La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 23 settembre 2015

Volkswagen, lo scandalo è mondiale e il governo sapeva

di Jacopo Rosatelli
Non è che l’inizio. Lo scan­dalo Volk­swa­gen, scop­piato negli Usa, ha attra­ver­sato l’Atlantico: ora pro­mette di durare a lungo, e di allar­garsi sem­pre più. Le auto­vet­ture «truc­cate», come pre­ve­di­bile, non sono solo sul mer­cato ame­ri­cano, ma in tutto il mondo. E il loro numero è gigan­te­sco: 11 milioni. Tutte con motore die­sel (teo­ri­ca­mente «pulito») sui quali l’azienda tede­sca ha mon­tato un soft­ware in grado di fal­si­fi­care i dati sulle emis­sioni, facen­dole risul­tare con­formi alle leggi anti-inquinamento sol­tanto durante i con­trolli: in realtà, sono supe­riori ai limiti con­sen­titi (fino a 40 volte se ci si rife­ri­sce alle regole Usa).
Per riti­rare dal mer­cato i vei­coli incri­mi­nati, e pos­si­bil­mente rimet­terli a norma, l’impresa ha accan­to­nato ieri 6,5 miliardi di euro, una cifra pari alla metà dei pro­fitti dello scorso anno, che fu par­ti­co­lar­mente posi­tivo. È molto pro­ba­bile, tut­ta­via, che lo scan­dalo sia desti­nato a costare molto più caro alla casa di Wol­fsburg: oltre alla quasi sicura multa che com­mi­ne­ranno le auto­rità Usa, che potrebbe ammon­tare a 18 milioni di dol­lari, vanno messe nel conto un’infinità di cause di risar­ci­mento, da parte di sin­goli cit­ta­dini — per esem­pio chi sof­fre di asma — o di ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che, tede­sche e non solo. Senza dimen­ti­care le dram­ma­ti­che per­dite sui mer­cati azio­nari: alla borsa di Fran­co­forte il titolo Volk­swa­gen ieri è caduto del 19,8%, facendo scen­dere l’indice Dax del 3,6%. Da lunedì l’azienda ha visto sfu­mare il 34% del pro­prio valore bor­si­stico: un incubo. E la set­ti­mana è ancora lunga.
Sul fronte poli­tico, dopo giorni di letargo qual­cosa si muove. La can­cel­liera Angela Mer­kel, durante la con­fe­renza stampa dedi­cata alla visita a Ber­lino del pre­mier fin­lan­dese, ha assi­cu­rato che il suo governo si sta dando da fare «per la tra­spa­renza», citando i prov­ve­di­menti assunti dal mini­stro dei tra­sporti Ale­xan­der Dobrindt (della bava­rese Csu). Il prin­ci­pale: l’invio di una com­mis­sione d’inchiesta nella sede cen­trale dell’azienda, a Wol­fsburg. Non pro­prio una rea­zione ener­gica, va detto. Segno, forse, di imba­razzo e per­sino di pre­oc­cu­pa­zione: in Ger­ma­nia c’è chi pensa, ad esem­pio gli ambien­ta­li­sti, che il governo sapesse dei truc­chi della Volk­swa­gen, ma non abbia mosso un dito. Un’ipotesi rilan­ciata ieri pome­rig­gio dal sito del quo­ti­diano con­ser­va­tore Die Welt, di pro­prietà dello stesso gruppo edi­to­riale della scan­da­li­stica Bild.
