La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 8 giugno 2016

Per un'altra lettura della crisi

Rianimare gli spiriti piuttosto che rilanciare l’economia
La narrazione tossica della crisi viene perpetrata ogni giorno attraverso giornali, blog e televisioni. Una crisi soprattutto economica, viene asserito insistentemente, e che vede la sua via d’uscita nella sola economia, un enorme mercato da apprendisti stregoni, in cerca di risposte alla fluttuazione dei mercati, alla mancanza di fiducia, alla volatilità. Viceversa le soluzioni suggerite fin’ora sembrano essere sempre le stesse, in un botta e risposta fintamente scientifico e realmente ideologico: l’ideologia pervasiva della crisi come stato in essere, irrisolvibile, e per questo pervasiva.
Mentre dalle destre e dalle “pseudo sinistre” (cit. Citton), vi è solo strumentalizzazione, richieste di maggiore austerità e l’instaurarsi di un regime sempre più liberal. Il teorico della letteratura ginevrino qui prova, ribaltando il paradigma e le parole chiave della narrazione corrente, ad impostare un discorso che vada dietro l’ideologia, che studi gli “spiriti animali” che stanno dietro i nostri bisogni di consumatore (o di investitore), col fine di rivalutare ciò che di immateriale può generare una soluzione per la crisi: la vita dello spirito, un lavoro generale e costante di ricostruzione di significato, le forme del collettivo aventi come modello la rianimazione letteraria.
Ad ogni episodio di turbolenza della borsa non mancano mai i commentatori a far riferimento agli “spiriti animali” evocati da John Maynard Keynes per rendere conto della volatilità dei fenomeni finanziari. In occasione della pubblicazione di un recente libro che pretende di rifondare il capitalismo globale sugli spiriti animali, Yves Citton si domanda se i letterati non siano meglio equipaggiati rispetto gli economisti per cogliere i temi della “crisi”.
Keynes è tornato e con lui l’intervento dello stato! Milton Friedman e i suoi Chicago Boys sono belli che morti…
Dopo trent’anni di deregulation neoliberale, i progetti socialisti hanno un nuovo vento in poppa. Cosa non quadra, allora, in questo quadro? Per quelli che sognavano “la crisi” come l’annuncio di un ritorno ai buoni vecchi tempi (“i gloriosi Trenta” e “dell’economia reale”) il risveglio si è annunciato doloroso, ora e senza attendere: i socialisti (europei) sono pietosi più che mai, il capitalismo approfitta della distruzione degli impiegati per ricreare una sua nuova giovinezza (linda e pinta) e i keynesiani non si prendono più la pena di leggere Keynes…
La nuova economia della fiducia e delle emozioni
Il libro di George A. Akerlof e Robert J. Shiller, “Animal Spirits”, ha il merito della chiarezza. Come da titolo – “Come la psicologia umana impulsa l’economia e perché questo è importate per il capitalismo globale” – l’argomentario si articola attorno ad una semplice tesi: si fonda sulla “razionalità” degli agenti, l’economia ortodossa (ispirandosi ai neo-classici dell’università di Chicago, Friedman, Becker, Lucas, ecc) facendo il passo falso di dimenticare la parte “irrazionale” che tormenta le nostre scelte di consumatori, produttori, scambiatori ed investitori. Dopo 30 anni di un razionalismo eccessivo, è opportuno ritornare ad intuizioni keynesiane e di riorganizzare l’economia ortodossa attorno alla presa in considerazione degli effetti indotti dagli “spiriti animali”.
