di Roxanne Dunbar-Ortiz
Le politiche e le azioni degli Stati Uniti nei confronti dei popoli indigeni, anche se spesso definite “razziste” e “discriminatorie”, sono raramente descritte per quello che sono: casi classici di imperialismo e di una forma particolare di colonialismo, il colonialismo d’insediamento. Come scrive l’antropologo Patrick Wolfe: “La questione del genocidio non è mai distante dalle discussioni sul colonialismo d’insediamento. La terra è vita; o, almeno, la terra è necessaria per la vita”. La storia degli Stati Uniti è una storia di colonialismo d’insediamento. L’estensione degli Stati Uniti da costa a costa è stata l’intento e il progetto dei fondatori del paese. La terra “libera” è stata il magnete che ha attirato i coloni europei. Dopo la guerra d’indipendenza, ma prima della stesura della Costituzione statunitense, il Congresso Continentale aveva prodotto l’Ordinanza del Nord-Ovest.
E’ stata la prima legge della nascente repubblica, rivelando i motivi di quelli che desideravano l’indipendenza. Era il progetto di appropriazione del Territorio Indiano a protezione britannica (“Paese Ohio”) sull’altro versante degli Appalachi e degli Allegheny. La Gran Bretagna aveva dichiarato illegali gli insediamenti in quell’area con la Proclamazione del 1763.
E’ stata la prima legge della nascente repubblica, rivelando i motivi di quelli che desideravano l’indipendenza. Era il progetto di appropriazione del Territorio Indiano a protezione britannica (“Paese Ohio”) sull’altro versante degli Appalachi e degli Allegheny. La Gran Bretagna aveva dichiarato illegali gli insediamenti in quell’area con la Proclamazione del 1763.
Nel 1801 il presidente Jefferson descrisse appropriatamente le intenzioni del nuovo stato colonizzatore di un’espansione verticale e orizzontale, scrivendo: “Per quanto i nostri interessi attuali possano trattenerci entro i nostri limiti, è impossibile non guardare avanti a un futuro lontano in cui la nostra rapida moltiplicazione si espanderà oltre tali limiti e coprirà l’interno continente settentrionale, se non quello meridionale, con una popolazione che parlerà la stessa lingua, governata in forma simile da leggi simili”. Questa visione del destino manifesto trovò forma alcuni anni più tardi nella Dottrina Monroe che segnalava l’intenzione di annettere o dominare gli ex territori coloniali spagnoli nelle Americhe e nel Pacifico, dottrina che sarebbe stata messa in pratica nel resto del secolo.
La forma di colonialismo che i popoli indigeni dell’America del Nord hanno subito è stata moderna sin dall’inizio: l’espansione delle imprese europee, sostenuta dagli eserciti governativi, in aree straniere, con la successiva espropriazione di terre e risorse. Il colonialismo d’insediamento richiede una politica genocida. Le nazioni e le comunità native, lottando per mantenere valori e collettività fondamentali, si sono opposte sin dall’inizio al colonialismo moderno usando tecniche sia difensive sia offensive, tra cui forme moderne di resistenza armata di movimenti di liberazione nazionale e di quello che oggi è chiamato terrorismo. In ogni occasione hanno lottato e continuano a lottare per sopravvivere come popoli. L’obiettivo delle autorità statunitensi è consistito nel por fine alla loro esistenza come popoli, non come individui isolati. Questa è la definizione stessa del genocidio moderno rispetto agli esempi premoderni di estrema violenza che non hanno l’obiettivo dell’estinzione. Gli Stati Uniti come entità socio-economica e politica sono il risultato di questo processo coloniale secolare e che prosegue. Le nazioni e le comunità indigene moderne sono società formate dalla loro resistenza al colonialismo, attraverso la quale hanno portato avanti le loro pratiche e le loro storie. Toglie il fiato, ma non è un miracolo, che siano sopravvissute come popoli.
Il colonialismo d’insediamento richiede violenza o minaccia di violenza per conseguire i suoi obiettivi, violenza che poi costituisce le fondamenta del sistema statunitense. Le persone non cedono la loro terra, le loro risorse, i loro figli e futuri senza lottare e tale lotta è contrastata con la violenza. Nell’impiegare la forza necessaria per realizzare i suoi obiettivi espansionisti, un regime colonizzatore istituzionalizza la violenza. L’idea che il conflitto coloni-indigeni sia una conseguenza inevitabile di differenze e incomprensioni culturali, o che la violenza sia commessa in misura uguale da colonizzati e colonizzatori oscura la natura dei processi storici. Il colonialismo euro-americano, un aspetto della globalizzazione economica capitalista, aveva fin dall’inizio una tendenza genocida.
