di Jacopo Rosatelli
Non è che l’inizio. Lo scandalo Volkswagen, scoppiato negli Usa, ha attraversato l’Atlantico: ora promette di durare a lungo, e di allargarsi sempre più. Le autovetture «truccate», come prevedibile, non sono solo sul mercato americano, ma in tutto il mondo. E il loro numero è gigantesco: 11 milioni. Tutte con motore diesel (teoricamente «pulito») sui quali l’azienda tedesca ha montato un software in grado di falsificare i dati sulle emissioni, facendole risultare conformi alle leggi anti-inquinamento soltanto durante i controlli: in realtà, sono superiori ai limiti consentiti (fino a 40 volte se ci si riferisce alle regole Usa).
Per ritirare dal mercato i veicoli incriminati, e possibilmente rimetterli a norma, l’impresa ha accantonato ieri 6,5 miliardi di euro, una cifra pari alla metà dei profitti dello scorso anno, che fu particolarmente positivo. È molto probabile, tuttavia, che lo scandalo sia destinato a costare molto più caro alla casa di Wolfsburg: oltre alla quasi sicura multa che commineranno le autorità Usa, che potrebbe ammontare a 18 milioni di dollari, vanno messe nel conto un’infinità di cause di risarcimento, da parte di singoli cittadini — per esempio chi soffre di asma — o di amministrazioni pubbliche, tedesche e non solo. Senza dimenticare le drammatiche perdite sui mercati azionari: alla borsa di Francoforte il titolo Volkswagen ieri è caduto del 19,8%, facendo scendere l’indice Dax del 3,6%. Da lunedì l’azienda ha visto sfumare il 34% del proprio valore borsistico: un incubo. E la settimana è ancora lunga.
Sul fronte politico, dopo giorni di letargo qualcosa si muove. La cancelliera Angela Merkel, durante la conferenza stampa dedicata alla visita a Berlino del premier finlandese, ha assicurato che il suo governo si sta dando da fare «per la trasparenza», citando i provvedimenti assunti dal ministro dei trasporti Alexander Dobrindt (della bavarese Csu). Il principale: l’invio di una commissione d’inchiesta nella sede centrale dell’azienda, a Wolfsburg. Non proprio una reazione energica, va detto. Segno, forse, di imbarazzo e persino di preoccupazione: in Germania c’è chi pensa, ad esempio gli ambientalisti, che il governo sapesse dei trucchi della Volkswagen, ma non abbia mosso un dito. Un’ipotesi rilanciata ieri pomeriggio dal sito del quotidiano conservatore Die Welt, di proprietà dello stesso gruppo editoriale della scandalistica Bild.
L’esecutivo è rimasto in silenzio, finora, sulle possibili responsabilità del numero uno dell’azienda, il potente e ricchissimo Martin Winterkorn, che ieri ha diffuso un videomessaggio di scuse «a clienti e opinione pubblica», nel quale afferma di voler restare al proprio posto. Un’ipotesi che appare sgradita ai vertici della Bassa Sassonia, il Land che detiene il 20% della proprietà della casa automobilistica: il governatore socialdemocratico Stephan Weil si è mostrato molto più critico del governo federale nei confronti di Winterkorn, facendo capire di aspettarsi le sue dimissioni. La prima occasione in cui presentarle potrebbe essere oggi alla riunione straordinaria della presidenza del Consiglio di sorveglianza (Aufsichtsrat) dell’azienda, organismo nel quale siedono sia il governatore della Bassa Sassonia, sia i rappresentanti sindacali, che pare non intendano proteggere l’amministratore delegato. Dimissioni che si profilano all’orizzonte come una scelta obbligata: sui media tedeschi circolano già i nomi dei possibili sostituti, segnale non incoraggiante per il destino di Winterkorn.