Questa parte è la parte irrazionale evocata da Keynes sotto il termine di “spiriti animali”. L’opera declina il suo programma in due fasi. Prima esplora cinque grandi nozioni chiamate a giocare un ruolo di principale importanza nel nuovo modello. La self-confidence, con gli effetti moltiplicatori che gli sono propri: è sulla crisi di confidenza, della fiducia, che si fonda la compressione dei i valori di borsa, delle istituzioni bancarie e dei sistemi monetari. Il sentimento d’equità(fairness), designato come centrale e che rende accettabili le transazioni economiche “volontarie” su quelle che pretendono di fondare il capitalismo, o al contrario il sentimento di indignazione (prima detto “paracadute dorato”) che minaccia la credibilità del sistema. Un terzo capitolo è consacrato alla malafedee alla tentazione di corruzione, ricordandoci che i mercati assegnano un premio a dei valori che sono sempre più intangibili, che lasciano spazio all’indecisione, l’illusione e alla fregatura, richiedendo una maggiore protezione del consumatore e del’investitore contro l’onnipresente pericolo di frode. Dopo un capitolo dedicato alle differenti forme d’illusione monetaria (false percezioni di inflazione, di potere d’acquisto, capitalizzazione, ecc), questa prima parte si conclude sul riconoscimento del ruolo centrale che gioca lanarratività nella nostra percezione del mondo: è attraverso le storie che noi comprendiamo le “leggi” dell’economia, ed è attraverso il potere dellostorytelling che dobbiamo agire sulle opinioni.
La seconda parte del libro utilizza questo modello (minimale) per rispondere a un centro numero di questioni generali: perché le economie subiscono le depressioni? Su cosa riposa il potere delle banche centrali? Perché la finanza è così volatile? Da dove vengono le variazioni cicliche del mercato immobiliare? Ecc. Ad ogni volta, come è giusto, sono gli “spiriti animali” che forniscono la chiave di volta.
Reinventare (l’acqua calda e) la Psicologia economica
Sarebbe facile criticare la vaghezza di questa argomentazione, che vuol essere soprattutto divulgazione (e ciò è lodevole). Si sarà legittimamente irritati per l’analogia pesante e semplicistica in cui il buon governo deve proteggere i popoli dall’erratismo dei mercati, e fare da buon padre di famiglia, che“protegge i suoi figli e i suoi spiriti animali.” Sarà altrettanto facile mostrare come Akerlof e Shiller “scoprano” con stupore e sorpresa le virtù esplicative di intuizioni vecchie come la stessa economia politica, dal momento che i germi si trovavano già nei contemporanei di Adam Smith e nella critica dei fisiocrati (Condillac, Graslin, Béardé de l’Abbaye). Soprattutto, sarebbe auspicabile ricordare, al di là di Keynes, che c’è nella Psychologie économique di Gabriel Tarde una critica molto più radicale dell’economia politica ortodossa, così come una teorizzazione ben più potente dell’economia degli affetti.
Il lettore comprenderà in modo più profondo e più radicale le sfide del ri-orientamento necessario all’economia politica (nonché quelli della crisi attuale) leggendo l’opera di Bruno Latour e Vincent Lépinay, “L’économie, science des intérêts passionnés.” (L’economia, scienza degli interessi appassionati), sottotitolato: “Introduction à l’anthropologie économique de Gabriel Tarde”. Questo libriccino doveva servire originariamente come prefazione ad una riedizione (apparentemente fallita) alla “Psychologie économique” (1902) del sociologo Gabriel Tarde (1843-1904), e mostra molto bene ciò che da al pensiero tardiano infinite misure di distanza tra lui e tutti i marginalisti del mondo, fossero anche neo-keynesiani. Invece di “psicologizzare” i calcoli di utilità (erronei, tenendo conto che gli interessi sono sempre forieri di passioni), Tarde ci invita a donare alla disciplina economica una nuova sostanza (“le interrelazioni delle tensioni e dei vettori del desiderio e della convinzione [fiducia, N.d.T.]”), un nuovo centro di gravità (la dinamica collettiva dell’invenzione), e dei nuovi strumenti (come il “valorimetro”), invece che nuovi punti di riferimento politici (che ci permettano di scappare dalla mortificante alternativa tra statalismo e deregulation). Come suggeriscono giudiziosamente gli autori, per rendere conto del potere sempre rivoluzionario della Psychologie économique, immaginate l’impressione che produrrebbe al giorno d’oggi la riscoperta del Capitale di Marx, quando questo libro è stato sepolto nell’oblio dopo la sua prima edizione… È senza alcun dubbio che con Tarde si propone una lettura più incisiva della crisi attuale: a quelli che ancora non conoscono la sua opera, questa piccolo libriccino offre un punto d’ingresso chiaro quanto piacevole – ed indispensabile.
