La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci
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martedì 28 luglio 2015

Le balle di Renzi su occupazione e ripresa svelate dal Fondo Monetario Internazionale


di Fabio Sebastiani
La ripresa economica di Eurolandia si sta rafforzando. Ma il potenziale di crescita, stimato nell'1%, è troppo basso per far scendere l'elevato tasso di disoccupazione: "senza un'accelerazione significativa della crescita ci vorranno quasi 10 anni in Spagna e quasi 20 anni in Portogallo e Italia per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi". 
Al di là dei trionfalismi pret a porter di Renzi, il Fondo monetario internazionale sembra avere le idee molto chiare su cosa ci aspetta nei prossimi anni. 
Il check up dello stato di salute dell'area euro e dell'Italia (Fmi) è abbastanza impietoso. E nello stesso giorno in cui il ministero del Lavoro diffonde i dati di metà anno relativi alle attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro da cui si svela la balla renziana sugli aumenti dei contratti a tempo indeterminato, dice chiaramente che il tasso di occupazione può tornare ad alzarsi solo in presenza di una crescita poderosa. Crescita che l'Italia difficilmente potrà avere. 

Gualdo è malata di disuguaglianze e ha detto 0,33

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di Gianluca Graciolini
Gualdo è malata ed ha detto 0,33. Non 33, ma proprio 0,33, ovvero uno di quei coefficienti introdotti dagli studi econometrici e statistici di Corrado Gini per misurare i livelli di disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Il dato è emerso dal Rapporto del Ministero dell’economia e delle finanze ed è stato riportato da Il Giornale dell’Umbria nei giorni scorsi.
L’analisi statistica fa salire la nostra Città nella ingloriosa vetta dei Comuni umbri con gli indici di maggiore disuguaglianza dei redditi, rendendoci capofila tra quelli con più di 10 mila abitanti.
Di cosa ci parla questo dato? Innanzitutto, di come la nostra Città, in Umbria, sia stata tra quelle che più di altre, forse di tutte, ha subito i maggiori contraccolpi dalla crisi economica ed occupazionale, con l’allargamento della platea dei disoccupati e dei cassaintegrati, con il progressivo aumento delle povertà (una delle due facce della disuguaglianza), con gli effetti delle politiche economiche e sociali recessive ascrivibili all’austerità, con l’esplosione di una grande questione sociale dunque, di cui molti parlano, magari per giustificare altre porcate a svendere i beni comuni o con cui alimentare ad arte il discorso razzista, ma di cui nessuno intende aggredire davvero il nocciolo.

La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo

 
di Luciano Gallino
Quando apro le finestre al mattino, di questi giorni, lo sguardo mi cade inevitabilmente sul Mont Pélerin, al di là del lago. È una montagnola svizzera a pochi chilometri da Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite. È anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Con le drammatiche conseguenze di cui facciamo ancor oggi esperienza. Gramsci avrebbe trovato di grande interesse la strategia adottata dalla Mps per conquistare l’egemonia, intesa nel suo pensiero come un potere esercitato con il consenso di coloro che vi sono sottoposti. Anziché costituire l’ennesima fondazione o un think tank specializzato nel promuovere questo o quel ramo dell’economia, Mps scelse di costruire su larga scala un “intellettuale collettivo”.

Esperimenti fatali

di Boaventura de Sousa Santos

L’Europa è diventata un laboratorio per il futuro. Ciò che sta succedendo lì dovrebbe essere motivo di preoccupazione per tutti i democratici e specialmente per chiunque sia di sinistra. Due esperimenti in questo momento stanno venendo messi in pratica - e quindi, presumibilmente, stanno venendo controllati - in questo ambiente di laboratorio.
Il primo esperimento è uno stress test sulla democrazia, la cui ipotesi di fondo è la seguente: la volontà democratica di un paese forte può abbattere non democraticamente la volontà democratica di un paese debole senza intaccare la normalità della vita politica europea. I prerequisiti del successo dell’esperimento sono tre: il controllo dell’opinione pubblica che permette che gli interessi nazionali del paese più forte si trasformino nell’interesse comune dell’eurozona; il proseguimento, da parte di un gruppo di istituzioni non elette (Eurogruppo, Bce, Fmi, Commissione Europea), nella neutralizzazione e nella punizione di ogni decisione democratica che disobbedisca ai diktat del paese dominante; la demonizzazione del paese più debole così da assicurarsi che non ottenga comprensione dagli elettori degli altri paesi europei, specialmente nel caso di elettori di paesi che potrebbero disobbedire.

