La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 12 gennaio 2016

Paladini della libertà di parola: tutti zitti con la Francia che la stronca

di Glenn Greenwald
È passato quasi un anno da quando milioni di persone - guidate dai tiranni più repressivi al mondo - marciarono su Parigiapparentemente per la libertà di parola. Sin da allora, il governo francese - che ha dato l'esempio strombazzando ai quattro venti l'importanza della libertà di parola dopo gli attentati di Charlie Hebdo - ha ripetutamente perseguitato persone per le visioni politiche espresse oppure ha sfruttato la paura collegata al terrorismo per far fuori i diritti civili in generale. Ha fatto tutto questo senza il minimo accenno di protesta da parte di coloro che, attraverso tutto l'Occidente, avevano sventolato le bandiere della libertà di parola in supporto ai fumettisti di Charlie Hebdo.
Ciò perché, come argomentai all'epoca, molti di questi neo-paladini della libertà di parola non sono autentici e costanti sostenitori di essa. Al contrario, essi evocano quel principio solo nei casi più facili ed egocentrici: ovvero, la difesa delle idee che sostengono. Ma quando la gente viene punita per esprimere delle idee che questi signori odiano, allora si fanno silenziosi oppure supportano quella stessa soppressione: proprio il contrario della genuina difesa della libertà di parola.

Prima le donne, i vecchi e i bambini: le narrazioni tossiche danno dipendenza

di Genius Migrans
– A Ragusa, ti ricordi? A settembre scorso, venne fuori la storia delle donne schiave, sfruttate nei campi e violentate in cascina…
– Sì ma niente a che vedere con quello che succede a Monaco all’Oktoberfest. Se sei donna sei troia e se sei troia ti prendi una bella mano nel culo, un po’ di birra nel reggiseno e spintarelle. Una paio le violentano sempre, per cortesia!
– Anche qui da noi, ogni anno ne ammazzano 150. Una più, una meno.
– Che schifo, pensare che queste sono le donne nostre, che invece di picchiarle dovremmo difenderle…
– E da chi?
– Da questi che arrivano… Islamici, musulmani… E’ proprio una cosa culturale la loro, sono fatti così… Le facessero a casa loro certe porcherie, con le donne loro…
– Già…

Diventare figli di nessuno

di Gigi Roggero 
Leggere l’insieme attraverso il particolare: questo è uno dei grandi meriti di Sergio Bianchi con il suo Figli di nessuno (Milieu, 2015). È la “storia di un movimento autonomo”, ci informa il sottotitolo del libro, la storia cioè dell’Autonomia operaia in un’area territoriale tra Milano e Varese, in paesi che rispondono ai nomi di Tradate, Venegono Inferiore e Superiore, Castiglione Olona. È una provincia metropolitana, che tra gli anni ’60 e ’90 viene investita dalle lotte e dai profondi mutamenti che cambieranno faccia alle forme di produzione e alla composizione di classe: dalla fabbrica alla fabbrica diffusa, dall’operaio massa all’operaio sociale, fino ad arrivare ai lavoratori autonomi e precari. È in questo contesto materiale che negli anni ’70 nasce l’esperienza dei collettivi autonomi, la cui parabola è raccontata e analizzata nel libro attraverso testi, testimonianze e corrispondenze raccolti in periodi diversi.

Autogestire la finanza pubblica

di Eliana Caramella 
Il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale (perunanuovafinanzapubblica.it), costituitosi a Firenze il 13 aprile 2013 in una partecipatissima assemblea, aveva lanciato un appello a comitati territoriali, reti di movimento, realtà associative, forze sindacali e politiche interessate per avviare un percorso di rilancio e ridefinizione della finanza pubblica che affrontasse alla radice tre questioni centrali: il debito pubblico, il sistema bancario e le politiche fiscali. Alcuni di quei soggetti hanno raccolto l’appello e fatte proprie le linee di azione emerse da quella stessa Assemblea, dando vita a percorsi autonomi di critica radicale ai vincoli del debito e del patto di stabilità, attuando percorsi di audit del debito pubblico, analisi della spesa pubblica e idee per una spending review dal basso, proposte di ripubblicizzazione e reinternalizzazione di servizi pubblici locali, coinvolgendo consigli comunali, comunità locali, lavoratori pubblici.

Una stagione per la democrazia

di Massimo Villone 
Il comitato per il no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi ha dato il via alla propria campagna nel giorno in cui il voto della Camera ha concluso la prima deliberazione ex art. 138. Una assemblea molto affollata, tanto da costringere gli organizzatori a cercare una sala più grande. E ai piani alti del Pd qualcuno ha mugugnato contro la Boldrini, colpevole di aver autorizzato l’uso della sala nelle stesse ore in cui l’Aula votava. Evidentemente, un sassolino nella strategia comunicativa del capo. Saranno pure i cittadini a decidere sulla riforma. Ma evitiamo che discutano o pensino troppo, prima di votare. Potrebbero confondersi.
Il referendum sulla riforma è ormai certo, perché la maggioranza rimane lontana dai due terzi dei componenti sia alla Camera che al Senato. Solo per chiarezza, sarà utile ribadire che il referendum è strumento dato dalla Costituzione a chi si oppone alla riforma, e non a chi la approva. Quindi la trasformazione in un plebiscito sullo stesso Renzi è l’ennesima forzatura cui assistiamo.

La via obbligata con Podemos

di Felice Besostri
Analizzare le elezioni del 2015 in Spagna per trarne insegnamento politico è un modo di seguire, nel 70° anniversario nel 2016, l’esortazione lanciata da Carlo Rosselli alla Radio di Barcellona il 13 novembre 1936. Le carte in mano della soluzione politica, a Madrid, ce le hanno Podemos e il Psoe, e questo apre finalmente delle nuove prospettive per la sinistra e non solo in Spagna. Per la prima volta i voti si potrebbero politicamente sommare, cosa esclusa nei voti Psoe-Pce ed anche Psoe-Iu.
Malgrado la politica economica e istituzionale (legge elettorale e revisione costituzionale) del Pd, lo spazio politico di espansione da noi è potenzialmente coperto dal M5S, ma verso di esso ci sono diffidenze e preclusioni, inesistenti o quasi nei confronti di Podemos. Last but not least, con i gruppi dirigenti degli spezzoni organizzati della sinistra, a prescindere da chi si è già chiamato fuori, difficilmente si annuncia un radioso futuro: ma contro di essi il processo di ricomposizione unitaria neppure inizia.