Dunque cos’è che costituisce genocidio? Il mio collega Gary Anderson, nel suo recente libro “Pulizia etnica e indiani”, sostiene: “Il genocidio non diverrà mai una caratterizzazione diffusamente accettata di ciò che è accaduto nell’America del Nord perché un gran numero di indiani è sopravvissuto e perché politiche di sterminio di massa su scala simile agli eventi dell’Europa Centrale, della Cambogia o del Ruanda, non sono mai state messe in atto”. In questa valutazione c’è un errore fatale.
Il termine “genocidio” è stato coniato dopo la Shoha, o Olocausto, e il suo divieto è inserito nella convenzione delle Nazioni Unite presentata nel 1948 e adottata nel 1951: la Convenzione dell’ONU sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio. La convenzione non è retroattiva ma dal 1988, quando il Senato statunitense l’ha ratificata, si applica alle relazioni USA-indigeni. La convenzione sul genocidio è uno strumento essenziale per l’analisi storica degli effetti del colonialismo in ogni epoca, e particolarmente nella storia statunitense.
Nella convenzione qualsiasi atto tra i seguenti è considerato genocidio se “commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”:
uccidere membri del gruppo
causare gravi danni fisici o mentali a membri del gruppo
infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per attuarne la distruzione fisica in tutto o in parte
imporre misure intese a prevenire le nascite in seno al gruppo
trasferire a forza bambini del gruppo a un altro gruppo
Sono punibili i seguenti atti:
Genocidio
Cospirazione per commettere genocidio
Incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio
Tentativo di commettere genocidio
Complicità nel genocidio
Il termine “genocidio” è spesso utilizzato in modo scorretto, come nella valutazione del dottor Anderson, per descrivere esempi estremi di sterminio di massa, la morte di un vasto numero di persone, come per esempio in Cambogia. Ciò che ha avuto luogo in Cambogia è stato orribile, ma non rientra nei termini della Convenzione sul Genocidio, poiché la Convenzione fa specifico riferimento a un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, con individui in seno a tale gruppi presi di mira da un governo o suoi agenti perché sono membri del gruppo o aggredendo le fonti di sostentamento del gruppo con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte. Il governo cambogiano ha commesso crimini contro l’umanità, ma non genocidio. Il genocidio non è semplicemente un atto peggiore di qualsiasi altra cosa, bensì piuttosto un genere specifico di atto. L’espressione “pulizia etnica” è una terminologia descrittiva creata da interventisti umanitari per descrivere ciò che era riferito accadere nelle guerre degli anni ’90 nelle repubbliche della Jugoslavia. E’ un’espressione descrittiva, non una terminologia della legge umanitaria internazionale.
Anche se chiaramente l’Olocausto è stato il più estremo di tutti i genocidi, l’asticella fissata dai nazisti non è quella richiesta perché si parli di genocidio. Il titolo della convenzione sul genocidio è “Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio”, dunque la legge riguarda la prevenzione del genocidio identificando gli elementi della politica governativa, piuttosto che limitarsi a punire il fatto. Cosa più importante, il genocidio non deve essere completo per essere considerato tale.
La storia statunitense, e il trauma indigeno ereditato, non può essere compresa senza fare i conti con il genocidio commesso dagli Stati Uniti contro i popoli indigeni. Dal periodo coloniale, attraverso la fondazione degli Stati Uniti e proseguendo nel ventesimo secolo, ciò ha comportato torture, terrorismo, abusi sessuali, massacri, sistematiche occupazioni militari, rimozione di popoli indigeni dai loro territori ancestrali, trasferimento forzato di bambini nativi americani in collegi a gestione semi-militare, ridistribuzione e una politica di eliminazione.