Sul debito si apre qualche spiraglio anche nel dibattito tedesco

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di Alfonso Gianni
Non era difficile comprendere, fin dall'inizio, che l'uscita della Grecia dalla Eurozona - probabilmente più definitiva che temporanea - non avrebbe fatto altro che consolidare l'egemonia tedesca sull'euro. Non a caso è stato Schauble a proporla. Averla evitata, grazie ad un accordo in sé certamente non bello e alla tenacia del governo greco, ha spaccato per la prima volta il fronte della Troika, con la richiesta esplicita del Fondo monetario internazionale, di ridurre, ovvero tagliare, l'entità complessiva del debito greco che non è solvibile, anche perché inesorabilmente destinato ad aumentare, malgrado la momentanea riduzione dovuta alle restituzioni operate dalle autorità greche ai creditori istituzionali.
Non è un risultato da poco. Soprattutto perché esso ha contribuito ad allargare e approfondire la discussione anche in Germania, il paese che ha guidato con ferocia il tentativo di capovolgere la stessa situazione politica greca, determinatasi in base alle elezioni di gennaio, e poi rafforzata dall'esito del recente referendum. Anche il grande paese tedesco appare meno monolitico di prima, malgrado che la socialdemocrazia abbia persino tentato di scavalcare a destra l'intransigenza della Merkel. Per fortuna non tutto il mondo intellettuale tedesco è prono alle politiche di austerità e si entusiasma per gli inchini di Sigmar Gabriel alla nuova Lady d'acciaio.

Euro versus Europa, un falso problema

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di Giuseppe Amari

Giorni fa, in pieno dramma greco, Antonio Polito scriveva un editoriale su Il Corriere delle Sera, il cui incipit era: Non c'è Europa senza Euro, non c'è Euro senza Europa. Il fatto che affermazioni del genere trovino spazio in un quotidiano storico a tiratura nazionale come questo, dà per intero la povertà e il livello di certa analisi, almeno di quella “ufficiale”. La prima affermazione è infatti un falso storico ed attuale.
La Comunità europea c'era prima dell'Euro, oggi ci sono paesi che non fanno parte dell'eurozona, ed è concepile anche senza una moneta comune. La seconda affermazione, non c'è Euro senza Europa, è poi una banalità assoluta che non vale la pena commentare. Si è fatto dell'Euro un feticcio facendolo coincidere con la stessa idea di Europa. Scambiando i mezzi con gli obiettivi e spesso sbagliando anche questi.

Produzioni e società in transizione

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di Maria Maranò
La conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Parigi 2015, per scongiurare l’aumento della temperatura del pianeta oltre i 2°C (meglio 1,5°), dovrà fissare obiettivi e tappe per una forte riduzione dei gas serra e dotarsi di strumenti e governance per raggiungerli.
Questo appuntamento e tutto ciò che ne seguirà e che dovrà essere conquistato, potranno essere un catalizzatore per mettere in campo politiche innovative che rilancino il sistema industriale europeo e nazionale. Al contempo si dovrà intervenire sui modelli sociali, culturali, comportamentali. Riconsiderare, quindi, l’intero sistema produttivo e il welfare.
Quali sono i soggetti su cui fare leva, le alleanze da costruire, i vincoli e le opportunità per un’economia fossil free, più giusta e democratica? Tra le novità che si sono evidenziate con maggiore forza in questi anni di crisi ne sottolineo due. La prima è che le questioni ambientali e sociali sono facce della stessa medaglia. Vanno tenute insieme una più giusta distribuzione della ricchezza e una buona produzione di ricchezza.

Così l'UE cede il passo agli interessi dei mercati

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di Francesco Martone
Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati
Per un paradosso o una significativa coincidenza lo stesso giorno nel quale processava Alexis Tsipras, il Parlamento Europeo avrebbe votato il rapporto Lange sul Transatlantic Trade and Invest- ment Partnership (Ttip). Raffigurazioni plastiche ed evidenti di come il progetto europeo di spazio di cittadinanza comune abbia ceduto il passo a quello elitario dell’austerity, e dell’ordoliberismo a tutti i costi, e agli interessi delle imprese e dei mercati anche a costo della sopravvivenza di uomini e donne in carne ed ossa.
Il tema centrale del rapporto Lange riguardava la cosiddetta «Investor to State Dispute Settlement» (Isds). La sua approvazione è stata giustamente condannata dagli attivisti delle campagne internazionali contro il Ttip essendo potenzialmente lesiva dei diritti umani, dell’ambiente e del lavoro: è infatti un meccanismo che — seppur nelle correzioni addotte come compromesso al ribasso dal gruppo socialista — subordina tuttora il «corpus» dei diritti umani alla prevalenza degli interessi delle imprese e del mercato.

