspicio di ottenere finanziamenti dall’estero. Un paese a cui, però, non mancano la speranza e la forza, soprattutto ora, con l’apertura di questa nuova era politica con Aung San Suu Kyi.

Fonte: sconfinare.net 

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