di Nicola Melloni
Queste elezioni americane sono uno dei peggiori spot possibili per la democrazia occidentale, ed anzi sono forse proprio la cifra della decadenza del mondo in cui viviamo. La campagna elettorale che le ha precedute è degna di una qualsiasi repubblica delle banane: da una parte si dice che non si riconoscerà la (probabile) vittoria dell’avversario; dall’altra si indica il rivale come un agente del Cremlino. Anche facendo la tara alle scempiaggini che si dicono in prossimità delle elezioni, la delegittimazione reciproca è l’indice più chiaro di un sistema politico allo sbando e di una democrazia malata, se non proprio terminale. Il colpo di grazia l’ha poi dato l’FBI, prima aprendo una indagine sulla Clinton ad una settimana dalle elezioni, poi chiudendo detta indagine in tempi-record.
Una analisi più di sostanza non fa che confermarcelo. I due candidati sono costantemente criticati da un punto di vista “personale” e ce n’è ben donde: Trump è misogino, xenofobo, incline alle gaffe e generalmente poco presentabile; Hillary è un’arrivista con un track-record quantomeno opaco – First Lady di una presidenza che, vista anni dopo, si è rivelata un disastro; senatrice che ha votato per la guerra; ministro degli esteri falco e muscolare. Il problema vero però non sono i candidati in quanto tali, anche se un sistema politico incapace di selezionare la propria classe dirigente è già di per sé in crisi. Il nodo della questione sono piuttosto gli interessi rappresentati dalla Clinton e da Trump.
Lo scontro in atto è tra la difesa di un establishment corrotto, oligarchico ed irresponsabile, ed una rivolta di arrabbiati finiti in mano ad una destra rozza, razzista e pericolosa. Dietro Hillary ci sono le forze massicce, ben fornite di denaro e influenza mediatica, della corporate America, di Wall Street e financo del Pentagono. Sono quelle stesse forze che hanno governato gli Stati Uniti per decenni e che sono all’origine del fenomeno Trump. Che non è un incidente della storia, anzi: the Donald è il risultato di una politica che ha curato gli interessi dei pochi, che ha escluso fasce sempre crescenti della popolazione, che ha rimpiazzato “una testa un voto” con il più prosaico “un dollaro un voto”. Di un partito repubblicano che ha demonizzato l’avversario a tal punto di aver poi perso il controllo dei suoi elettori. E, più in generale, di un sistema economico truccato che ha ingannato la popolazione con promesse di crescita continua – che altro non era che una enorme bolla speculativa – per poi far pagare i conti ai soliti noti.
In questi otto anni di presidenza Obama, in cui gli Stati Uniti hanno fatto meglio dell’Europa, la forbice tra ricchi e poveri si è ulteriormente allargata, le banche si sono ancora più concentrate e la riforma sanitaria, che sembrava essere l’architrave di una nuova era, si è risolta in un piccolo granello di sabbia nel deserto del Big Pharma: nulla è davvero cambiato. E il lascito politico di Obama è anche nel paese diviso, arrabbiato, quasi farneticante che lascia.
Trump è dunque il risultato di una crisi di legittimità del sistema, di un patto sociale ormai stracciato. E’ la risposta, terribile e sbagliata, di chi vede, a ragione, la democrazia trasformata in oligarchia. E’, come dice Michael Moore, un gigantesco dito medio al sistema. La cosa più spaventosa, però, è che la probabile vittoria di Hillary non risolverà nessuno dei problemi sul tavolo, ed anzi li esacerberà. Con il rischio che tra quattro anni, la rabbia dell’America profonda diventi incontenibile.
Fonte: Micromega online

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