Un libro-sintomo
Se il libro di Latour e Lepinay è più chiarificante sull’importanza e sulla significato reale degli spiriti animali, quello di Akerlof e Shiller ha soprattutto un valore di sintomo. Sintomo incoraggiante: alla sua pubblicazione e ricezione, illustrano che l’economia degli affetti è chiaramente percepita come centrale nelle nostre concezioni dell’economia. Alternative économiques(“questo libro arriva al momento giusto”) che sembra trovarsi sulla stessa lunghezza del Financial Times (“a fine book at exactly the right time”), garantisce: “gli economisti vi troveranno una sorta di manifesto”. Che il libro non spinga abbastanza lontano la sua riflessione, è abbastanza evidente: fatto salvo che spari nella direzione giusta. […]
Questo libro-sintomo è tuttavia relativamente inquietante per quel che traspare dall’atteggiamento intellettuale di due luminari dell’accademia economica. Anche un libro di divulgazione può spaccarsi su una definizione poco chiara e rigorosa di quegli “spiriti animali” che sono il cuore della questione: questi sono a volte assimilati a tutte le forme “d’idee” e a volte confinati come vagabondaggi negli spazi “dell’irrazionalità”, a volte estesi a tutte le forme dell’affetto, a volte ridotti a forme di incertezza o semplice ignoranza … Soprattutto, l’infantilizzazione non verte solo sulle greggi di cittadini, che un governo pastorale condurrà verso le praterie verdi della prosperità, ma anche sui lettori i quali si dichiara senza esitazione (e apparentemente senza ironia) che “questa teoria non è vulnerabile agli attacchi” e che “gli spiriti animali forniscono una facile risposta a tutte le questioni” (tuttavia complesse!) sollevate nella seconda parte.
L’analfabetismo economico
Un tale atteggiamento forse è venuto dal fatto che questi “maestri dell’economia” non hanno mai veramente riflettuto su ciò che è questo “animale spirituale” abbastanza particolare (e forse in via d’estinzione) che chiamiamo “lettore”. Ciò che colpisce, in “Animal Spirits” , è che ad un certo punto il riferimento a Keynes rimane vuoto. Il suo nome appare meno di venti volte nell’indice, a lui costantemente attribuita la scoperta del ruolo giocato dagli “spiriti animali” in economia, mentre è un bene la messa in scena della sanguinosa vendetta perpetrata dal Keysianismo sulla Scuola di Chicago – e tuttavia mai il testo di Keynes è analizzato nel corso delle 200 pagine dell’opera. Dobbiamo credere che i più prestigiosi economisti ortodossi – Schiller è professore a Yale, Akerlof, professore a Berkeley, titolare del Premio Nobel 2001 – si siano talmente cullati sulle modellizzazioni matematiche da dimenticare le virtù dell’esercizio (antico e insufficientemente scientifico) della lettura e interpretazione dei testi?
La citazione principale alla “Teoria generale dell’impiego, dell’interesse e della moneta” nella quale Keynes sottolinea il ruolo giocato dagli “spiriti animali”nell’economia capitalista merita pertanto altro che un rinvio superficiale. A leggere un po’ più da vicino, possiamo vedere l’istituirsi non solo di una critica dell’instabilità (“irrazionale”) del modo di sviluppo capitalista, ma anche una critica a certe critiche superficiali “agli eccessi della finanza”. Riprendiamo dunque questi pochi paragrafi e tentiamo di raggiungere le sfide più profonde del ruolo che giocano gli spiriti animali nella dinamica capitalista, con i tempi dei letterati, che studiano i dettagli delle parole ed esplorano le armonie delle loro risonanze, anche a rischio di non poter tradurre immediatamente in equazioni le loro intuizioni significanti.