La guerra globale contro le donne

di Guido Viale 
Alla fine il bubbone è scoppiato («E’ bene che gli scandali avvengano»). L’aggressione contro decine e decine di donne a Colonia e in altre città, ma anche in Svizzera, Austria, Svezia e Finlandia, di folti gruppi di uomini, prevalentemente arabi, mette in evidenza le enormi difficoltà della convivenza; ora, dopo l’arrivo in Europa di un milione di profughi in un anno, molto di più che in passato. E proprio per questo mette del pari in evidenza la grande cura con cui questa difficoltà va affrontata.
È un evento, questo di Colonia, che non va né sottodimensionato né sottovalutato; non solo perché a impedire di farlo già provvedono e provvederanno sempre più sia la furia razzista delle organizzazioni di destra che le dissertazioni pseudoculturali sulla civiltà europea della stampa e dei media di regime; e non solo perché è verosimile che, seppure in altre forme, eventi come questo siano destinati a ripetersi; ma soprattutto perché comprendere il meccanismo che lo ha messo in moto e il modo in cui maneggiare questa materia così delicata e incandescente è tutt’altro che semplice: volenti o nolenti, ci terrà impegnati a fondo nei prossimi anni.

L’altra camera del referendum

di Andrea Fabozzi 
La fila è lunga. «Abbiamo già superato il quorum?», si scherza sperando di riuscire a entrare. Al debutto del comitato del No si riempie subito l’aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio, mentre nell’aula quella vera — stesso palazzo — la riforma procede sul velluto. Arriva l’ultimo sì della prima lettura e comincia in contemporanea il lungo avvicinamento al referendum, che in questo caso non prevede quorum. Allora la domanda è un’altra: come ci si oppone a un plebiscito?
Come si sfugge, cioè, allo schema innovatori contro conservatori? Secondo Gaetano Azzariti centrando la campagna elettorale sugli enormi problemi della rappresentanza e del parlamento, per mettere in luce quanto sia «scarsa» la riforma di Renzi di fronte alla «crisi dello stato costituzionale». Secondo Stefano Rodotà bisogna fronteggiare «l’antipolitica di governo» avviando una lunga stagione referendaria.

La circolare che cancella i disoccupati

di Marta Fana
Prima del congedo natalizio, il Ministero del Lavoro ha dato il via alla riforma dei servizi per il lavoro e di politiche attive. La circolare del 23 dicembre 2015 esclude esplicitamente lo stato di disoccupazione come requisito necessario per l’eleggibilità alle misure di politica attiva. Facendo leva sul principio di non discriminazione, il Ministero ha voluto estendere la possibilità di accedere ai servizi di politica attiva del lavoro — in capo ai centri per l’impiego– anche tutti coloro che hanno già un lavoro «non a tempo pieno», «scarsamente remunerativo, o non confacente al proprio livello professionale o semplicemente perché alla ricerca di una occupazione più confacente alle proprie aspettative».
Allo stesso tempo, la circolare precisa che le richieste di prestazioni sociali (Naspi, Asdi, Dis-coll) – indirizzate all’Inps – non saranno più vincolate all’ immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa, da effettuarsi con l’iscrizione alle liste dei centri per l’impiego.

lunedì 11 gennaio 2016

Costituzione e referendum: la posta in gioco

di Gustavo Zagrebelsky 
Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948. Una cosa è cambiare, un’altra è il come cambiare. Il superamento del bicameralismo perfetto è largamente condiviso, ma siamo di fronte a un testo incomprensibile e al ritorno a condizioni pre-costituzionali.
Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).

La Sinistra del futuro: una sociologia di emergenze

di Boaventura de Sousa Santos
Il futuro della sinistra non è più difficile da prevedere rispetto a qualsiasi altro fatto sociale. Il modo migliore di occuparsene è per mezzo di ciò che chiama la sociologia delle emergenze che consiste nel prestare speciale attenzione ai segni del presente che possono essere letti come le tendenze o l’avvisaglia di qualunque cosa possa essere decisiva nel futuro. Al momento propongo di attirare l’attenzione su un fatto che, data la sua natura insolita, potrebbe preannunziare qualcosa di nuovo e di importante. Alludo ai recenti patti firmati da vari partiti della sinistra.
I patti non hanno una forte tradizione nella “famiglia della sinistra”. Storicamente, alcuni rami della famiglia hanno stabilito più patti con la destra che con altri membri della famiglia. Giudicando dal fatto che hanno continuato a esistere negli scorsi 200 anni, si potrebbe dire che le differenze all’interno della sinistra sono parte del suo DNA.

La Nuova Geo-Economia

di Joseph Stiglitz
L’anno scorso è stato un anno memorabile per l’economia globale. Non solo i risultati conseguiti nel complesso sono stati deludenti, ma nel sistema economico globale si sono verificati profondi cambiamenti – sia in bene che in male.
Degno di nota è stato l’accordo sul clima raggiunto a Parigi il mese scorso. Di per sé, l’accordo è ben lungi dall’essere sufficiente a limitare l’aumento del riscaldamento globale al target di 2º C al di sopra del livello pre-industriale. Ma ha messo tutti sull’avviso: il mondo si muove, inesorabilmente, verso un’economia verde. Un giorno non troppo lontano, i combustibili fossili saranno in gran parte una cosa del passato. Così chi investe in carbone oggi lo fa a suo rischio e pericolo. Con una quota maggiore di investimenti verdi venuti alla ribalta, coloro che li finanziano, dobbiamo sperare, controbilanceranno la potente lobby dell’industria del carbone, che è disposta a mettere a rischio il mondo per promuovere i propri miopi interessi.

Una Repubblica meno democratica, fondata sulla sfiducia

di Giuseppe Civati 
Tra cinque anni o forse anche prima ci troveremo a discutere della necessità di abolire di un Senato, piccolo, equivoco e senza importanza.
Piccolo, equivoco e senza importanza, ma capace di creare un vero e proprio caos, anche perché può intervenire sulla questione più importante della vita parlamentare: la riforma della Costituzione.
Ci troveremo a discutere di una legge elettorale che avrà definitivamente ucciso la rappresentanza. E ce ne lamenteremo, oh sì, diremo cose terribili.
Però, intanto, oggi, la maggioranza voterà questa revisione della Costituzione.
Il trionfo della crisi della democrazia e della rappresentanza
La riforma non è una risposta alla crisi della democrazia e della rappresentanza, al disorientamento dei partiti e della loro funzione storica: è l’inveramento, il trionfo di questa crisi.