A rendere ancora più difficile la permanenza dell’attuale numero uno alla guida della principale casa automobilistica tedesca — nei primi 6 mesi di quest’anno leader di vendite a livello mondiale, davanti alla Toyota — ci sono anche le reazioni politiche in Europa. Ieri si sono fatti sentire la ministra dell’ambiente francese, Ségolène Royale, che ha annunciato «un’inchiesta approfondita» nel suo Paese, e il collega delle finanze Michel Sapin, che ritiene necessaria invece «un’inchiesta europea». Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti ha ipotizzato uno stop alle vendite in Italia, se si dovesse scoprire che anche nel nostro Paese sono state messe in commercio vetture manipolate. Da Bruxelles giungono per ora dichiarazioni misurate: «È prematuro dire se serviranno misure a livello comunitario, ma stiamo esaminando la questione molto sul serio», ha affermato ieri la portavoce della Commissione Ue per l’industria Lucia Caudet.
Approfondimenti: Scandalo Volkswagen, Berlino sapeva, Grünen scatenati
di Jacopo Rosatelli
C’è un dato non economico che dà la misura dello scandalo Volkswagen: in Germania ci sono 5 milioni di malati di asma. Ciascuno di loro, potenzialmente, è una vittima della gigantesca truffa organizzata dalla casa automobilistica, perché le emissioni diesel eccessive aggravano le loro condizioni di salute. Ciò significa che 5 milioni di tedeschi potrebbero ipoteticamente trovare una via legale per ottenere risarcimenti dall’azienda guidata (chissà per quanto ancora) da Martin Winterkorn.
E se si dovesse dimostrare che il governo federale era al corrente della frode, come sostiene il vice-capogruppo dei Verdi Oliver Krischer, la bufera rischierebbe non solo di danneggiare seriamente l’azienda, ma di travolgere il ministro dei trasporti Dobrindt, e forse anche la cancelliera Merkel e l’intero gabinetto di grosse Koalition.
L’accusa dell’esponente ecologista si basa sulla risposta scritta a un’interpellanza parlamentare che risale alla fine di luglio. In quella sede, il ministro dei trasporti mostrava di sapere dell’esistenza di quella tecnologia che rende possibile all’automobile «riconoscere» quando viene sottoposta a un controllo anti-inquinamento e, dunque, limitare le proprie emissioni. Che al di fuori del momento del controllo sono decisamente superiori.
I Grünen vogliono vederci chiaro, e hanno depositato un’altra interrogazione urgente: «Anche in Germania la Volkswagen ha manipolato i valori delle emissioni. Cosa sanno i funzionari tedeschi? E ci sono simili manipolazioni anche da parte di altre case produttrici?», domanda il combattivo partito ecologista.
Quelli di Greenpeace Germania si spingono oltre: «A questo punto vanno controllate tutte le autovetture in circolazione nel nostro Paese», è la richiesta del portavoce Daniel Moser. Che ricorda come la qualità dell’aria nelle maggiori città tedesche sia spesso e volentieri molto scadente: Stoccarda, capitale del Baden-Württemberg, quella dove si respira peggio. E proprio in quel Land, dove i Verdi esprimono il governatore e dove l’industria automobilistica è molto presente, l’amministrazione annuncia di volere effettuare controlli autonomi, indipendenti da quelli che appronterà Berlino.
La ministra federale dell’ambiente, la socialdemocratica Barbara Hendricks, è rimasta finora piuttosto defilata: ieri ha proposto che l’eventuale multa che Volkswagen dovrà pagare alle autorità Usa sia devoluta alGreen Climate Fund, il fondo delle Nazioni unite contro il cambiamento climatico.
Lo scandalo che colpisce l’azienda di Wolfsburg riporta alla luce una contraddizione profonda della Germania: patria dell’ambientalismo europeo, da un lato, e maggiore produttore di automobili, dall’altro. Una contraddizione che si rispecchia anche nell’azione dei suoi governi: più attenti all’ambiente rispetto agli altri Paesi dell’Ue ma strenui difensori del predominio delle proprie industrie di punta, Volkswagen in testa.