Le chimere del “bisogno spontaneo d’agire”
Il passaggio in questione si situa all’inizio del paragrafo VII del capitolo XII, consacrato allo “Stato della previsione a lungo termine”, in seno al libro IV, intitolato “L’incitazione ad investire”. Possiamo leggere: “Oltre la speculazione, l’instabilità economica trova un’altra causa, inerente quest’ultima alla natura umana, nel fatto che una grande parte delle nostre iniziative nell’ordine del bene, del piacevole o dell’utile, procedono più per un ottimismo spontaneo che da una previsione matematica. Quando si ha bisogno di un lungo termine per vedere il loro pieno effetto, le nostre decisioni di far qualcosa di positivo devono essere considerate per la maggior parte come una manifestazione dei nostri spiriti animali, come l’effetto di un bisogno spontaneo d’agire piuttosto che non far nulla, e non come la risultante di una media ponderata di benefici numerici moltiplicati per le probabilità numeriche. L’impresa non fa credere che a sé stessa che il principale motore delle sue attività risiede nelle affermazioni del suo opuscolo informativo, per quanto onesto possa essere. Il calcolo esatto dei benefici a venire vi gioca un ruolo appena più grande di una spedizione al Polo Sud. Altrettanto bene, se gli spiriti animali si indeboliscono, se l’ottimismo spontaneo vacilla, e se poi si è abbandonati alla sola competenza delle previsioni matematiche, l’impresa crolla e muore, quando i suoi timori di perdita possono essere fondati su delle basi che non sono più ragionevoli delle precedenti speranze di profitto.”
Si tratta per Keynes di spiegare “le crisi” che provocano “l’instabilità economica”. Richiede la categoria-problema della filosofia e della fisiologia dell’età classica, ma “scientificamente” screditata da molto tempo – degli “spiriti animali” per sottolineare a quale punto l’attività economica in regime capitalista dipende da altre cose oltre che dai saggi calcoli della previsione matematica. Se tutto deve riposare solamente su quest’ultimi “l’impresa crollerebbe e morirebbe”. Ciò che nutre la prosperità capitalista, è un “ottimismo spontaneo”, un “bisogno spontaneo d’agire” che spinge gli imprenditori e gli investitori a proseguire le speranze di profitto chimeriche, fondate su altre cose che non le previsioni matematiche.
Dove vivono le bolle!
Siamo passati da una spiegazione della crisi e dell’instabilità del capitalismo ad una spiegazione della sua dinamicità e la sua vitalità essenziale. A seguito del testo aggiungo che questo dinamismo non si limita solo all’azienda (suoi investimenti, suoi profitti), ma riguarda l’intera società.: “è giusto dire che dall’azienda dipendono le speranze cui beneficerà l’intera comunità. Ma affinché l’iniziativa individuale abbia un’attività adeguata e sufficiente, dovrebbe far sì che il calcolo razionale sia coadiuvato e sostenuto dagli spiriti animali. Allo stesso modo in cui l’uomo capace caccia il pensiero della morte, l’ottimismo fa dimenticare ai pionieri l’idea della rovina finale che spesso li attende, l’esperienza non lasciandoli, a tal proposito, più illusioni che a noi stessi”. È difficile, alla luce di questo testo, non essere sensibili agli ultimi mesi e a quel che hanno visto, ben pensando ad una Schadenfreude così facilmente moralizzatrice quanto profondamente votata alla tristezza e alla morte. Che tutte le bolle finiscano per esplodere non è più in dubbio del fatto che tutti noi andremo a finire sei piedi sotto terra. Quel che è interessante, tuttavia, non è tanto la “rovina finale”, che ci minaccia tutti con la triste certezza della previsione razionale, quanto che avrà reso possibile il fragile ed effimero momento d’esplosione della nostra bolla vitale. “Allo stesso modo in cui l’uomo capace caccia il pensiero della morte”, allo stesso modo in cui l’imprenditore o l’investitore si lascia prendere da un “ottimismo spontaneo” e da”un’esuberanza irrazionale” su decisioni che riposano su ben altre cose che modelli matematici – allo stesso modo la creazione di novità si basa sul fatto che gli spiriti animali nutrano “l’illusione” di una vittoria possibile contro “la rovina finale” (anche se quest’ultima è confermata dalla triste “esperienza” dei destini umani”).
Non avremo, naturalmente, torto a precisare che l’indignazione causata dai recenti guai finanziari non dipende da “l’ottimismo spontaneo” e irrazionale che guida i flussi finanziari quanto al fatto che noi ottimisti investitori si sia altrettanto più gioiosamente “animati” dal fatto che loro gioiscano con le pensioni d’anzianità altrui e che loro abbiano beneficiato dei paracaduti dorati e dei paradisi fiscali, mentre gli altri in questione pagano tutti i costi della“rovina finale”. Piuttosto che proporre il ritorno ad un sistema che riposa su un regime di regolamentazione più fermo, il cui orizzonte è trovare “la prosperità onesta e condivisa” dei Gloriosi Anni ’30, Bretton Wood e il New Deal – che equivale ad una litania così ben conosciuta dai ex-neoliberal riconvertiti in vetero-antiliberali irriducibili – meglio cercare di fare il punto su ciò che si è aperto all’essere in occasione delle bolle, dell’ottimismo spontaneo e dell’esuberanza incontrollata che si era verificata negli ultimi anni.