La sanatoria nascosta nel Jobs Act

di Domenico Tambasco
Gli interessati cortigiani del pensiero unico neoliberista suonano lo spartito delle “cifre” sull’andamento dell’occupazione, servilmente opposte –nonostante la loro quotidiana oscillazione alla stessa stregua del listino borsistico – quale inconfutabile prova della verità del “verbo tecnocratico” predicato dal Jobs Act. 
Il solitario e ormai rassegnato cammino della vita di ogni lavoratore, al contrario, si scontra oggi drammaticamente con la dolorosa realtà delle “riforme”. 
Misuriamoci allora proprio con la realtà, ed andiamo a vedere i primi effetti prodotti dalle nuove norme ad alcuni mesi di distanza dalla loro approvazione, prendendo subito in considerazione la parte più “rivoluzionaria” e allo stesso tempo più odiosa del Jobs Act, ovvero quella sui demansionamenti. 

Una manovra di destra

di Giovanni Principe 
In un dibattito sulle sorti della sinistra in cui sempre più spesso viene messa in discussione la stessa distinzione di fondo rispetto alla destra, non è facile ancorare a criteri di giudizio solidi e condivisi un discorso attorno a scelte politiche che, pure, hanno un forte un impatto sulla vita dei cittadini.
Gli schemi che prevalgono hanno tutti un forte tratto autoreferenziale, basati come sono sugli schieramenti parlamentari. I contenuti sfumano sullo sfondo, i programmi elettorali sono stati rimossi dalla memoria collettiva, sembrano risalire non a due anni fa ma a un'altra era geologica.
Mentre il centro, che in origine identificava la parte più mobile e meno inquadrata nei due schieramenti fondamentali, è passato a rappresentare esso stesso uno schieramento. Anzi, lo schieramento per antonomasia, il luogo di realizzazione della Politica con la maiuscola, quella con il pilota automatico, quella delle euroburocrazie, o del pensiero dominante, o dei “poteri forti”.

Beni demaniali, beni immateriali dello Stato, rendita di esistenza e groundstandard

Presentiamo un interessante contributo, di natura giuridica-filosofica, sulla giustificazione, in punta di filosofia di diritto, della proposta di un reddito di base incondizionato. Le argomentazioni fanno riferimento a una tradizione giuridica-filosofica che, traendo spunto dal libello del 1795 di Thomas Paine dal titolo “La Giustizia Agraria”, attraversa il pensiero di Jean-Jacques Rousseau sino a Bertrand Russell e, ai giorni nostri, a Philippe Van Parijs. Anche Corrado Del Bò, in un bel libro scritto con Emanuele Murra, “Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni” (GOWare Edizioni) ripercorre con convinzione le solide ragione filosofiche e giuridiche che giustificano un reddito di base incondizionato e universale.
Si tratta, molto semplicemente, del risarcimento dell’espropriazione di terra a seguito all’instaurazione della proprietà privata, una proprietà che, per l’appunto, priva una parte dell’umanità (a vantaggio dell’altra) di poter godere i frutti della propria appartenenza alla madre comune terra.

Euskadi e Podemos, riflessioni post-elettorali

di Fabio Frosini e Dolores Morondo
Le elezioni politiche spagnole del 20 dicembre, di cui abbiamo già reso conto a caldo, hanno restituito un quadro politico profondamente mutato rispetto alle precedenti del 2011. A fianco della disfatta dei due partiti, PP e PSOE, che per più di un trentennio hanno gestito il bipolarismo spagnolo, è emerso Podemos, affermandosi, con un’intelligente combinazione di blocchi locali con un partito nazionale, come terza forza politica, molto avanti ai nuovi sopravalutati conservatori di Ciudadanos. Degli effetti catalani si è già parlato, con questo articolo vogliamo documentare lo straordinario e inaspettato successo di Podemos nei Paesi Baschi.
Premettiamo che una parte della difficile “governabilità” scaturita dalle elezioni non dipende dal sistema proporzionale (come ha interessatamente proclamato Renzi) ma dalla struttura deformante della legge elettorale spagnola, in vigore dal 1978, che non è proporzionale, ma tale da favorire fortemente i partiti capaci di ottenere buoni risultati in tutte le 52 circoscrizioni o (relativamente) quelli con forte rappresentazione locale.

I cigni neri

di Christian Marazzi 
Gli eventi che definiscono un anno sono sempre più simili ai cigni neri, quegli eventi rari e difficili da prevedere rispetto alle normali aspettative razionali o al consenso generale. Almeno questo è quanto ci suggerisce la storia recente, se è vero che all’inizio del 2014 nessun esperto aveva previsto l’annessione della Crimea alla Russia o, all’inizio del 2015, l’arrivo in Germania di oltre un milione di rifugiati e l’ascesa improbabile di Donald Trump negli Stati Uniti. Meglio quindi guardare alle potenziali discontinuità piuttosto che affidarsi al “come prima, più di prima”.
Sotto il profilo economico-monetario, una prima sorpresa, o discontinuità rispetto alle aspettative della maggioranza degli esperti, potrebbe essere l’indebolimento del dollaro. Dopo l’aumento del tasso d’interesse direttore della Federal Reservedi fine 2015, il dollaro si è prevedibilmente rivalutato rispetto all’Euro e allo Yen, dato che queste due monete scontano politiche di tassi d’interesse prossimi allo zero e vengono create in grandi quantità dalle rispettive banche centrali.

Saldi al via. Ma degli immobili pubblici

di Paolo Berdini
Per acquistare a poco prezzo il patrimonio immobiliare della Grecia i circoli finanziari europei hanno imposto il durissimo intervento del governo europeo e della Bce che ha condizionato i prestiti necessari alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di famiglie greche alla vendita di immobili e infrastrutture per un valore di 50 miliardi di euro. In Italia è sufficiente l’azione di Renzi e del fidato Padoan.
Venerdì sono circolate le anticipazioni della grande svendita del patrimonio di tutti gli italiani e non è certo un caso che sia stato il giornale di casa, L’Unità, a darne con grande risalto l’annuncio. Erano due decenni che i governi di centro-destra avevano tentato la vendita del patrimonio degli italiani ma senza grandi successi.

Reato di clandestinità: le buone ragioni per abrogarlo

di Duccio Facchini
“Abrogare il reato di clandestinità è un atto necessario e di onestà”. Inizia da qui la riflessione a voce alta di Guido Savio, avvocato torinese membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), che ha messo in fila le “buone ragioni” per cancellare quella che definisce una autentica “bufala”. Sono i giorni degli annunci rimangiati del governo Renzi a margine della legge parlamentare che dal 2014 ha fornito la delega all’esecutivo per la depenalizzazione di una serie di reati, e delle interviste del ministro dell’Interno Angelino Alfano, che all’epoca dell’introduzione del reato era inquilino berlusconiano del dicastero della Giustizia.
Di fronte alla “pochezza della politica”, Savio ricostruisce il percorso del “vero motivo” per cui il governo Berlusconi e il ministro dell’Interno Roberto Maroni decisero di puntare -non solo mediaticamente- su quel reato, introdotto dalla legge 94 del 2009 (il cosiddetto “Pacchetto sicurezza”) nel Testo unico delle norme sugli stranieri non comunitari all’articolo 10bis (“Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”). Un iter cominciato otto anni fa.

