La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 22 settembre 2015

Giovani: prodotto scaduto e d alto contenuto di informazioni!

di Valentina Greco
Claudia – nome di fantasia, ndr – è una giovane donna emigrata più di dieci anni fa a Roma dal sud Italia per gli studi universitari. Pensando di trovare maggiori opportunità nel settore di suo interesse ed avendo ormai messo radici nella Capitale, decide di rimanerci e cercare lavoro, un lavoro che non fosse più solo quello che le garantiva di mantenersi agli studi in una città cara come Roma la cui spesa primaria è costituita da affitti davvero troppo esosi.
Claudia è scaduta qualche mese fa. Ciclicamente scade, così come scadono tanti suoi coetanei e non solo. É scaduta nel senso che il contratto di lavoro a tempo determinato non le è stato rinnovato. È scaduta di una scadenza naturale, contro la quale ben poco si può fare e per cui fino all’ultimo nessuno le ha comunicato le intenzioni dell’azienda: rinnovare come fatto fino al quel momento o meno. Claudia si è così messa alla ricerca di un nuovo impiego, possibilmente nel settore di suo interesse, ma non riesce a trovare niente che la colpisca in particolar modo.
Nel frattempo Claudia fa la domanda per accedere alla mini- ASPI, dato che anche prima di questo impiego era disoccupata e non ha così raggiunto le 52 settimane contributive necessarie per avere l’ASPI (nel frattempo diventata NASPI).
La mini- Aspi è un sostegno al reddito che dura pochi mesi, quindi Claudia si da subito da fare per trovare un nuovo impiego, anche perché lavorare le piace e non vuole certamente adagiarsi sulla mini-ASPI che peraltro non le consente di coprire tutte le sue spese mensili. Per fortuna aveva dei soldi da parte. Ha imparato a mettere sempre dei soldi da parte nei periodi in cui lavora perché sa che ciclicamente scade e potrebbe trovarsi a dover affrontare numerose difficoltà, tra cui quelle economiche che non sono di certo di poco conto. Per questo motivo conduce una vita piuttosto austera.
Finalmente viene convocata per un colloquio che sembra interessante. È un venerdì mattina di fine agosto e per le 11 deve trovarsi nella zona di Casale Lumbroso: da dove abita lei ci vogliono circa due ore per arrivare, sperando che le coincidenze degli autobus passino come previsto dato che per il periodo estivo le corse sono state ridotte, o almeno così sembra. Arrivata nella sede della cooperativa dove è stata convocata per il colloquio, attende qualche minuto che la responsabile sia disponibile a riceverla: generalmente colei che si occupa delle assunzioni è in ferie, così viene selezionata da un’altra responsabile e Claudia appare decisamente brillante al punto che la stessa responsabile più volte le dice che pensa che sia troppo competente per ricoprire la posizione offertale e che ha paura che poi si possa sentire frustrata e poco valorizzata per poi abbandonare il luogo di lavoro in cerca di qualcosa di meglio.
Finalmente si arriva al clou: le condizioni contrattuali. Il lavoro si trova in zona Casal Lumbroso, quindi due ore ad andare e due ore a tornare dall’abitazione di Claudia; 120 ore mensili ovvero circa 30 ore a settimana con turni da 6 ore H24 per 365 giorni l’anno passibili di straordinari a seconda delle esigenze aziendali; co.co.pro. con ritenuta d’acconto al 20% che la responsabile tiene a precisare che ora è una tipologia contrattuale con molte più tutele rispetto al passato e che la tassazione dipende dal CUD dell’anno precedente, per cui spesso accade che tanti dipendenti si lamentano del fatto che la ritenuta d’acconto superi il 20% ma che non è imputabile alla cooperativa ma al fatto che per arrotondare i presunti futuri colleghi altri lavori, e quindi abbiano più CUD. Tradotto: molte tasse e basso salario, caratteristica tutta italiana di colpire maggiormente le fasce più deboli.
Arrivati alla paga, la responsabile confida a Claudia di essere fiera che la sua cooperativa sia una delle poche che paghi così bene fornendole anche una tabella riassuntiva: rientrata a casa e fatti i conti, Claudia osserva che – tolto il 20% – avrebbe percepito un salario di circa 750 €. Meno male era troppo competente per quel lavoro! Peccato che ciò non si traduca in un compenso salariale adeguato e che quest’ultimo non fosse assolutamente vicino alla cifra che serve a Claudia per mantenersi a Roma, dove si permette che i salari siano così bassi ma gli affitti e il costo della vita così alti. Ed è pure impraticabile poter conciliare questo lavoro con un secondo lavoro, visti i tempi di spostamento per andare e tornare dalla sede designata per lo svolgimento del lavoro.
I più ostinati diranno che occorre prendersela con la politica di destra e di sinistra che anno dopo anno ha smantellato i diritti dei lavoratori e della lavoratrici di questo Paese, ma la maggioranza degli scaduti e delle scadute o promettenti tali credono che serva a ben poco: è il trionfo del precariato esistenziale, che ha vinto di gran lunga non solo una battaglia ma tutta la guerra. E sì, perché ormai è il trionfo dell’individualismo di chi pensa solo a salvare sé stesso e sopravvivere in questa jungla o – ancor peggio – dell’impotenza, di chi crede che non ci sia niente da fare per sconfiggere queste politiche che ci hanno tolto tutto, anche il diritto a desiderare. In nome del “tanto non serve a niente” le persone non si mobilitano, non scendono in piazza e tantomeno si ribellano: si danno per sconfitti già in partenza. Ed accettano le sempre più pressanti privazioni di diritti, giorno dopo giorno, contratto dopo contratto, busta paga dopo busta paga. Nessuno alza la testa, nessuno dice che non è disposto a lavorare a queste condizioni contrattuali perché tanto si è numeri e se una persona osa rifiutarsi c’è subito un’altra persona disposta a prendere quel posto sottopagato e privo di tutele. Cos’altro deve accadere in questo Paese affinché le persone rivendichino diritti? Quei diritti che sono stati ingiustamente tolti, è bene si vadano a riprendere. Qualcuno aggiungerebbe di farlo prima che sia troppo tardi. Ma se questo ragionamento a parole è abbastanza condiviso da tutti i precari e le precarie, è davvero troppo poco praticato. Per paura, per necessità, per individualismo, per mancanza di strumenti adeguati… I motivi sono i più svariati, ma il risultato non cambia. Il cambiamento deve partire da sé stessi per poi unirsi e lottare per una seria rivendicazione di diritti non certo rappresentati, come si è visto, dalla politica che ha distrutto i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Verrebbe da dire: “il contratto è scaduto, ma è scaduto anche il limite di sopportazione”. L’Italia e tutta la zona euro si avviano ad essere Paesi con standard di vita più bassi di quelli di metà degli anni ‘60 e, quindi, secondo un rapporto dell’Unione Europea sull’euro, la povertà diventerà la norma. Basta questo per capire il livello di arretramento che si vive nel silenzio più totale, nella rassegnazione al proprio destino.

Fonte: Esseblog

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.