L’esecutivo è rima­sto in silen­zio, finora, sulle pos­si­bili respon­sa­bi­lità del numero uno dell’azienda, il potente e ric­chis­simo Mar­tin Win­ter­korn, che ieri ha dif­fuso un video­mes­sag­gio di scuse «a clienti e opi­nione pub­blica», nel quale afferma di voler restare al pro­prio posto. Un’ipotesi che appare sgra­dita ai ver­tici della Bassa Sas­so­nia, il Land che detiene il 20% della pro­prietà della casa auto­mo­bi­li­stica: il gover­na­tore social­de­mo­cra­tico Ste­phan Weil si è mostrato molto più cri­tico del governo fede­rale nei con­fronti di Win­ter­korn, facendo capire di aspet­tarsi le sue dimis­sioni. La prima occa­sione in cui pre­sen­tarle potrebbe essere oggi alla riu­nione straor­di­na­ria della pre­si­denza del Con­si­glio di sor­ve­glianza (Auf­si­ch­tsrat) dell’azienda, orga­ni­smo nel quale sie­dono sia il gover­na­tore della Bassa Sas­so­nia, sia i rap­pre­sen­tanti sin­da­cali, che pare non inten­dano pro­teg­gere l’amministratore dele­gato. Dimis­sioni che si pro­fi­lano all’orizzonte come una scelta obbli­gata: sui media tede­schi cir­co­lano già i nomi dei pos­si­bili sosti­tuti, segnale non inco­rag­giante per il destino di Winterkorn.
A ren­dere ancora più dif­fi­cile la per­ma­nenza dell’attuale numero uno alla guida della prin­ci­pale casa auto­mo­bi­li­stica tede­sca — nei primi 6 mesi di quest’anno lea­der di ven­dite a livello mon­diale, davanti alla Toyota — ci sono anche le rea­zioni poli­ti­che in Europa. Ieri si sono fatti sen­tire la mini­stra dell’ambiente fran­cese, Ségo­lène Royale, che ha annun­ciato «un’inchiesta appro­fon­dita» nel suo Paese, e il col­lega delle finanze Michel Sapin, che ritiene neces­sa­ria invece «un’inchiesta euro­pea». Il mini­stro dell’ambiente Gian Luca Gal­letti ha ipo­tiz­zato uno stop alle ven­dite in Ita­lia, se si dovesse sco­prire che anche nel nostro Paese sono state messe in com­mer­cio vet­ture mani­po­late. Da Bru­xel­les giun­gono per ora dichia­ra­zioni misu­rate: «È pre­ma­turo dire se ser­vi­ranno misure a livello comu­ni­ta­rio, ma stiamo esa­mi­nando la que­stione molto sul serio», ha affer­mato ieri la por­ta­voce della Com­mis­sione Ue per l’industria Lucia Caudet.