Centralismo sanitario

di Roberto Balzani
Un fantasma si aggira silenzioso ma inesorabile per il Paese: quello del centralismo. Dopo una lunga stagione autonomista, durata dagli anni Settanta, a partire dal primo lustro del nuovo secolo, e con maggior veemenza dalla Grande crisi del 2008, il vento è cambiato. Prima con Tremonti e col suo ambiguo “federalismo fiscale” (con il quale di fatto si rendevano i comuni esattori per conto dello Stato, senza avere in cambio i benefici dell’autonomia e della responsabilità); poi con i successivi governi tecnici e di centrosinistra. La riforma del Titolo V in approvazione, immaginata per correggerne un’altra, precocemente invecchiata e fallita nei fatti, riequilibra i poteri in senso favorevole al potere centrale, né pare che il Senato delle regioni possa compensare questa vigorosa sterzata verso Roma.
Se c’è un settore nel quale il rapporto centro/periferia pare più delicato, quello è la sanità. Principale voce di spesa della regioni italiane, la sanità ha contribuito, in molti casi, a plasmarne la burocrazia: essa è oggi sotto il mirino dell’opinione pubblica per i disservizi, gli sprechi e le ramificazioni clientelari che ne hanno accompagnato l’impianto e lo sviluppo negli ultimi anni.

Basaglia tra le righe: per un’analisi del lavoro cognitivo

di Maurizio Busacca
L’analisi che viene proposta in questo lavoro si fonda principalmente sulla produzione culturale, politica e tecnica di Franco Basaglia e Franca Ongaro perché la loro risposta operativa al governo della follia li rende soggetti e oggetti ideali dell’analisi che mi propongo di svolgere sui processi di soggettivizzazione deiknowledge workers nell’ambito della dialettica Lavorototale – Improduttivitàmalata.
La vocazione personale e il desiderio di esprimere il proprio talento spingono i lavoratori a costruire processi di identizzazione complessi, che rimescolano tra loro passioni, diritti e aspettative fino a rendere frastagliati i confini delle tradizionali sfere di definizione sociale. È proprio in seno alla volontà di autorealizzazione che si apre lo spazio soggettivo, e ambivalente, del lavoro cognitivo: da un lato spazio di auto-realizzazione, dall’altro spazio di umiliazione del lavoro (Chicchi, 2014).

Ci sono i numeri per un referendum che cancelli il ddl Boschi

di Giulio AF Buratti
Con la presenza di Possibile «abbiamo la certezza che almeno 126 deputati chiederanno il referendum», dice, nel corso della presentazione della campagna referendaria per il no alle riforme, Alfiero Grandi, co-presidente del Comitato per il No, riferendosi alla quota necessaria di parlamentari per chiedere il referendum. Proprio mentre la Camera approva il ddl Boschi sulle riforme istituzionali (367 voti a favore, 194 contrari e cinque astenuti. Il testo ora dovrà tornare al Senato) Grandi annuncia il raggiungimento della quota necessaria per la richiesta del referendum dopo aver indicato la presenza, nell’auletta dei gruppi parlamentari dove si svolge la riunione, di Possibile il movimento di Giuseppe Civati che conta a Montecitorio dieci parlamentari. Le 126 firme che saranno depositate dopo l’ok definitivo al ddl Boschi potranno infatti includere quelle dei 31 deputati di Sinistra Italiana, dei 91 del M5s e dei 10 esponenti di Possibile per un totale di 132. I rappresentanti di tutti e tre i partiti hanno infatti partecipato al ‘battesimo’ del Comitato per il No annunciando il loro sostegno per la raccolta delle firme in Parlamento.

Il decreto-Colosseo una prepotenza del governo

di Mario Rusciano
Il decreto-legge 20 settembre 2015 n. 146 (“Misure urgenti per la fruizione del patrimonio storico e artistico della Nazione”) è un classico esempio di intervento autoritario nella delicata materia dello sciopero nei servizi pubblici essenziali. Il governo lo ha emanato in fretta e furia sull’enorme onda emotiva sollevata dal blocco dell’accesso al Colosseo per un’assemblea del personale (ma un episodio del genere si era già verificato agli Scavi di Pompei alcuni mesi or sono). E poco importa, come si dirà più avanti, che tale decreto sia stato pure convertito nella legge 12 novembre 2015 n. 182 e con una singolare integrazione (vale a dire premettendo, all’unico articolo del decreto, il bizzarro cappello dell’articolo “zerouno”). Tanto per cominciare: è vero che, ai fini della continuità di un servizio pubblico, è irrilevante che il blocco sia dovuto a uno sciopero o a un’assemblea, ma è anche vero che, nel caso di specie, l’assemblea era stata regolarmente autorizzata – quindi ovviamente con tanto di preavviso – e solo la superficialità delle notizie di stampa l’aveva equiparata a uno “sciopero improvviso” suscitando l’imbarazzo e l’ira del governo.

Sull'idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita

di Marina Montanelli e Francesco Raparelli
L'idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita (ed. Quodlibet) di Paolo Virno è un volume composito, si raccolgono testi vecchi e nuovi. Più nel dettaglio: tre saggi brevi, due filosofici e un “classico” della teoria politica contemporanea. Il primo saggio,Mondanità (1993), ha i tratti del laboratorio, fanno la loro comparsa nozioni chiave della ricerca materialista che l'autore non ha mai abbandonato. Il secondo, Virtuosismo e rivoluzione (1993), è un piccolo grande capolavoro, che ha consegnato a militanti politici giovani e meno giovani «le parole per dirlo», la bussola per navigare «dentro e contro» la scena del postfordismo o di ciò che, più recentemente, abbiamo definito capitalismo neoliberale. Concetti come moltitudine, esodo, intemperanza, diritto di resistenza“tornano alla luce” per ripensare radicalmente l'azione politica, quando la produzione fa del linguaggio, degli affetti, in generale della vita della mente, le sue risorse decisive. L'uso della vita (2014), presentato per la prima volta nel seminario della Libera Università Metropolitana proprio alla nozione di 'uso' dedicato, è un saggio di forza e bellezza rare. Si sancisce un nuovo inizio, si delinea una ricerca a venire.

