La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 16 giugno 2016

Disuguaglianze globali: come ripensare Robin Hood

di Angus Deaton
Gli aiuti internazionali allo sviluppo si fondano sul principio di Robin Hood, ovvero prendere dai ricchi per dare ai poveri. Le agenzie per lo sviluppo nazionale, le organizzazioni multilaterali e le ONG trasferiscono al momento più di 135 miliardi di dollari all’anno dai paesi ricchi ai paesi poveri sulla base di questo principio. Un termine più formale per indicare il principio di Robin Hod è “prioritarianismo cosmopolita”; una regola etica in base alla quale si dovrebbe pensare alle persone di tutto il mondo allo stesso modo indipendentemente da dove vivono, e focalizzare poi gli aiuti dove sono più necessari. Chi possiede meno ha quindi priorità su chi ha di più. Questa filosofia guida in modo implicito o esplicito gli aiuti allo sviluppo economico, gli aiuti per la salute e gli aiuti per le emergenze umanitarie.
A prima vista il prioritarianismo cosmopolita ha un senso. Le persone nei paesi poveri hanno delle necessità più urgenti ed il livello dei prezzi è molto più basso nei paesi poveri tanto che un dollaro o un euro hanno un impatto di due o persino tre volte superiore rispetto ai paesi ricchi. La spesa nazionale per i paesi ricchi non solo è più costosa, ma dà anche maggior beneficio a chi è già benestante (per lo meno in termini relativi secondo gli standard globali) e ha pertanto un effetto meno positivo.
Ho riflettuto e provato a calcolare la povertà globale per diversi anni e queste linee guida mi sono sempre sembrate sostanzialmente adeguate. Ma ora ne sono sempre meno convinto, in quanto sia i fatti che l’etica sollevano una serie di problemi
Senza dubbio sono stati fatti enormi passi avanti nel tentativo di ridurre la povertà globale, più attraverso la crescita e la globalizzazione che attraverso gli aiuti dall’estero. Negli ultimi 40 anni il numero dei poveri si è ridotto da più di due miliardi a poco meno di un miliardo; si tratta di un’impresa importante dato l’aumento della popolazione mondiale e il rallentamento a lungo termine della crescita economica globale in particolar modo dal 2008.
Ma sebbene impressionante e ben accetta, la riduzione della povertà ha tuttavia comportato dei costi. La globalizzazione, che ha salvato così tante persone nei paesi poveri, ha danneggiato altre persone nei paesi ricchi con il trasferimento delle fabbriche e dei posti di lavoro nei luoghi in cui il costo della forza lavoro è più basso. Questo processo è sembrato un prezzo più che accettabile da pagare da un punto di vista etico in quanto coloro che perdevano qualcosa erano già ben più ricchi (e sani) di chi ne traeva un profitto.
Una delle cause durevoli di questo disagio è che chi dà questi giudizi non è nella posizione adeguata per valutarne i costi. Come molti esponenti del mondo accademico e dell’industria dello sviluppo, io stesso sono uno dei maggiori beneficiari della globalizzazione e sono quindi tra coloro in grado di vendere i propri servizi in mercati ben più grandi e ricchi di quanto i nostri genitori avessero mai potuto sognare.
La globalizzazione è meno attraente per chi non solo non ne riceve i benefici, ma soffre anche a causa del suo impatto. Sappiamo da lungo tempo, ad esempio, che gli americani meno istruiti e con redditi inferiori non hanno beneficiato di grandi profitti economici negli ultimi quarant’anni, e che la fascia più bassa del mercato del lavoro statunitense può essere un ambiente molto difficile. Ma quanto stanno ora soffrendo questi americani a causa della globalizzazione? Sono più ricchi degli asiatici che lavorano adesso nelle fabbriche che si trovavano nelle loro città natali?
La maggior parte senza dubbio lo è. Ma diversi milioni di americani (neri, bianchi e ispanici) ora vivono in nuclei familiari con un reddito pro capite pari a meno di due dollari al giorno, e sono quindi più o meno allo stesso standard che la Banca Mondiale utilizza per definire il livello di indigenza in India o Africa. Trovare una casa negli Stati Uniti con un reddito simile è talmente difficile che la povertà di due dollari al giorno è di certo peggiore negli Stati Uniti che in India o in Africa.
Inoltre, la tanto decantata parità di opportunità americana è sotto minaccia. Le piccole e le grandi città che hanno perso le loro fabbriche a causa della globalizzazione hanno perso anche la loro base imponibile e sono ora in difficoltà a mantenere scuole di buon livello che rappresentano la via di fuga della prossima generazione. Le scuole di élite reclutano i ricchi per farsi pagare i conti e cercano le minoranze per correggere secoli di discriminazione, ma ciò fomenta il risentimento tra la classe operaia dei bianchi i cui figli non trovano posto in questo coraggioso nuovo mondo.
Anche il mio studio portato avanti con Anne Case rivela altri segnali di disagio. Abbiamo documentato un aumento di “decessi per disperazione” tra i bianchi non ispanici, dal suicidio all’abuso di alcol, all’overdose di farmaci su prescrizione e di farmaci illegali. Nel complesso il numero di decessi negli Stati Uniti è stato superiore nel 2015 rispetto al 2014, mentre l’aspettativa di vita si è ridotta.
Si può discutere sulla misurazione degli standard di vita materiali, sulla possibilità che l’inflazione venga sovrastimata e l’aumento degli standard di vita sottostimato, oppure sulla reale scarsità del livello delle scuole un pò ovunque, ma è difficile spiegare la ragione dei decessi. Forse non è ancora così chiaro che i bisogni più grandi sono dall’altra parte del mondo.
La cittadinanza porta con sé una serie di diritti e responsabilità che non condividiamo con i cittadini di altri paesi. Tuttavia, la parte “cosmopolita” delle linee guida sull’etica trascura gli obblighi speciali che abbiamo nei confronti dei nostri concittadini.
Si può pensare a questi diritti e obblighi come a una forma di contratto di assicurazionereciproco in base al quale ci rifiutiamo di tollerare alcuni tipi di disuguaglianza nei confronti dei nostri concittadini e ciascuno di noi ha la responsabilità di aiutare, e il diritto di essere aiutato, di fronte alle minacce collettive. Queste responsabilità non annullano e non sovrascrivono le nostre responsabilità nei confronti di chi soffre nelle altri parti del mondo, ma implicano che se ci limitiamo a giudicare solo sulla base dei bisogni materiali, rischiamo di lasciare fuori delle considerazioni importanti.
Quando i cittadini credono che l’élite si preoccupa di più dei cittadini oltreoceano rispetto ai cittadini al di là delle ferrovia, vuol dire che il contratto di assicurazione si è spezzato, che siamo divisi in fazioni e chi viene lasciato indietro si arrabbia e diventa disilluso nei confronti delle politiche dalle quali non trae alcun beneficio. Possiamo non essere d’accordo sui rimedi che queste persone cercano di ottenere, ma continuamo ad ignorare le loro vere difficoltà a nostro e a loro rischio e pericolo.

Traduzione di Marzia Pecorari
Fonte: Project Syndicate 

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