Le norme europee sulle emissioni di CO2 degli autoveicoli, adottate l’anno scorso, videro la luce soltanto dopo una durissima battaglia in cui l’esecutivo tedesco si schierò «senza se e senza ma» in difesa degli interessi delle case automobilistiche, e quindi contro limiti considerati «eccessivi».
L’accordo di compromesso poi votato nel parlamento di Strasburgo dalle forze che governano insieme a Berlino, i democristiani di Merkel e i socialdemocratici del vicecancelliere Gabriel, venne duramente osteggiato dagli ecologisti, che denunciavano l’ipocrisia di una «lotta al cambiamento climatico» fatta senza «disturbare» i produttori di automobili inquinanti.
Per Volkswagen un colpo micidiale nella culla dell’ambientalismo
Per Volkswagen un colpo micidiale nella culla dell’ambientalismo
di Luca Celada
Come titolare di un autovettura diesel Volkswagen (modello 2004) non mi è nuova la sensazione di pariah. Per diversi anni la vendita di auto a gasolio infatti è stata vietata in California perché le emissioni diesel non rientravano nei parametri ambientali.
In quel periodo l’unico modo per guidarne una era di acquistarla in un altro stato (l’importazione privata era consentita). Successivamente, con nuove generazioni di motori più efficienti le diesel sono tornate nei concessionari e assieme a ibride ed elettriche hanno rappresentato un segmento delle vendite in forte crescita. O almeno così si sapeva prima di scoprire che il principale costruttore di diesel vendute negli Usa avrebbe intenzionalmente taroccato le proprie auto per trarre in inganno lo smog test, l’annuale tagliando antinquinamento richiesto dalla motorizzazione californiana.
L’attuale scandalo rappresenta un danno incalcolabile per la Volkswagen, che rischia sanzioni gigantesche e una lesione forse irreparabile alla propria immagine in uno stato “congenitamente” ambientalista.
L’ecologismo è vocazione culturale nella culla del movimento per l’ambiente e nel corso degli ultimi decenni in California è diventato pratica politica in virtù anche degli sforzi per ripulire l’aria di metropoli come Los Angeles, storica capitale dello smog.
In questi giorni il parlamento dibatte la SB350, l’ultima in una lunga serie di strette sull’ambiente che di norma precedono di qualche anno l’eventuale adeguamento di altri stati. La legge che si prefigge nientemeno che una riduzione del 50% dell’utilizzo di energia fossile e un aumento del 50% dell’efficienza energetica nell’edilizia, è sponsorizzata da Jerry Brown.
Ma la leadership ambientalista non è esclusivo appannaggio di politici progressisti come lui; anche un repubblicano come Arnold Schwarzenegger aveva firmato nel 2006 una pacchetto molto severo sulle emissioni che all’epoca (quasi dieci anni fa) era all’avanguardia nazionale.
Entrambe le leggi mirano a limitare la principale fonte di inquinamento ambientale: le automobili.
Con oltre 20 milioni di vetture in circolazione la California è di gran lunga il principale mercato di auto in America. Un dato che di fatto obbliga i costruttori ad adeguarsi alle norme ambientali e di efficienza di uno stato che è un laboratorio col potere di imporre normative nazionali.
Non è un caso che il summit sull’ambiente Usa-Cina prima della visita a Washington del presidente cinese Xi abbia radunato la settimana scorsa a Los Angeles sindaci di città americane e cinesi per discutere di strategie ambientali che la Cina spera di importare nelle proprie città soffocate dallo smog.
È impossibile sottovalutare in questo contesto la gravità del diesel-gate Volkswagen, per la reputazione del marchio e quella del gasolio in generale. Con meno dell’1% del parco macchine il diesel ha finora in qualche modo goduto di una nomea “alternativa”, uno dei segmenti specialistici a fianco di ibride ed elettriche (la California detiene il primato in ognuna delle categorie.)
Ma nello stato della Tesla lo scandalo potrebbe rappresentare ora il capolinea — e non solo per le diesel di Wolfsburg.
Fonte: il manifesto
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