Gestione e digestioni
Leggiamo il precedente passaggio che Keynes consacra al ruolo degli spiriti animali nel dinamismo caotico del capitalismo: l’importanza degli spiriti animali “non significa solo che le crisi e le depressioni possono realizzare un incremento della loro ampiezza, ma che la prosperità economica è eccessivamente dipendente dall’esistenza di un’atmosfera politica e sociale che sia d’accordo con l’uomo d’affari medio [which is congenial to the average businessman] […] Se esaminiamo le prospettive degli investimenti, si deve dunque tener conto dei nervi e degli umori, delle digestioni stesse e delle meteoropatie, le quali attività spontanee governano in larga parte le persone”.
Un tale testo può essere soggetto ad almeno tre differenti interpretazioni. È sufficiente in un primo tempo, sottolineare il ruolo centrale che gioca l’economia degli affetti nella dinamica del capitalismo che anima le nostre società attuali. Quel che promuove la nostra “prosperità economica” (o le nostre “depressioni”), sono gi umori, le tensioni nervose, i nostri incidenti digestivi, le reazioni epidermiche al clima che hanno ben poco a che fare con la logica matematica della “razionalità economica” che i neo-teologi dell’Università di Chicago e i loro epigoni hanno cercato di mettere sotto la bandiera della parola “scienza”. Allo stesso modo se una certa nuova teologia si è piccata di calcolare precisamente tutti i gradi possibili della spontaneità dell’ottimismo, anche se si facesse di ognuno di noi un “piccolo uomo d’affari” che gestisce la sua piccola impresa in modo da allinearsi al meglio sulle prospettive della “prosperità economica” generale, essa si è dotata di una versione mutilata e mutilante degli spiriti animali, che non rende conto in alcun modo né delle dinamiche reali né dei potenziali emancipatori suscettibili di altre concezioni possibili dell’economia degli affetti. Si comprenderà che ciò è l’argomento fondamentale nel libro di Akerlof e Shiller.
Atmosfera, atmosfera…
Dovremmo andare oltre. Keynes non si accontenta di porre la circolazione degli spiriti animali in seno ai nervi, agli umori, alle digestioni interne all’economia organica dell’individuo: l’articolo precedente non è solo sul“clima” naturale, ma soprattutto su “l’atmosfera politica e sociale” che deve “ essere d’accordo con l’uomo d’affari medio”. L’economia degli affetti è essenzialmente trans-individuale: è fatta di contagi, comunicazioni infra-coscienti, di flussi trans-personali che noi attraversiamo e costituiamo senza poter essere localizzati da alcun agente che lo anima. Diciamo che è precisamente questo tipo “d’atmosfera” propizia al business che si occupa di mettere in scena – molto attivamente – il liberalismo promosso dagli economisti di Chicago e analizzati nei corsi di Michel Foucault al Collège de France. Questo sta diventando un’ingegneria sociale capace di sviluppare il coefficiente ottimale di “un ottimismo spontaneo” che ci permetta di lanciare e gestire le nostre imprese individuali, più vicina all’armonia “catallattica” idealizzata da Friedrich Hayek.
Dal punto di vista tradizionale della sinistra (anti-liberale, anti-economista), siamo al colmo degli orrori: organizzare tutta la società in modo che gli “uomini d’affari” si sentano più a suo agio possibile per fare i più grandi profitti… Ecco, eppure ciò è quel che hanno cercato di instaurare i differenti governi (di destra come di pseudo sinistra) che si sono succeduti al potere nel corso dell’ultimo quarto di secolo.