Approfondimenti: Scandalo Volkswagen, Berlino sapeva, Grünen scatenati
di Jacopo Rosatelli

C’è un dato non eco­no­mico che dà la misura dello scan­dalo Volk­swa­gen: in Ger­ma­nia ci sono 5 milioni di malati di asma. Cia­scuno di loro, poten­zial­mente, è una vit­tima della gigan­te­sca truffa orga­niz­zata dalla casa auto­mo­bi­li­stica, per­ché le emis­sioni die­sel ecces­sive aggra­vano le loro con­di­zioni di salute. Ciò signi­fica che 5 milioni di tede­schi potreb­bero ipo­te­ti­ca­mente tro­vare una via legale per otte­nere risar­ci­menti dall’azienda gui­data (chissà per quanto ancora) da Mar­tin Winterkorn.
E se si dovesse dimo­strare che il governo fede­rale era al cor­rente della frode, come sostiene il vice-capogruppo dei Verdi Oli­ver Kri­scher, la bufera rischie­rebbe non solo di dan­neg­giare seria­mente l’azienda, ma di tra­vol­gere il mini­stro dei tra­sporti Dobrindt, e forse anche la can­cel­liera Mer­kel e l’intero gabi­netto di grosse Koa­li­tion.
L’accusa dell’esponente eco­lo­gi­sta si basa sulla rispo­sta scritta a un’interpellanza par­la­men­tare che risale alla fine di luglio. In quella sede, il mini­stro dei tra­sporti mostrava di sapere dell’esistenza di quella tec­no­lo­gia che rende pos­si­bile all’automobile «rico­no­scere» quando viene sot­to­po­sta a un con­trollo anti-inquinamento e, dun­que, limi­tare le pro­prie emis­sioni. Che al di fuori del momento del con­trollo sono deci­sa­mente superiori.
I Grü­nen vogliono vederci chiaro, e hanno depo­si­tato un’altra inter­ro­ga­zione urgente: «Anche in Ger­ma­nia la Volk­swa­gen ha mani­po­lato i valori delle emis­sioni. Cosa sanno i fun­zio­nari tede­schi? E ci sono simili mani­po­la­zioni anche da parte di altre case pro­dut­trici?», domanda il com­bat­tivo par­tito ecologista.
Quelli di Green­peace Ger­ma­nia si spin­gono oltre: «A que­sto punto vanno con­trol­late tutte le auto­vet­ture in cir­co­la­zione nel nostro Paese», è la richie­sta del por­ta­voce Daniel Moser. Che ricorda come la qua­lità dell’aria nelle mag­giori città tede­sche sia spesso e volen­tieri molto sca­dente: Stoc­carda, capi­tale del Baden-Württemberg, quella dove si respira peg­gio. E pro­prio in quel Land, dove i Verdi espri­mono il gover­na­tore e dove l’industria auto­mo­bi­li­stica è molto pre­sente, l’amministrazione annun­cia di volere effet­tuare con­trolli auto­nomi, indi­pen­denti da quelli che appron­terà Berlino.
La mini­stra fede­rale dell’ambiente, la social­de­mo­cra­tica Bar­bara Hen­dricks, è rima­sta finora piut­to­sto defi­lata: ieri ha pro­po­sto che l’eventuale multa che Volk­swa­gen dovrà pagare alle auto­rità Usa sia devo­luta alGreen Cli­mate Fund, il fondo delle Nazioni unite con­tro il cam­bia­mento climatico.
Lo scan­dalo che col­pi­sce l’azienda di Wol­fsburg riporta alla luce una con­trad­di­zione pro­fonda della Ger­ma­nia: patria dell’ambientalismo euro­peo, da un lato, e mag­giore pro­dut­tore di auto­mo­bili, dall’altro. Una con­trad­di­zione che si rispec­chia anche nell’azione dei suoi governi: più attenti all’ambiente rispetto agli altri Paesi dell’Ue ma stre­nui difen­sori del pre­do­mi­nio delle pro­prie indu­strie di punta, Volk­swa­gen in testa.
Le norme euro­pee sulle emis­sioni di CO2 degli auto­vei­coli, adot­tate l’anno scorso, videro la luce sol­tanto dopo una duris­sima bat­ta­glia in cui l’esecutivo tede­sco si schierò «senza se e senza ma» in difesa degli inte­ressi delle case auto­mo­bi­li­sti­che, e quindi con­tro limiti con­si­de­rati «eccessivi».
L’accordo di com­pro­messo poi votato nel par­la­mento di Stra­sburgo dalle forze che gover­nano insieme a Ber­lino, i demo­cri­stiani di Mer­kel e i social­de­mo­cra­tici del vice­can­cel­liere Gabriel, venne dura­mente osteg­giato dagli eco­lo­gi­sti, che denun­cia­vano l’ipocrisia di una «lotta al cam­bia­mento cli­ma­tico» fatta senza «distur­bare» i pro­dut­tori di auto­mo­bili inquinanti.