Le regole per la condivisione

di Luisa Leonini
Sempre più spesso sentiamo parlare di sharing economy, per definire una serie di comportamenti e di pratiche sociali via via più diffusi in contesti prevalentemente metropolitani, quali il bike sharing, il car sharing, le banche del tempo, i Gruppi di acquisto solidale ecc. «Sharing» fa riferimento al concetto di condivisione, di solidarietà, di aiuto reciproco tra le persone. Accanto a questa visione che accentua soprattutto l’aspetto etico solidaristico della condivisione, vi è quello più strettamente dell’economy, dove emergono nuove o rinnovate forme di imprenditorialità e di scambi di mercato che richiedono nuove procedure, norme, standard di comportamento (AirBnb, Uber ad esempio).
Lo sviluppo e la diffusione della sharing economy in Italia, come in altre parti del mondo occidentale, significa la coesistenza di piattaforme multinazionali come Uber e AirBnb che sono in grado di imporsi sui mercati e competere in modo aggressivo con soggetti economici già presenti, ma anche l’emergere di iniziative dal basso come le banche del tempo o gli spazi di co-working che lottano per diventare economicamente sostenibili.

Rilanciare il processo di costruzione del soggetto unitario della sinistra e rafforzare il partito

Il processo di costruzione del un soggetto unitario della sinistra ha subito una battuta d’arresto. Questa è dovuta alla scelta di SEL/Sinistra Italiana di anteporre e contrapporre la costruzione di un nuovo partito della sinistra a quella del soggetto unitario della sinistra antiliberista. Questa scelta di costruire il proprio partito invece del processo unitario non ha evidentemente solo un risvolto organizzativo ma anche politico nella riproposizione di una definizione ambigua sul piano della collocazione europea così come su quello nazionale: le vicende legate alle elezioni amministrative, in cui spicca il caso milanese e recenti prese di posizione di SEL che, al fine di riconsiderare la propria collocazione in merito alle elezioni amministrative apre un’interlocuzione nazionale con il governo, ne sono una testimonianza chiara.

Il Referendum costituzionale? Sarà un voto sulla stagione renziana

di Alfredo D'Attorre
Su un punto Matteo Renzi ha ragione e gli va riconosciuto di giocare a carte scoperte: il carattere assolutamente cruciale, proprio di uno snodo politico decisivo, del referendum costituzionale del prossimo autunno. Si può criticare la sua ambizione di trasformare quel voto in un plebiscito personale, ma chi può negare che quel pronunciamento popolare non sarà limitato ai dettagli giuridici della riforma costituzionale, ma costituirà un giudizio a tutto tondo sulla stagione renziana e sulle sue tanto decantate riforme?
È inevitabile che sia così, specie dopo che il governo nel corso dell'iter parlamentare ha sostanzialmente espropriato le Camere della loro centralità in materia costituzionale ed elettorale, legando la sua vita all'approvazione delle riforme esattamente nei termini in cui venivano proposte, fino al punto (semplicemente inimmaginabile per la cultura istituzionale del centrosinistra , ma a cui, per la verità, neppure Berlusconi era mai arrivato) di imporre la fiducia sull'approvazione della legge elettorale.

Leggere i Grundrisse

di Alfio Neri
Da cinquant’anni mancava un’introduzione ai Grundrisse. Oggi finalmente abbiamo un testo che ci permette di affrontare i Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica. I Grundrisse sono un testo enormemente difficile sotto tutti punti di vista. Sono appunti non destinati alla pubblicazione che offrono problemi di lettura colossali. Tuttavia, dietro la loro forma contorta, essi percorrono vie analitiche molto originali non sempre sfruttate.
La storia dei Grundrisse è fortunosa. Rimasti nascosti per un secolo, pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale, divennero noti dopo la prima ristampa tedesca del 1953. Negli anni cinquanta non furono quasi letti e solo in seguito furono recepiti come possibile alternativa al dogmatismo dell’ortodossia sovietica. Assieme agli scritti di Gramsci e ai manoscritti economico-filosofici del 1844, i Grundrisse aprirono la via alla possibilità di un nuovo marxismo critico di cui vi era un enorme bisogno teorico.

America Latina: ritorno al passato?

di Fabio Marcelli 
Com’era prevedibile, l’ondata di destra che sta scuotendo l’America Latina evoca i peggiori incubi del passato. Prendiamo ad esempio l’Argentina, Paese dove tale ondata ha avuto inizio con le elezioni del 22 novembre scorso che, sia pure di misura, hanno decretato la vittoria del Berlusconi delle Pampas, quel Macri che, a differenza dell’originale, non si è fatto da sé ma ha ereditato un impero industriale bell’e fatto dal paparino, intraprendente industriale di origini italianearricchitosi durante la dittatura, periodo nel quale sono stati torturati, uccisi e fatti sparire oltre trentamila argentini, mentre altri hanno fatto fortuna. Una fortuna costruita anche su quei trentamila cadaveri, molti dei quali non sono stati neppure ritrovati.
Fra i ministri che Macri ha pensato bene di regalare agli argentini, con lo scopo dichiarato di alleggerirli dei troppi diritti accumulati durante le presidenze dei Kirchner, ministri in genere reclutati in seno al personale direttivo delle imprese multinazionali che sfruttano alla grande questo ed altri Paesi, c’è anche un tale Aranguren, nominato nientemeno che ministro dell’energia dopo essere stato manager della Shell.

La Fragilita’ Sistemica nell’Economia Globale

di Jack Rasmus
La crisi economica globale che scoppio’ nel 2008-09 non e’ ancora finita; si sta’ appena spostando. Inizialmente questa crisi fu incentrata sulle economie USA e del Regno Unito nel 2007-2009, dopodiche’ si sposto’ in Europa e in Giappone nel 2011-2013; all’inizio del 2014 si e’ spostata una terza volta, verso la Cina e verso le economie dei mercati emergenti dell’America Latina, Asia e Africa, dove le condizioni della crisi stanno diventando piu’ profonde e dove continueranno a imperversare durante il 2016.
Mentre la Cina e i mercati emergenti stanno praticamente rallentando dappertutto e stanno entrando in una recessione, gli anelli deboli costituiti dal Giappone e dall’Europa continueranno a scivolare dentro e fuori dalla recessione.
Il Giappone ha subito non meno di cinque recessioni dal crollo del 2008; l’ultima non si e’ ancora conclusa.