Nella logica del colonialismo d’insediamento il genocidio è stato la politica generale intrinseca degli Stati Uniti dalla loro fondazione, ma ci sono anche specifiche politiche documentate di genocidio da parte di amministrazioni statunitensi che possono essere identificate in almeno quattro periodi distinti: l’era di Jackson della rimozione forzata; la corsa californiana all’oro nella California settentrionale; durante la Guerra Civile e nell’era post Guerra Civile delle cosiddette Guerre Indiane nelle Suo-Ovest e nelle Grandi Piane; e il periodo di eliminazione degli anni ’50; inoltre c’è un periodo sovrapposto di collegi, dagli anni intorno al 1870 a quelli intorno al 1960. Il collegio Carlisle, fondato dall’ufficiale dell’esercito statunitense Richard Henry Pratt nel 1879, divenne il modello di altri fondati dall’Ufficio degli Affari Indiani (BIA). Pratt affermò in un discorso del 1892: “Un grande generale ha detto che il solo indiano buono è quello morto. In un certo senso sono d’accordo con questo sentimento, ma solo in questo: che va ucciso tutto ciò che di indiano c’è nella razza. Uccidete l’indiano in lui e salvate l’uomo”.
Casi di genocidio attuati come politica si possono riscontrare in documenti storici e anche nei racconti orali di comunità indigene. Un esempio del 1873 è tipico, con il generale William T. Sherman che scriveva: “Dobbiamo agire con zelo vendicativo nei confronti dei Sioux, persino fino al loro sterminio, uomini, donne e bambini … nel corso di un assalto i soldati non devono fermarsi a distinguere tra uomini e donne, nemmeno a fare differenze di età”.
Le cosiddette “Guerre Indiane” finirono tecnicamente intorno al 1880, anche se il massacro di Wounded Knee ebbe luogo un decennio dopo. Chiaramente un atto con intento genocida, è ancora ufficialmente considerato una “battaglia” negli annali della genealogia militare statunitense. Medaglie d’Onore del Congresso furono assegnate a venti dei soldati coinvolti. A Fort Riley, Kansas, fu eretto un monumento in onore dei soldati uccisi dal fuoco amico. Una decorazione di battaglia fu creata in onore dell’evento e aggiunta alle altre decorazioni che sono in mostra al Pentagono, a West Point e nelle basi militari di tutto il mondo. L. Frank Baum, un colono del Territorio Dakota in seguito famoso per aver scritto Il mago di Oz, pubblicava all’epoca l’Aberdeen Saturday Pioneer. Cinque giorni dopo il disgustoso evento di Wounded Knee, il 3 gennaio 1891, scrisse: “Il Pioneer ha dichiarato in passato che la nostra sola sicurezza dipende dal totale sterminio degli indiani. Avendo fatto loro torto per secoli faremmo meglio, al fine di proteggere la nostra civiltà, a far seguito con uno o più torti e cancellare dalla faccia della terra queste creature indomate e indomabili”.
Nel 1880 o 1890 la maggior parte della base terriera collettiva che le Nazioni Indiane si era assicurata con trattati ottenuti con dure lotte con il Congresso era andata persa.
Dopo la fine delle Guerre Indiane arrivò la distribuzione, un’altra politica di genocidio delle nazioni native come nazioni, come popoli, la dissoluzione del gruppo. Prendendo come esempio al Nazione Sioux ancor prima che fosse attuata la Legge Dawes di Distribuzione del 1884, e con le Black Hills già illegalmente confiscate dal governo federale, una commissione governativa arrivò da Washington D.C. nel territorio Sioux nel 1888 con una proposta di ridurre la Nazione Sioux a sei piccole riserve, un piano che avrebbe lascito nove milioni di acri liberi per gli insediamenti euro-americani. La commissione trovò impossibile ottenere le firme dei tre quarti della nazione previste dal trattato del 1868 e così tornò a Washington con la raccomandazione che il governo ignorasse il trattato e si prendesse le terre senza il consenso dei Sioux. Il solo mezzo per realizzare quell’obiettivo era una legge visto che il Congresso aveva sollevato il governo dall’obbligo di negoziare un trattato. Il Congresso incaricò il generale George Crook di guidare una delegazione per tentare di nuovo, questa volta con un’offerta di 1,50 dollari per acro. In una serie