La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 5 agosto 2015

Cittadine e cittadini che amministrano (per i beni comuni)


circ 
di Paolo Cacciari
Quarantaquattro comuni si sono già dotati di un regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni, altri settancinque lo stanno discutendo. Apripista è stata Bologna, poi c’è stata una cascata da Trento a Bari, da Casal di Principe (Caserta) a San Donato Milanese (Milano), da Acireale (Catania) a Bussolengo (Verona), da Chieri (a Torino) a Pomezia (Roma). L’obiettivo è quello di attuare dal basso l’ultimo comma dell’articolo 118 della Costituzione introdotto nel 2001:
“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.
L’idea, sviluppata da Labsus (il Laboratorio per la sussidiarietà creato dal professor Gregorio Arena), è molto semplice, ma complicata da realizzare. Cittadine e cittadini adeguatamente organizzati potrebbero ottimamente gestire direttamente il patrimonio pubblico, molte volte sotto e male utilizzato.

Sono oltre quattrocento i casi studio già analizzati da Labsus: aree verdi ed edifici dismessi, strade e piazze, piccole stazioni, case cantonali, aree archeologiche e monumenti. Non mancano certo le richieste e le iniziative della cittadinanza attiva. Ma anche i più generosi progetti si scontrano con la cecità di amministrazioni che spesso si illudono di “fare cassa” alienando i loro beni o che si trincerano dietro i muri eretti dalla burocrazia.
Per uscire da questo circolo è necessario che le pubbliche amministrazioni siano in grado di stipulare dei patti di collaborazione formali che “sgravino” le responsabilità dei funzionari in termini di assicurazioni e tutela sia degli operatori che dei cittadini attivi, che consentano anche investimenti privati e la realizzazione di piani tecnici e finanziari sostenibili, trasparenti, a termine. L’ambizione della “carta della sussidiarietà” di Labsus è prospettare un modello di società in cui cittadine e cittadini si prendano cura direttamente dei beni comuni e decidano “in solido” e responsabilmente i modi e le forme di gestione più appropriate. Si chiede Michela Passalacqua (Il punto di Labsus, www.labsus.org ) “perché nell’ennesima riforma dei servizi pubblici locali (art. 14 ddl n. 1577) attualmente in discussione in parlamento, invece di riproporre il modello della gestione for profit, in violazione della volontà referendaria, il legislatore non provi a prendere spunto dalle straordinarie potenzialità di questo nuovo paradigma della reciprocità, inglobando nella gestione lavoratori e utenti, o per lo meno ammettendo espressamente, tra le forme gestionali, tale possibilità del fare insieme”.


Fonte: comune-info.net

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