Referendum: ordalìa o democrazia? Accettiamo la sfida!


di Paolo Farinella, prete
Speravamo che la fine del berlusconismo al governo diretto del Paese dovesse portare un minimo di regole democratiche, eliminando lo scempio alla dignità della legalità e curando le ferite inflitte a ogni istituzione civile e organizzazione dello Stato. Circa metà degli Italiani ha coscientemente tenuto al governo dell’Italia un evasore fiscale, un alleato di mafia, attraverso il suo diretto braccio destro Dell’Utri (ora in carcere). Ora abbiamo anche il conforto di Sandro Bondi, testimone qualificato indiscusso che gli fu vate, «servo volontario» ed ex Pci, il quale quatto quatto, cacchio cacchio, viene a dirci con lirica innocenza che a Berlusconi nulla importava dell’Italia, perseguendo il fedifrago un solo interesse: il suo e quello delle sue aziende. Quando lo dicevamo noi in epoca non sospetta, eravamo tacciati di antiberlusconismo ideologico; ora che tutti sanno, fanno finta. Speravamo che il PD volesse riparare lo sfascio, come è sempre accaduto nella storia d’Italia: la destra dilapida e la sinistra aggiusta. Speravamo da impenitenti illusi perché non volevamo rassegnarci alla disfatta dei «principia» per cui abbiamo vissuto e spesso anche dato la vita. 

Trivellano ma diranno che è solo un assestamento

di Giulio Cavalli 
Gli italiani sono così. Da sempre. Quando una legge ingiusta comincia a germogliarenegli scorci di qualche decreto mentre una minoranza si lancia alla ricerca di un’opposizione e almeno un dibattito dall’altra una gran parte dei cittadini rimane mansueta finché non coglie veri caratteri di emergenza. E così se siete tra quelli che hanno pensato alla questione “trivelle” come una remota possibilità che potesse interessare solo qualche nugolo di pesci a mare aperto beh, sappiate che vi siete sbagliati. E il momento della presa di coscienza è arrivato.
Sono 326 le autorizzazioni a martellare buchi per terra e per mare e nell’elenco si passa dalle isole Tremiti a Isola Capo Rizzato, da Santa Maria di Leuca a Pantelleria passando per Venezia e la Lombardia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha deciso di dare il via libera a trapanamenti (e spari, con la tecnica «airgun» che consiste nel produrre un picco ad altissimi decibel nel fondo del mare) il 31 dicembre mentre gli italiani visitavano le profondità alcoliche di un capodanno anticipato per business con qualche bestemmia in sovrimpressione.

2016. La Nato che verrà…

di Antonio Mazzeo 
Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.
La prova generale della NATO che verrà… si è svolta dal 3 ottobre al 6 novembre 2015 tra lʼItalia, la Spagna, il Portogallo e il Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri, grandi velivoli cargo e per il rifornimento in volo e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini.

45mila euro di analfabetismo democratico

di Lorenzo Guadagnucci
Nell’epoca in cui tutto, ma proprio tutto, è mercato, succede che il governo italiano decida che 45 mila euro a testa siano il prezzo da pagare per limitare (poiché evitare non si può) una bruttissima figura politicasullo scenario internazionale. La materia è fra le più spiacevoli, giacché si parla di tortura e dell’incapacità dello stato italiano di garantire il rispetto dei diritti fondamentalie un equo corso della giustizia quando questi siano stati violati. Ossia ciò che sta scritto nella sentenza del 7 aprile 2015 dalla Corte europea per i diritti umani sul caso Cestaro vs Italia in merito alla violenta "perquisizione" della scuola Diaz nel luglio 2001. Un altro centinaio di ricorsi analoghi a quello di Cestaro - per la Diaz e per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto - pendono ancora a Strasburgo e il governo italiano ha mobilitato l’Avvocatura dello stato per convincere i ricorrenti a ritirare le proprie istanze. Non è bello - devono aver pensato a Roma - subire una pioggia di condanne così sgradevoli, occorre provvedere. Almeno limitiamone il numero.
Gli accordi raggiunti, una trentina, riguardano solo una parte dei ricorsi: molti dei malcapitati passati fra Diaz e Bolzaneto, a 15 anni dai fatti e a sentenza-Cestaro ottenuta, preferiscono accettare l’obolo e chiudere i conti con lo stato; ma ce ne sono molti altri (io fra questi) che mettono al primo posto la questione di principio, anzi di giustizia.

Tutte le dicotomie di USA 2016

di Rosa Fioravante 
Sovente, per definire gli orientamenti politici o discutere il pensiero che vi si sottende, è utile usare delle dicotomie. Liberalismo e Socialismo, Democrazia Rappresentativa e Democrazia Diretta, e ancora Capitalismo e Socialismo, Autoritarismo e Corporativismo, Neoliberismo e Socialdemocrazia. È utile usare delle categorie politiche a confronto non solo per gli studiosi e gli accademici che vogliano approfondirle, ma anche e soprattutto per i comuni cittadini, chiamati ad esprimersi al voto, per capire quali siano le radici profonde e la visione d’insieme a cui si rifanno partiti politici, i candidati a cariche governative, e persino i mass-media che raccontano la dialettica politica per restituirla, necessariamente filtrata, all’opinione pubblica.
Mancano poche settimane all’inizio delle primarie statunitensi, democratiche e repubblicane, che definiranno le leadership espresse dal partito dell’asinello e dell’elefantino, le quali si confronteranno nella sfida per la Casa Bianca.

Senza fretta su clandestinità, nessuna depenalizzazione sulla Cannabis, unioni semicivili

di Giuseppe Civati 
Il premier che dice che il reato di clandestinità va cambiato senza fretta, proprio lui che accelera anche con il semaforo rosso, è uno scandalo: perché il Parlamento aveva delegato il governo (quindi aveva già deciso), e tutta la maggioranza aveva esultato come dopo una vittoria in finale, ma il governo non se l’è sentita di decretare. No. Il governo che non guarda in faccia a nessuno, che non guarda ai sondaggi, che vuole passare alla storia, fa scadere la delega ricevuta dalla sua stessa maggioranza, guidata ora dallo stesso premier che ne guida anche il partito di maggioranza relativa, ha fatto passare mesi e mesi senza fare nulla.
Pare che anche sulla Cannabis, con buona pace di Della Vedova che sta al governo e nel frattempo guida l’intergruppo e dei tanti parlamentari del Pd che hanno sottoscritto una proposta di legge per la sua legalizzazione, si torni indietro: su un’altra cosa già decisa dal Parlamento. Nella stessa legge già approvata.

Il Porcellum ha creato il Monstrum

Intervista a Alessandro Pace di Silvia Truzzi
Se chiedi ad Alessandro Pace perché è contrario alla riforma Boschi ti risponde così: «Le ragioni sono molte. Intanto perché privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce l’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del governo; prevede almeno sei tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-timedelle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci». Tutte queste ragioni sono state illustrate lunedì al primo incontro del Comitato per il No, i cui lavori sono stati introdotti proprio dal presidente Alessandro Pace.