di manipolazioni e di accordi con capi delle comunità che a quel punto stavano morendo di fame la commissione ottenne le firme necessarie. La grande Nazione Sioux fu suddivisa in piccole isole presto circondate da ogni parte da immigranti europei, con gran parte del terreno della riserva ridotta a una scacchiera con coloni in concessioni o terreni in affitto. La creazione di queste riserve isolate spezzò le relazioni storiche tra i clan e le comunità della Nazione Sioux e aprì aree in cui si insediarono europei. Permise anche all’Ufficio degli Affari Indiani di esercitare un controllo più rigido, rafforzato dal sistema dei collegi dell’ufficio. La Danza del Sole, la cerimonia annuale che aveva unito i Sioux e rafforzato la loro unità nazionale, fu messa fuorilegge, assieme ad altre cerimonie religiose. Nonostante la posizione debole dei Sioux sotto il dominio coloniale del tardo diciannovesimo secolo essi riuscirono a cominciare a creare una modesta attività di allevamento di bestiame per sostituire la loro precedente economia basata sulla caccia al bisonte. Nel 1903 la Corte Suprema degli Stati Uniti sentenziò nella causa Lupo Solitario contro Hitchcockche una norma sulle appropriazioni del 3 marzo 1871 era costituzionale e che il Congresso aveva il potere “plenario” di disporre delle proprietà indiane. L’Ufficio degli Affari Indiani poté così disporre delle terre e delle risorse indiane indipendentemente dai termini contenuti nei trattati precedenti. Seguì una legge che apriva le riserve agli insediamenti mediante l’affitto o persino la vendita di lotti sottratti alla custodia. Quasi tutte le terre migliori terre da pascolo finirono per essere occupate da allevatori non indiani entro gli anni ’20 del 1900.
Arrivati all’epoca del New Deal – Collier e della revoca delle assegnazioni di terre agli indiani in base alla Legge sulla Riorganizzazione Indiana, i non indiani superavano gli indiani nelle riserve Sioux in un rapporto di tre a uno. Tuttavia i “governi tribali” imposti dopo la Legge sulla Riorganizzazione Indiana si dimostrarono particolarmente dannosi e divisivi per i Sioux. Riguardo a questa misura lo scomparso Mathew King, storico anziano tradizionale degli Oglala Sioux (Pine Ridge), ha osservato: “L’Ufficio degli Affari Indiani stilò la costituzione e i regolamenti di questa organizzazione con la Legge sulla Riorganizzazione Indiana del 1934. Fu l’introduzione dell’autogestione … Il popolo tradizionale si attiene ancora al Trattato, poiché siamo una nazione sovrana. Abbiamo il nostro governo”. Tuttavia l’”autogestione”, o neocolonialismo, si dimostrò una politica dalla vita breve, poiché nei primi anni ’50 gli Stati Uniti svilupparono la politica della sua cancellazione con leggi che ordinavano il graduale sradicamento di tutte le riserve e persino dei governi tribali. All’epoca della cancellazione e del reinsediamento, il reddito pro capite annuo nelle riserve Sioux era pari a 355 dollari, mentre nelle cittadine del vicino Dakota meridionale era di 2.500 dollari. Nonostante questa situazione, nel perseguire la sua politica di cancellazione, l’Ufficio degli Affari Indiani promosse la riduzione di servizi e introdusse il proprio programma di reinsediamento degli indiani in centri urbani industriali, con un’elevata percentuale di Sioux trasferitisi a San Francisco e Denver in cerca di lavoro.
La situazione di altre Nazioni Indigene era simile.
L’avvocato dei Pawnee, Walter R. Echo-Hawk, scrive:
"Nel 1881 le proprietà terriere degli indiani negli Stati Uniti erano precipitate a 156 milioni di acri. Arrivati al 1934 restavano solo 50 milioni di acri (un’area delle dimensioni dell’Idaho e di Washington) in conseguenza della Legge Generale sulle Lottizzazioni del 1887. Nel corso della seconda guerra mondiale il governo si prese altri 500.000 acri per uso militare. Più di centro tribù, gruppi e insediamenti rurali cedettero le loro terre in seguito a varie leggi del Congresso nell’era della cancellazione degli anni ’50. Nel 1955 le terre indigene si erano ridotte al solo 2,3 per cento [della loro dimensione alla fine delle guerre indiane]."