Per Volkswagen un colpo micidiale nella culla dell’ambientalismo
di Luca Celada

Come tito­lare di un auto­vet­tura die­sel Volk­swa­gen (modello 2004) non mi è nuova la sen­sa­zione di pariah. Per diversi anni la ven­dita di auto a gaso­lio infatti è stata vie­tata in Cali­for­nia per­ché le emis­sioni die­sel non rien­tra­vano nei para­me­tri ambientali.
In quel periodo l’unico modo per gui­darne una era di acqui­starla in un altro stato (l’importazione pri­vata era con­sen­tita). Suc­ces­si­va­mente, con nuove gene­ra­zioni di motori più effi­cienti le die­sel sono tor­nate nei con­ces­sio­nari e assieme a ibride ed elet­tri­che hanno rap­pre­sen­tato un seg­mento delle ven­dite in forte cre­scita. O almeno così si sapeva prima di sco­prire che il prin­ci­pale costrut­tore di die­sel ven­dute negli Usa avrebbe inten­zio­nal­mente taroc­cato le pro­prie auto per trarre in inganno lo smog test, l’annuale tagliando antin­qui­na­mento richie­sto dalla moto­riz­za­zione californiana.
L’attuale scan­dalo rap­pre­senta un danno incal­co­la­bile per la Volk­swa­gen, che rischia san­zioni gigan­te­sche e una lesione forse irre­pa­ra­bile alla pro­pria imma­gine in uno stato “con­ge­ni­ta­mente” ambientalista.
L’ecologismo è voca­zione cul­tu­rale nella culla del movi­mento per l’ambiente e nel corso degli ultimi decenni in Cali­for­nia è diven­tato pra­tica poli­tica in virtù anche degli sforzi per ripu­lire l’aria di metro­poli come Los Ange­les, sto­rica capi­tale dello smog.
In que­sti giorni il par­la­mento dibatte la SB350, l’ultima in una lunga serie di strette sull’ambiente che di norma pre­ce­dono di qual­che anno l’eventuale ade­gua­mento di altri stati. La legge che si pre­figge nien­te­meno che una ridu­zione del 50% dell’utilizzo di ener­gia fos­sile e un aumento del 50% dell’efficienza ener­ge­tica nell’edilizia, è spon­so­riz­zata da Jerry Brown.
Ma la lea­der­ship ambien­ta­li­sta non è esclu­sivo appan­nag­gio di poli­tici pro­gres­si­sti come lui; anche un repub­bli­cano come Arnold Sch­war­ze­neg­ger aveva fir­mato nel 2006 una pac­chetto molto severo sulle emis­sioni che all’epoca (quasi dieci anni fa) era all’avanguardia nazionale.
Entrambe le leggi mirano a limi­tare la prin­ci­pale fonte di inqui­na­mento ambien­tale: le automobili.
Con oltre 20 milioni di vet­ture in cir­co­la­zione la Cali­for­nia è di gran lunga il prin­ci­pale mer­cato di auto in Ame­rica. Un dato che di fatto obbliga i costrut­tori ad ade­guarsi alle norme ambien­tali e di effi­cienza di uno stato che è un labo­ra­to­rio col potere di imporre nor­ma­tive nazionali.
Non è un caso che il sum­mit sull’ambiente Usa-Cina prima della visita a Washing­ton del pre­si­dente cinese Xi abbia radu­nato la set­ti­mana scorsa a Los Ange­les sin­daci di città ame­ri­cane e cinesi per discu­tere di stra­te­gie ambien­tali che la Cina spera di impor­tare nelle pro­prie città sof­fo­cate dallo smog.
È impos­si­bile sot­to­va­lu­tare in que­sto con­te­sto la gra­vità del diesel-gate Volk­swa­gen, per la repu­ta­zione del mar­chio e quella del gaso­lio in gene­rale. Con meno dell’1% del parco mac­chine il die­sel ha finora in qual­che modo goduto di una nomea “alter­na­tiva”, uno dei seg­menti spe­cia­li­stici a fianco di ibride ed elet­tri­che (la Cali­for­nia detiene il pri­mato in ognuna delle categorie.)
Ma nello stato della Tesla lo scan­dalo potrebbe rap­pre­sen­tare ora il capo­li­nea — e non solo per le die­sel di Wolfsburg.

Fonte: il manifesto

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