Paura che i populisti vadano al governo? Ci sono già

di Rocco Olita
Dice il Dizionario di Politica di Bobbio, Matteucci, Pasquino: «Possono essere definite populiste quelle formule politiche per le quali fonte precipua d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo, considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti». Quindi, è populista la democrazia diretta della “rete”, che si appella al verdetto popolare quale certificazione della bontà delle scelte, di cui fanno professione Grillo e larghi strati del M5S? Certo. Lo sono i richiami al “noi siamo la gente” fatti daleader e militanti della destra di Salvini? Ovvio.
Nondimeno, populista è ricercare il plebiscito sulle proprie riforme costituzionali, come fa Renzi, o dire che, in fondo, quella sul reato di clandestinità è «una norma sbagliata», ma il popolo non è pronto per la sua abolizione.

La povertà assedierà chi ha meno di sessantacinque annti

di Alessandra Caparello
Busta arancione, uscita anticipata dal lavoro e povertà. Questi i temi caldi al centro dell’intervista effettuata da Maria Latella su Sky Tg24 al presidente dell’Inps, Tito Boeri.
Il numero uno della previdenza sociale non manca di lanciare frecciatine sul mancato invio delle famose buste arancioni con cui i lavoratori e le lavoratrici avrebbe potuto sapere in anticipo quanto avrebbero preso di pensione e quando e come intervenire per poter eventualmente rendere più corposo l’assegno previdenziale.
“Qualcuno ci ha fatto lo sgambetto”, precisando: “E’ una questione del Parlamento più che del Governo: c’era un emendamento, per spostare delle somme all’interno del bilancio dell’Inps, ed effettivamente per ben due volte qualcuno ci ha fatto lo sgambetto di toglierci queste due righe. Le voci dicono che lo hanno fatto perché abbiamo proposto di tagliare i vitalizi. Una vendetta? Non lo so. Se fosse vero sarebbe un fatto gravissimo”.

Clima, Parigi dà la sua parola

di Pietro Raitano 
Morbique (Mor·bi·que), aggettivo. Si dice del complesso desiderio di visitare luoghi prima che siano definitivamente compromessi dal cambiamento climatico (o altri interventi dell’uomo). Casaperdida (Ca.sa.per.di.da), nome. È il sentimento di ansietà dato dal timore di perdere la propria casa a causa di una tempesta o altri eventi estremi causati dal caos climatico. Epoquetude (Epo·qu·e·tude), nome. Come antidoto all’ansia derivante dal deterioramento dell’ambiente, l’epoquetude è la rassicurante consapevolezza che mentre l’umanità può distruggere se stessa, la Terra certamente sopravviverà a noi, così come è sopravvissuta a tanti altri cataclismi. 
Le parole morbique, casaperdida ed epoquetude non esistono. Le hanno inventate le artiste del “Bureau of linguistical reality”, Heidi Quante e Alicia Escott, per un’opera d’arte “collettiva” aperta al contributo di tutti: creare un nuovo linguaggio che aiuti a comprendere il rapido cambiamento che l’uomo sta imprimendo al Pianeta (bureauoflinguisticalreality.com).

Quale futuro per l’acciaio in Italia?

di Giorgio Nebbia 
L’ILVA di Taranto è un malato intorno a cui si aggirano tanti medici come intorno al letto di Pinocchio nella casa della Fata dai capelli turchini. E, purtroppo, ogni medico ha una ricetta diversa e difende la sua con intemerata convinzione. L’ILVA è una fabbrica che produce una merce, l’acciaio, una lega di ferro e altri elementi, partendo da minerali nei quali il ferro è, in qualche forma, legato all’elemento ossigeno. Tutta l’operazione consiste nel “portare via” l’ossigeno (si chiama “riduzione”) degli ossidi di ferro del minerale e nel “liberare” ferro da adattare poi ai vari usi tecnici e commerciali. Ciò avviene usando come agente “riducente” il carbone; altrove l’acciaio viene prodotto con forni elettrici rifondendo il rottame. La produzione mondiale annua di acciaio ammonta a circa 1600 milioni di tonnellate; quella italiana a circa 25 milioni di tonnellate, circa la metà fabbricata a Taranto. Purtroppo il processo per la produzione dell’acciaio è lungo e inquinante ed è dannoso per la salute dei lavoratori dentro la fabbrica, e dei loro familiari che abitano i quartieri vicini.

Spagna, anatomia del risultato elettorale

di Antonio Baylos
I risultati delle elezioni del 20 dicembre in Spagna sono stati commentati con preoccupazione dai media. Il risultato delle elezioni ha liquidato il bipartitismo, e Mariano Rajoy è la vittima designata del risultato elettorale. E’ stata ribaltata la tradizione basata sul bipartitismo con il sostegno intermittente dei partiti nazionalisti baschi e catalani. Pur rimanendo il primo partito, Il Partito Popolare, ha perso 3,6 milioni di voti e, anche con l’aggiunta dei voti di Ciudadanos, non raggiungerebbe la maggioranza necessaria (176 voti) per formare il governo.
I dati elettorali sono eloquenti nell’indicare il profondo cambiamento dello scenario politico spagnolo. Hanno votato più di venticinque milioni di spagnoli, vale a dire il 73 per cento dell'elettorato: 7,2 milioni sono andati al PP, 5,5 milioni al Partito socialista e poco meno di un milione, 922.000, a Izquierda Unida. In termini assoluti, il Partito Popolare è passato dal 45 per cento dei voti nelle elezioni del 2011 a circa il 28 per cento attuale, con la perdita di oltre un terzo dei seggi.

Repubblica? No, principato renziano

di Maurizio Viroli
Il 2016 consacrerà la fine della Repubblica nata 70 anni fa e il consolidamento del principato renziano. È un “principato civile” del tipo descritto da Niccolò Machiavelli nel capitolo IX del Principe: “Uno privato cittadino, non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore degli altri suoi cittadini diventa principe della sua patria (il quale si può chiamare principato civile; né a pervenirvi è necessario o tutta virtù o tutta fortuna, ma più presto una astuzia fortunata)”.
Civile, perché nasce e si conserva senza violenza e con il consenso del popolo, il regime renziano è un principato perché con l’entrata in vigore dell’Italicum e della riforma costituzionale Renzi avrà sul Parlamento, ridotto ad una sola camera deliberativa infarcita di mezze calzette che dipendono da lui in quanto capo del Pd per la loro elezione e rielezione, un potere di fatto senza limiti. A restringere il potere della maggioranza restano il capo dello Stato e la Corte Costituzionale, ma sono deboli argini.