Secondo l’opinione oggi prevalente tra gli storici il complessivo trasferimento di terre dagli indigeni a mani euro-americane verificatosi dopo il 1492 è dovuto all’invasione britannica e statunitense, alle guerre, alla condizione di profughi e alle politiche genocide in America del Nord meno di quanto sia stato dovuto ai batteri che gli invasori portarono inconsapevolmente con sé. Lo storico Colin Calloway è tra i sostenitori di questa teoria, scrivendo: “Le malattie epidemiche avrebbero causato un massiccio spopolamento delle Americhe che fossero introdotte dagli invasori europei o dai commercianti nativi americani”. Una tale affermazione assolutista rendere improbabile qualsiasi altro destino per i popoli indigeni. Questa è quella che l’antropologo Michael Wilcox ha definito “narrazione terminale”. Il professor Calloway è uno storico attento e ampiamente rispettato dell’America del Nord indigena, ma la sua conclusione esprime un assunto predefinito. Il pensiero dietro tale assunto è sia astorico sia illogico poiché la stessa Europa perse da un terzo a metà della sua popolazione a causa di malattie infettive nel corso delle pandemie medievali. Il principale motivo per cui l’idea prevalente è sbagliata e astorica è che cancella gli effetti del colonialismo d’insediamento utilizzando gli antecedenti della “Riconquista” spagnola e della conquista inglese di Scozia, Irlanda e Galles. All’epoca in cui Spagna, Portogallo e Gran Bretagna arrivarono a colonizzare le Americhe i loro metodi per sradicare le popolazioni o costringerle alla dipendenza e alla servitù erano radicati, accelerati ed efficaci.
Qualsiasi disaccordo possa sussistere riguardo alla dimensione delle popolazioni indigene precoloniali, nessuno dubita che si sia verificato un rapido declino demografico nei secoli sedicesimo e diciassettesimo, con una tempistica variabile secondo quando avessero avuto luogo la conquista e la colonizzazione. Quasi tutte le aree popolate delle Americhe furono ridotte del 90 per cento dopo l’avvio dei progetti di colonizzazione, riducendo le popolazioni indigene prese di mira da cento milioni a dieci milioni. Comunemente interpretato come il disastro demografico più estremo – inquadrato come naturale – della storia umana, raramente è stato definito genocidio prima che l’ascesa dei movimenti indigeni a metà del ventesimo secolo ponesse nuove domande.
Lo studioso statunitense Benjamin Keen riconosce che gli storici “accettano acriticamente una spiegazione fatalistica di ‘epidemia sommata ad assenza di immunità acquisita’ per l’avvizzimento delle popolazioni indiane senza prestare sufficiente attenzione ai fattori socio-economici … che predisposero i nativi a soccombere a infezioni anche leggere”. Altri studiosi concordano. Il geografo William M. Denevan, pur non ignorando l’esistenza di diffuse malattie epidemiche, ha sottolineato il ruolo della guerra, che ha rafforzato l’impatto letale delle malattie. Ci furono scontri militari direttamente tra europei e nazioni indigene, ma molti di più videro le potenze europee aizzare una nazione indigena contro l’altra, o fazioni all’interno di nazioni, con alleati europei a sostegno di una o entrambe le parti, come fu il caso della colonizzazione dei popoli di Irlanda, Africa e Asia e come fu anche un fattore dell’Olocausto. Altri assassini citati da Denevan sono il superlavoro nelle miniere, i frequenti macelli diretti, la denutrizione e la fame conseguenti alla rottura delle reti di scambio indigene, della produzione di cibo di sussistenza e alla perdita di terre, alla perdita della voglia di vivere o di riprodursi (e dunque suicidi, aborti e infanticidi) e alle deportazioni e alla schiavizzazione. L’antropologo Henry Dobyns ha indicato l’interruzione delle reti di scambio indigene. Quando le potenze colonizzatrici si impossessarono delle vie di scambio indigene le conseguenti gravi penurie, tra cui quelle di prodotti alimentari, indebolirono le popolazioni e le costrinsero alla dipendenza dai colonizzatori, con le merci di produzione europea che sostituirono quelle indigene. Dobyns ha stimato che tutti i gruppi indigeni soffrirono gravi carenze alimentari ogni quattro anni. In questa situazione l’introduzione e la propaganda dell’alcol si dimostrarono causa di dipendenza e letali, aggravando la rottura dell’ordine e della responsabilità sociale. Queste realtà rendono pernicioso il mito dell’”assenza di immunità”, compresa quella nei confronti dell’alcol.
