La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 3 febbraio 2016

Jobs Act, cosa cambia per autonome e collaboratrici

Quello che è stato ribattezzato il Jobs Act delle partite Iva passa l'esame al governo. Il consiglio dei ministri ha infatti appena approvato il ddl sul lavoro autonomo che raccoglie alcune delle istanze presentate da autonomi e professionisti - come il Jobs Acta e lo Statuto del lavoro autonomo - e include un primo pacchetto di tutele per più di 2 milioni di persone tra autonomi e collaboratori, oltre a disciplinare il cosiddetto "lavoro agile" con una serie di facilitazioni per i subordinati che lavorano "da remoto". Il provvedimento passa ora al parlamento per essere allegato alla legge di stabilità insieme al ddl delega che introduce una misura di contrasto alla povertà, unica su tutto il territorio nazionale.
Vediamo allora cosa cambia per le lavoratrici autonome. Oltre ad agevolazioni fiscali del 100% sulle spese di formazione, e ad alcune tutele in caso di malattie gravi, il provvedimento include cambiamenti in materia di maternità e congedi per autonome e collaboratrici iscritte alla gestione separata dell'Inps. Secondo l'elaborazione del Sole24Ore le novità riguarderanno circa 300mila lavoratrici.
Come si legge nel comunicato della presidenza del consiglio dei ministri, è previsto "il riconoscimento del diritto di percepire l’indennità di maternità spettante per i due mesi antecedenti la data del parto ed i tre mesi successivi, indipendentemente dalla effettiva astensione dall’attività lavorativa". Significa che le iscritte alla gestione separata dell'Inps potranno usufruire dei cinque mesi di indennità di maternità senza l'obbligo di astenersi dal lavoro, e senza esporsi al rischio di interrompere così la carriera. 
Per i congedi parentali, si annuncia poi l’estensione della durata e dell’arco temporale entro il quale usufruirne. Il provvedimento prevede infatti "che l’indennità per congedo parentale possa essere corrisposta per un periodo massimo di sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino". 
Inoltre, in caso di gravidanza, malattia e infortunio, per gli autonomi che prestano la loro attività in via continuativa per un committente non si potrà procedere a una risoluzione del rapporto di lavoro ma solo a sospenderlo "per un periodo non superiore a 150 giorni per anno solare" e il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi potrà essere sospeso "per l’intera durata della malattia e dell’infortunio fino ad un massimo di 2 anni, in caso di malattia e infortunio di gravità tale da impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa per oltre 60 giorni".
Secondo un rapporto dell'agenzia del Ministero del Lavoro Italia Lavoro[1], tra le collaboratrici con contratti co.co.co è solo il 49,2% a mantenere lo stesso lavoro a due anni di distanza dal parto. L’8,2% cambia lavoro, il 19,5% lo perde e il 23,1% lo lascia. Dati che vanno a inserirsi in un quadro più ampio. Che la maternità rappresenti ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro in Italia, infatti, non è più un segreto: dagli ultimi dati Istat (2015) emerge che il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, dopo due anni avevano perso il lavoro. (claudia bruno)

NOTE

[1] Il rapporto Famiglia e lavoro firmato da Italia Lavoro sarà pubblicato l'8 febbraio 2016. Le percentuali qui riportate sono relative a un'elaborazione sui dati Istat 2012 relativi a lavoratrici che sono diventate madri nel biennio 2009-2010.

Fonte: inGenere.it

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.