UE, il vincolo esterno che impoverisce












di Clara Capelli e Eugenio Caverzasi
Dall’inizio della crisi nel 2009 fino a questi tesi e intensi mesi del 2015, la Grecia ha visto peggiorare notevolmente la propria economia. Dal 2009 al 2014, il PIL pro capite è sceso da 21 a 16 mila euro, gli investimenti sono crollati, il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato passando dal 9,6% al 25% (per non parlare di quello giovanile, intorno al 50%) e il rapporto debito PIL è esploso, passando dal 126% al 177% del PIL (fonte AMECO, Commissione Europea). Eppure, nonostante l’evidenza empirica sia sotto gli occhi di tutti, le politiche di austerità non sono state messe in discussione né dal Fondo Monetario Internazionale né da istituzioni e governi europei.
Il primo ha sì sottolineato nel suo rapporto del 2 luglio l’insostenibilità del debito greco, ma ha al tempo stesso rimarcato che ciò sia sostanzialmente da spiegarsi con un’insufficiente performance di crescita a sua volta dovuta dalla “mancata implementazione del programma di riforme strutturali”, dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni alle misure per aumentare il gettito fiscale.

I fondi UE e l'Europa dei pannicelli caldi











di Walter Tortorella
Le politiche di coesione sono al passaggio del testimone. A fine anno scade il termine per l’ammissibilità della spesa rendicontabile per la programmazione 2007-2013, mentre sono finalmente in dirittura d’arrivo i programmi operativi della nuova programmazione 2014-2020. Purtroppo il passaggio sconta ritardi ai quali siamo stancamente abituati e politicamente distaccati, come se non fosse un problema. Entro dicembre 2015 vanno ancora rendicontati 12 miliardi (un terzo delle risorse complessive previste per il settennio) ma i dati diffusi dal Governo relativi allo stato di avanzamento della spesa certificata al 31 maggio 2015 dei Fondi Strutturali 2007-2013 sono tutt’altro che lusinghieri. I 52 Programmi dovevano certificare il 76,6% della dotazione complessiva (c.ca 35,7 mld di euro). Il risultato raggiunto, fonte DPS, è stato del 73,6% delle dotazioni, per un valore di spesa di 34,3 mld di euro.

lunedì 27 luglio 2015

Divergenze in Europa: questione di prezzi o di quantità?



 

di Thomas Fazi e Guido Iodice
Come è noto, tra l’entrata in vigore dell’euro e il 2008, all’interno della zona euro si sono determinati degli squilibri di partite correnti senza precedenti, che sono esplosi in coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria: in quegli anni alcuni paesi (Germania in primis) hanno accumulato degli enormi surplus con l’estero, mentre altri (i paesi della periferia) hanno accumulato dei deficit altrettanto grandi. Anzi, gli uni erano praticamente lo specchio degli altri.
Ovviamente la specularità dei due trend non è una coincidenza: l’avanzo commerciale della Germania nei confronti del resto dell’UE è quasi triplicato in quel periodo, e buona parte di quell’incremento è stato assorbito dai paesi del Mediterraneo. La vulgata del dopo crisi ha addossato la colpa di questi squilibri tutta sui paesi in deficit, rei di aver fatto lievitare troppo gli stipendi dei propri lavoratori – o, come spesso si sente dire, di aver “vissuto al di sopra delle loro possibilità” –, perdendo competitività nei confronti della Germania, che invece avrebbe seguito una politica lodevole e “responsabile” di compressione dei salari, guadagnando competitività nei confronti delle “cicale” della periferia.

Europa, la legge non è uguale per tutti



 
di Roberto Musacchio
Come nella fattoria di Orwell tutti gli animali sono uguali ma qualcuno lo è di piu'. Questa Europa arcigna e austera fino ad essere crudele "giustifica " il suo cuore di pietra con la logica implacabile dei numeri e delle regole. Poco importa se poi i numeri non tornano e le persone ne soffrono. Dura lex, sed lex! Ma poi vai a vedere e scopri che le cose non sono proprio così.
Alla Grecia viene riservato un trattamento che assomiglia ad una tortura. E non molto meglio è andata a Portogallo, Spagna e Irlanda. Sulla colpa del debito si prova a costruire una vera e propria antropologia del potere. Ma la severità della legge viene invece messa da parte quando si tratterebbe di applicare altre norme che chiamerebbero in causa quelli più uguali degli altri. Nella fattispecie si tratta del superamento continuato e costante di quel 6% di attivo tra import ed export che sta al primo posto tra gli undici indicatori che la Commissione Europea ha individuato come spie di gravi squilibri macro economici tra gli Stati membri.