Lo storico Woodrow Wilson Borah si è concentrato sulla più vasta arena della colonizzazione europea, che ha causato popolazioni gravemente ridotte anche nelle isole del Pacifico, in Australia, nell’America Centrale Occidentale e nell’Africa Occidentale. Sherburne Cook – associato a Borah nella cosiddetta scuola revisionista di Berkeley – ha studiato la tentata distruzione degli indiani della California. Cook ha stimato 2.245 morti tra i popoli della California settentrionale – nazioni Wintu, Maidu, Miwak, Omo, Wappo e Yokuts – nei conflitti armati del tardo diciottesimo secolo con gli spagnoli, mentre circa 5.000 morirono di malattia e altri 4.000 furono reinsediati in missioni. Nelle stesse popolazioni nella seconda metà del diciannovesimo secolo le forze armate statunitensi uccisero 4.000 persone e le malattie ne uccisero altre 6.000. Tra il 1852 e il 1867 cittadini statunitensi rapirono 4.000 bambini indiani da questi gruppi in California. La distruzione delle strutture sociali indigene in queste situazioni e le dure necessità economiche costrinsero molte delle donne alla prostituzione nelle miniere d’oro, devastando ulteriormente le vestigia residue della vita famigliare in queste società matriarcali.
Storici e altri che negano il genocidio sottolineano il logoramento della popolazione causato da malattie che indebolirono la capacità degli indigeni di resistere. Nel far questo rifiutano di accettare che la colonizzazione dell’America fu genocida per progetto, non semplicemente il tragico destino di popolazioni carenti di immunità alle malattie. Se l’opera fosse stata compiuta dalle malattie non è chiaro perché gli Stati Uniti trovassero necessario condurre guerre incessanti contro comunità indigene al fine di assicurarsi ogni palmo di terra che sottraevano loro; assieme al precedente periodo della colonizzazione britannica, quasi trecento anni di guerra eliminazionista.
Nel caso dell’Olocausto ebreo nessuno nega che morirono più ebrei di fame, superlavoro e malattie sotto la detenzione nazista di quanti morirono nelle camere a gas o furono uccisi con altri mezzi, tutti gli atti di creazione e mantenimento delle condizioni che determinarono tali morti costituiscono chiaramente genocidio. E nessuno snocciola la narrazione terminale associata ai nativi americani o agli armeni o ai bosniaci.
Non è richiesto che esistano tutti gli atti elencati nella convenzione sul genocidio perché il genocidio sussista. Nel caso delle politiche e azioni genocide degli Stati Uniti può essere constatata ciascuna delle cinque condizioni.
Primo, Uccidere membri del gruppo: La convenzione sul genocidio non specifica che debba essere ucciso un gran numero di persone al fine di costituire genocidio; piuttosto che i membri del gruppo siano uccisi in quanto tali. Nel valutare una situazione in termini di prevenzione del genocidio questo tipo di assassinio è un indicatore di intervento.
Secondo, Causare gravi danni fisici o mentali a membri del gruppo: quali la fame, il controllo dell’offerta di cibo e la negazione del cibo come punizione o premio per la sottomissione, ad esempio, nel firmare trattati di confisca. Come segnala lo storico militare John Grenier nel suo First Way of War [La prima modalità della guerra]:
"Nei primi 200 anni della nostra storia militare, allora, gli americani dipesero da arti della guerra che i soldati professionisti contemporanei presumibilmente hanno aborrito: radere al suolo e distruggere villaggi e campi nemici; uccidere donne e bambini del nemico; assalire insediamenti per fare prigionieri; intimidire e brutalizzare nemici non combattenti e assassinare leader nemici … Nelle guerre di frontiera tra il 1607 e il 1814 gli americani forgiarono due elementi – guerra illimitata e guerra irregolare – nella loro prima modalità della guerra."
Grenier sostiene che non solo questo modo di condurre la guerra continua nel diciannovesimo secolo in guerre contro le nazioni indigene, ma è continuato nel ventesimo secolo e attualmente in guerre anti-insurrezionali contro popoli in America Latina, Caraibi e Pacifico, Asia Sud-orientale, Medio Oriente e Asia occidentale e Africa.
Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per attuarne la distruzione fisica in tutto o in parte: Il trasferimento forzato di tutte le nazioni indigene dall’est del Mississippi al Territorio Indiano nel corso dell’amministrazione Jackson fu una politica calcolata, mirata a distruggere i legami di quei popoli con le loro terre originali così come a dichiarare che i popoli nativi che non si trasferivano non erano più Muskogee, Sauk, Kickapoo, Choctaw, distruggendo l’esistenza di metà di ciascuna nazione trasferita. Collegi obbligatori, ridistribuzione e cancellazione – tutte politiche governative ufficiali – rientrano anch’esse in questa categoria del crimine di genocidio. Il trasferimento forzato e quattro anni di incarcerazione del popolo Navajo sfociarono nella morte di metà della sua popolazione.
Imporre misure intese a prevenire le nascite in seno al gruppo: Notoriamente durante l’Era della Cancellazione, il Servizio Sanitario Indiano amministrato dal governo rese massima priorità medica la sterilizzazione delle donne indigene. Nel 1974 uno studio indipendente di uno dei pochi medici nativi americani, la dottoressa Connie Pinkerton-Uri, Choctaw/Cherokee, ha scoperto che una donna nativa su quattro era stata sterilizzata senza il suo consenso. La ricerca della Pinkerton-Uri ha indicato che il Servizio Sanitario Indiano aveva “scelto donne indiane purosangue per procedure di sterilizzazione”. All’inizio negato dal Servizio Sanitario Indiano, due anni dopo uno studio dell’Ufficio della Contabilità Generale USA (GAO) ha rilevato che quattro delle 12 regioni del Servizio Sanitario Indiano avevano sterilizzato 3.406 donne native senza il loro consenso tra il 1973 e il 1976. Il GAO ha scoperto che 36 donne sotto i 21 anni erano state sterilizzate forzatamente in tale periodo nonostante una moratoria delle sterilizzazioni delle donne di età inferiore a 21 anni ordinata da un tribunale.
Trasferire a forza bambini del gruppo a un altro gruppo: Varie entità governative, prevalentemente comuni, contee e stati, hanno regolarmente tolto bambini nativi alle loro famiglie e li hanno posti in adozione. Nei movimenti della resistenza nativa degli anni ’60 e ’70 del 1900 la richiesta di bloccare la pratica fu codificata nella Legge sull’Assistenza all’Infanzia Indiana del 1978. Tuttavia l’onere di far valere la legge era a carico del Governo Tribale, ma la legge non metteva a disposizione dei governi nativi alcuna risorsa finanziaria per creare infrastrutture per recuperare i bambini dall’industria delle adozioni, in cui c’era grande domanda di bambini indiani. Nonostante queste barriere all’imposizione della legge i peggiori abusi erano stati frenati nei successivi tre decenni. Ma il 25 giugno 2013 la Corte Suprema USA, con una sentenza redatta dal giudice Samuel Alito e approvata con un voto di 5 contro 4, ha utilizzato le norme della Legge sull’Assistenza all’Infanzia Indiana (ICWA) per affermare che una bambina, generalmente nota come Baby Veronica, non doveva vivere con il suo padre biologico Cherokee. La decisione dell’alta corte ha aperto la via a Matt e Melanie Capobianco, i genitori adottivi, per chiedere ai tribunali della Carolina del Sud che la bambina fosse restituita loro. La corte ha svuotato lo scopo e lo spirito della Legge sull’Assistenza all’Infanzia Indiana non cogliendo l’idea dietro l’ICWA, la protezione della risorsa e tesoro culturale che sono i bambini nativi; non si tratta di proteggere famiglie cosiddette tradizionali o nucleari. Si tratta di riconoscere la prevalenza di famiglie e culture estese.