Eccessi ed esagerazioni
E pertanto – la terza interpretazione possibile del passaggio, ripreso nella sua interezza – a lato del modello effettivamente spaventoso di una società interamente focalizzata sulla produzione ottimizzata di business(man), una lettura letteraria sensibilizzata alla molteplicità dei significati possibili puòanche delineare una logica di interdipendenza, che fa dell’uomo d’affari mediouna figura obsoleta: se il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, e il dito nasconderà ancora per poco il comune e una produttività diffusa che costituiscono l’orizzonte reale degli sconvolgimenti recenti. Riprendiamo la frase di Keynes sul bilanciamento di un doppio eccesso che egli mette in parallelo: il ruolo giocato dagli spiriti animali “non significa solo che le crisi e le depressioni possono realizzare un incremento della loro ampiezza” il cheimplica “che la prosperità economica è eccessivamente dipendente dall’esistenza di un’atmosfera politica e sociale che sia d’accordo con l’uomo d’affari medio”. L’esagerazione dell’inflazione speculativa e dei crash della borsa è messa in parallelo con la dipendenza eccessiva della produzione economica nei confronti di una “atmosfera politica e sociale” – ed è qualcosa di eminentemente impalpabile, intangibile, vaporosa e a dire il vero, immateriale.
Oltre la rapacità smisurata dei finanzieri senza regole e senza scrupoli, ci può essere (anche) “l’eccesso” della dipendenza nei confronti dell’atmosfera comune e immateriale sulla quale riposa sempre più la produzione di ricchezza che spiega (in parte) le “esagerazioni” stigmatizzate degli anni precedenti. Se fosse questo il caso, occorrerà vigilare affinché i saggi della deregolamentazione finanziaria non nascondano con il loro dito l’insieme della produttività immateriale. Al contrario sarà importante misurare ciò che le esagerazioni bancarie e della borsa hanno permesso di rivelare quanto gli“eccessi” di ricchezza (plus-valore, supplemento di potere, la creazione assoluta di benessere) generano per la comunità nel corso e nella misura in cui si sviluppa la dimensione immateriale della biopolitica.
Verso l’orizzonte della produzione diffusa
Ciò che è delineato all’orizzonte dell’intuizione di Keynes sugli spiriti animali, al di là di una dipendenza eccessiva nei confronti della centralità passeggera della figura del businessman, c’è una intensificazione dell’interdipendenza che caratterizza il modo della produzione che caratterizza il modo di produzione che alcuni cercano di descrivere attraverso la categoria di “capitalismo cognitivo”. Parlare di comune piuttosto che di interdipendenza aiuta a percepire che non si agisce solo in una logica di scambio – progettato sul modello di allocazione delle risorse rappresentabili in una borsa o in una casa d’aste.
Al di là dello scambio (di merci rivali), noi dobbiamo assolutamente dare altri modelli di cooperazione, capaci di rendere conto del fatto che la messa in comune si può situare altrettanto bene all’origine quanto al risultato del funzionamento produttivo. Il vero dramma della nostra epoca – e la vera crisiche stiamo attraversando – è che le nostre abitudini di pensare e le nostre istituzioni si ostinano a voler isolare e privilegiare i momenti in cui i businessman vendono o scambiano beni individuabili (per un certo prezzo), così come una parte sempre più grande delle ricchezze, così a monte così a valle del momento dello scambio, della produzione diffusa e trans individuale. Questi sono momenti che noi invece vorremmo impedire di comprendere e valorizzare.
Sfide e opportunità della congenialità
Possiamo vedere come lo stesso passaggio della Teoria generale dell’impiego, dell’interesse e della moneta ci offre una frase preziosa per avvicinarsi a questa produttività comune, diffusa e immateriale. La “dipendenza eccessiva” porta alla “atmosfera politica e sociale” fin tanto che questa è “congeniale” all’uomo d’affari medio. Keynes e il suo ambiente culturale erano tanto sensibili alle sottigliezze letterarie della lingua quanto all’attrattiva intellettuale dei modelli scientifici. Vale la pena sollecitare le ricche connotazioni dei termini scelti , con una precisione e una sottigliezza rimarchevoli, per rendere conto della dinamica atmosferica degli spiriti animali. La congenialità, al di là del fatto superficiale di “convenire”, “essere d’accordo” con i businessman, suggerisce più profondamente il doppio fatto di intrattenere un’intima familiarità del provenire da una origine comune (congenitale) e condividere lo stesso genio, un ingegno comune (un congenium).