La domanda debole frena gli investimenti europei

di Maurizio Sgroi
Se chiedeste alle imprese europee cosa vorrebbero che succedesse in questo 2016 la risposta sarebbe molto semplice: una domanda robusta, capace di tirarli fuori dalle secche di una crisi che ancora, ventotto trimestri dopo l’inizio (vedi grafico), non è riuscita a recuperare i livelli ante 2008.
Se poi si chiede alle imprese europee se pensano che le condizioni creditizie siano fra le cause di tale debolezza, si scopre che il credito viene considerato l’ultimo dei problemi, letteralmente. Certo, fra i tanti ostacoli c’è anche il costo del lavoro, al settimo posto delle preoccupazioni delle imprese, ma sta a metà classifica, seguito a ragionevole distanza dalla regolamentazione del lavoro, al decimo. Il costo del credito sta all’ultimo posto: al quattordicesimo (vedi grafico). Il che può essere interpretato come la prova che le politiche della Bce hanno funzionato, nel senso che il credito non è praticamente più un problema. Oppure che tale problema in qualche modo è stato sopravvalutato.

Unioni civili, l’impegno dei giuristi e la lunga strada da percorrere

di Aldo Cimmino
Si riaccendono le polemiche sulle unioni civili e si concentrano intorno alla nuova iniziativa parlamentare recentemente presentata al Senato. Discussioni che denotano come per anni sia mancata una vera partecipazione delle forze sociali e – del resto è questa la loro missione – dei giuristi militanti. Questi ultimi, che rivestono un ruolo sociale fondamentale non solo nell’ambito della tutela dei diritti, ma anche e soprattutto nelle battaglie per la conquista e l’affermazione dei cosiddetti “nuovi diritti”, devono oggi essere espressione di un impegno civile improntato alla legalità democratica e alla lotta per le libertà fondamentali.
Di conseguenza, non possono esimersi dall’intervenire nel dibattito politico in tema di unioni civili e diritti degli omosessuali. Nell’odierno contesto sociale, il giurista è chiamato a vigilare in concreto, su ben due aspetti che concernono il tema delle unioni civili in Italia.

Contro la normalizzazione del mondo ultras

di LIUCS
La lunga lotta e sperimentazione che la controparte ha avviato contro il mondo ultras sembra arrivare alle fasi conclusive. Lungo, lento e inesorabile, il processo di normalizzazione del tifo in Italia sta prendendo forma, agevolato da diversi fattori: su tutti quello della incapacità del mondo ultras di trovare punti di incontro che possano avviare processi di lotta importanti, mettendo da parte campanilismi e rivalità storiche, atti a impedire tutte quelle derive che il comune nemico ha messo in piedi e che hanno portato la galassia del tifo a come la conosciamo oggi: biglietti nominali, tornelli, videosorveglianza, tessera del tifoso, trasferte vietate, e se non autorizzati divieto di utilizzare materiali come tamburi, torce, megafoni e striscioni.
È evidente come la famosa “legge del beduino” non abbia funzionato: “Io contro mio fratello; io e mio fratello contro mio cugino; io e la mia famiglia contro la tribù; io e la mia tribù contro le altre tribù; io e tutti gli altri beduini contro chiunque altro”.

Red America: viaggio nella sinistra radicale a stelle e strisce

di Mario Di Vito
E' opinione comune che la sinistra negli Stati Uniti non esista più. Al massimo, facendo un attimo mente locale vengono in mente le immagini delle grandi manifestazioni contro la guerra del Vietnam, gli hippie, qualche canzone di protesta, più recentemente i ragazzi di Occupy, forse Bruce Springsteen. I più eruditi potrebbero citare alcuni intellettuali, da Noam Chomsky in poi.
Tutto bene, tutto molto bello: però nell'immaginario collettivo la sinistra negli Stati Uniti continua a non esistere. E' un fenomeno dai tratti oscuri, indefinibili, sfumati: nella migliore delle ipotesi vediamo terre popolate da militanti magari generosi ma un po' ingenui se non naif. Insomma, i movimenti da quelle parti sono (stati) molto meno rigorosi che da noi: qui il compagno Lenin veniva citato molto seriamente come esempio di pensiero e azione, lì al massimo è un simbolo lontano che periodicamente viene agitato per mettere paura ai benpensanti.

Darsi del noi dentro la frontiera

Intervista ad Alessandro Leogrande di Francesco Ferri
Oggetto di controllo e di governo da parte dei dispositivi politici, giuridici, militari, discorsivi e umanitari; campo di resistenza dei migranti che, a vario titolo, la attraversano: la frontiera, terribile e affascinante, è un elemento chiave per la comprensione delle contraddizioni e delle possibilità del mondo contemporaneo.
L’utilità politica dell’ultima opera di Alessandro Leogrande, intitolata La frontiera, è riscontrabile a più livelli, tra di loro intrecciati. Il libro è una cassetta degli attrezzi per chiunque voglia comprendere la posta in gioco rappresentata delle parole esodo e migrante, ed è alla ricerca di strumenti che consentano di problematizzare i linguaggi utilizzati, le relazioni che sorgono tra chi fugge e le società che accolgono, contro le varie forme più o meno consapevoli di macro e micro potere che, a vario, esercitiamo. La frontiera è anche un interessante esperimento di decolonizzazione dei saperi e delle prassi dominanti all’interno delle narrazioni migranti, e un antidoto contro la riproposizione, anche nelle retoriche umanitarie e interculturali, degli schemi narrativi che ripropongono luoghi comuni, gabbie etniche discorsive, spoliticizzazione dei contesti di provenienza.

Trivelliamo le Tremiti e Pantelleria per quattro gocce di petrolio

di Lidia Baratta 
Cinque virgola 16 centesimi di euro al metro quadrato. Pari a 1.928 euro all’anno. Le 326 autorizzazioni concesse a fine anno dal ministero dello Sviluppo economico alle trivellazioni per la ricerca del petrolio in terra e in mare - isole Tremiti e Pantelleria compresi - non sono convenienti per le casse pubbliche italiane. Ma non lo saranno nemmeno per il futuro energetico del nostro Paese, dicono gli scienziati. «Per quattro goccioline di petrolio e due bollicine di gas, che potrebbero servire a coprire non più di un anno e mezzo di autonomia energetica, stiamo mettendo a rischio interi territori», spiega Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Università di Bologna e coordinatore del gruppo di scienziati “Energia per l’Italia”, che l’anno scorso firmarono un appello contro la strategia energetica nazionale. «Non siamo seduti su un mare di petrolio, come dice qualcuno. Possediamo risorse limitate, concentrate tra il mare Adriatico e la pianura Padana, il cui sfruttamento potrebbe produrre danni molto più ingenti dei benefici che può portare».