Dunque perché è importante la Convenzione sul Genocidio? Le nazioni native esistono ancora e sono tuttora vulnerabili a politiche genocide. Questa non è soltanto storia antecedente la Convenzione sul Genocidio del 1948. Ma la storia è importante e deve essere ampiamente diffusa, anche in testi delle scuole pubbliche e negli annunci dei servizi pubblici. La Dottrina della Scoperta è tuttora legge del paese. Dalla metà del quindicesimo secolo alla metà del ventesimo, la maggior parte del mondo non europeo è stata colonizzata in base alla Dottrina della Scoperta, uno dei primi principi di legge internazionale promulgati dalle monarchie cristiane europee per legittimare l’esplorazione, la mappatura e la rivendicazione di terre appartenenti a popoli fuori dall’Europa. Ha avuto origine in una bolla papale del 1455 che permise alla monarchia portoghese di appropriarsi dell’Africa occidentale. Dopo il noto viaggio esplorativo di Colombo nel 1492, patrocinato dal re e dalla regina dell’infante stato spagnolo, un’altra bolla papale estese un permesso simile alla Spagna. Dispute tra le monarchie portoghese e spagnola condussero al Trattato di Tordesillas (1494) avviato dal papato che, oltre a dividere il globo alla pari tra i due imperi iberici, chiarì che solo terre non cristiane rientravano nella dottrina della scoperta. Questa dottrina su cui si sono basati tutti gli stati europei ha avuto dunque origine con la creazione arbitraria e unilaterale dei diritti esclusivi delle monarchie iberiche, in base alla legge canonica cristiana, di colonizzare popoli stranieri e di questo diritto si impossessarono successivamente altri progetti coloniali monarchici europei. La Repubblica Francese usò questo strumento legalistico per i suoi progetti coloniali d’insediamento del diciannovesimo e ventesimo secolo, così come fecero gli Stati Uniti di nuova indipendenza quando proseguirono la colonizzazione dell’America del Nord iniziata dai britannici.
Nel 1792, non molto dopo la fondazione degli Stati Uniti, il Segretario di Stato Thomas Jefferson affermò che la Dottrina della Scoperta sviluppata dagli stati europei era legge internazionale applicabile anche al nuovo governo statunitense. Nel 1823 la Corte Suprema statunitense emise la sua sentenza nella causaJohnson contro McIntosh. Scrivendo per la maggioranza, il giudice capo John Marshall sostenne che la Dottrina della Scoperta era un principio consolidato della legge europea e della legge inglese in vigore nelle colonie britanniche dell’America del Nord ed era anche la legge degli Stati Uniti. La Corte definì i diritti di proprietà esclusiva che un paese europeo acquisiva in forza della scoperta: “La scoperta ha dato titolo al governo, dai cui cittadini o dalla cui autorità è stata effettuata, contro ogni altro governo europeo, il cui titolo poteva essere perfezionato dal possesso”. Pertanto “scopritori” europei ed euro-americani avevano guadagnato diritti di proprietà reale delle terre di popoli indigeni semplicemente piantando una bandiera. I diritti degli indigeni, nelle parole della Corte, non erano “in nessun caso interamente ignorati; ma erano necessariamente, in considerevole misura, ridotti”. I popoli indigeni potevano continuare a vivere nella terra ma il titolo di essa apparteneva alla potenza scopritrice, gli Stati Uniti. La sentenza concludeva che le nazioni native erano “nazioni interne, dipendenti”.
La Dottrina della Scoperta è data talmente per scontata che è raramente citata in testi storici o legali pubblicati nelle Americhe. Il Forum Permanente dell’ONU sui Popoli Indigeni, che si riunisce ogni anni per due settimane, ha dedicato la sua intera sessione del 2012 alla dottrina. Ma pochi cittadini statunitensi sono a conoscenza della precarietà della situazione dei popoli indigeni negli Stati Uniti.
Questo documento, scritto con il titolo “Colonialismo d’insediamento statunitense e politiche genocide”, è stato presentato all’assemblea annuale del 2015 dell’Organizzazione degli Storici Statunitensi tenutasi a St. Louis, Missouri, il 18 aprile 2015.
Roxanne Dunbar-Ortiz è cresciuta nell’Oklahoma rurale, figlia di un mezzadro di madre in parte indiana. E’ stata attiva nel movimento indigeno internazionale per più di quattro decenni ed è nota per la dedizione della sua intera vita a temi nazionali e internazionali di giustizia sociale. Dopo aver ricevuto il dottorato in storia all’Università della California di Los Angeles ha insegnato nel Programma, di nuova creazione, di Studi sui Nativi Americani all’Università Statale della California, Hayward e ha contribuito a fondare i dipartimenti di Studi Etnici e di Studi sulle Donne. Il suo libro più recente è An Indigenous Peoples’ History of the United States [Storia degli Stati Uniti dei popoli indigeni]. Vedere altro all’indirizzo:http://www.amazon.com/Indigenous-Peoples-History-ReVisioning-American/dp/0807057835
Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: History News Network
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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