Per noi che sappiamo che il business non è uno solo né è la principale forma di “genio”, l’espressione scelta da Keynes diviene straordinariamente chiarificante:la produzione di ricchezza appare come eccessivamente dipendente da un’atmosfera politica e sociale vibrante secondo il congenium dell’uomo medio. Tutto il genio emanato da un processo di singolarizzazione, possibile per ogni uomo medio, (tutte le “qualsiasi soggettività”) e che ha le sue radici profonde nel “congenium” comune a tutta la comunità. Agli occhi dell’ipotesi di “capitalismo cognitivo” la vera sfida sulle esagerazioni bancarie e di borsa degli anni precedenti, è doppia. Questa si dovrebbe basare certamente sulle esagerazioni per analizzare e attaccare le ingiustizie e le mutilazioni proprie del regime di produzione capitalista. Ma, egualmente, e in modo non meno urgente, cercare di percepire quanto di queste esagerazioni possono insegnarci sulle specificità dello strato cognitivo che si afferma sulla superficie delle nostre economie, con le forme intensificate della congenialità, diffusione e di comune che essa fa emergere. Gli “spiriti animali” di Keynes ci rinviano senza dubbi meno ad una medicina degli umori legata al passato, limitata ad una piccola parte della fisiologia dell’organismo individuato, che ad un bisogno di dotarci di un nuovo pensiero di “Geist” [Spirito] trans-individuale, che ci insegna a misurare l’alimentazione che la nostra congenialità trae da una “atmosfera” politica e sociale immateriale, necessaria alla nostra respirazione comune.
Dal rilancio alla rianimazione
Keynes non ha né annunciato, né teorizzato, né probabilmente nemmeno visto le proprietà del “capitalismo cognitivo”, la cui concezione non si è formata nel corso degli ultimi venti anni. Le interpretazioni proposte dei suoi “spiriti animali” rientrano in un gesto letterario , che rilancia e rianima un testo passato di una congenialità a lui parzialmente posteriore.
Ben lungi dall’affrontare un lusso futile e pigro, questo gesto di rilancio e rianimazione è tutta via quello di cui si nutre la vita dello spirito, di natura trans-individuale e trans-storico. Una società, una comunità, una collettività non si definisce solamente per quello che produce come beni quantificabili in termini di PIL, ma anche, e ancor più, per il suo lavoro sulle forme di vita e sui regimi di significazione che essa eredita, e che riconfigura in ogni momento. L’attività di interpretazione letteraria non è che una illustrazione particolarmente emblematica di un lavoro generale e costante di riagganciamento significante, su cui si misura la vitalità stessa di tutta la cultura.
Il modo in cui Akerlof e Shiller trattano il loro riferimento a Keynes illustra – al contrario – il drammatico impoverimento che ha coinvolto una ricerca puramente economica di ricchezza. Loro non riprendono dal passato che una parola vuota, senza la sua forma, senza risonanza né connotazione, una parola passe-partout che si scambia di comune accordo contro non importa quale valore, come un pezzo di moneta che basta “prendere o mettere in mano ad altri in silenzio” – secondo un “reportage universale” di cui Mallarmé denuncia l’insufficienza, in un testo consacrato inoltre ad una “crisi“ (dei versi). Questo termine degli “spiriti animali” che loro vogliono rimettere in circolo, lorilanciano senza rianimarlo né cercare di arricchirlo.
O meglio, è quel tipo di rilancio inanimato che caratterizza i nostri tempi storici. Il discorso e le misure del rilancio che si moltiplicano attorno a noi non hanno niente di incoraggiante: spingere la produzione (nazionale) di vetture, l’esportazione di armi, aerei e di centrali nucleari alle punte storiche non ci deve far gioire quanto inquietare. Ciò di cui abbiamo più profondamente di bisogno, è una rianimazione del nostro spirito che ci metta all’altezza della nostra congenialità attuale. Ciò richiede tuttavia altre cose che la circolazione di pezzi di moneta. La crisi dei sensi che noi viviamo chiama d’urgenza un nuovo spirito, in cui il progetto più stimolante, può darsi si trovi in quel che Jean-Luc Nancy chiama da vent’anni (per provocazione) un “comunismo letterario”: una forma di articolazione collettiva di cui la rianimazione letteraria sarà il modello.

Traduzione a cura di Enrico Strano per Sinistra in Europa
Fonte: Sinistra in Europa 

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