La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 10 febbraio 2016

Sanders e la ristrutturazione della sinistra occidentale









di Alessandro Brizzi
Nel 1906, Werner Sombart pubblicava Perché non esiste il socialismo negli Stati Uniti?, divenuto presto un classico per i teorici e i critici dell’«eccezionalismo» americano. Oggi in America, a 110 anni di distanza, il socialismo continua a non esistere: nessuna forza politica si fa portatrice degli interessi di una fantomatica «classe operaia», soprattutto in un paese che ama ancora specchiarsi nello stile di vita e nelle speranze della sua middle class. A partire dagli anni venti, con il declino del Socialist Party of America, parlare di socialismo negli Stati Uniti significa, almeno nel discorso pubblico, rievocare le paranoie della CIA, degli oppositori al New Deal e dei neoconservatori.
E tuttavia, un capitolo chiuso della storia americana si è riaperto il primo febbraio, quando un senatore ultrasettantenne, figlio di immigrati ebrei polacchi e russi, che nel pieno della campagna elettorale continua a definirsi «socialista», ha conquistato metà del caucusdemocratico dell’Iowa.
La stampa italiana, meno avvertita di altre nelle questioni di politica estera, ha accolto con un certo stupore la notizia della «vittoria dimezzata» della superfavorita Hillary Clinton nel primo voto delle primarie. Non è certo incomprensibile: gli stessi media americani si sono resi conto molto tardi della sfida che Sanders poneva a una narrazione tradizionale della campagna elettorale, con i suoi riti fissi e un vincitore annunciato. Da dicembre, hanno prodotto numerose analisi sociologiche dell’elettorato democratico, improvvisate biografie politiche del riservatissimo senatore, cumuli di risultati di un sempre più accurato fact-checking sulle sue affermazioni; infine, hanno deciso di prendere una posizione più netta sulla sua candidatura. Il 27 gennaio, un duro editoriale del «Washington Post», Bernie Sanders’s fiction-filled campaign, lo liquidava come «not a brave truth-teller», scatenando l’ira dei suoi sostenitori.
In effetti, il binomio idealismo-pragmatismo è ancora la chiave di lettura principale della competizione democratica. Se si confrontano gli ultimi editoriali con quelli risalenti alla discesa in campo del senatore del Vermont, si può notare come i toni non siano sostanzialmente cambiati: «idealista» è uno degli aggettivi più ricorrenti; talvolta, anche se sempre più di rado, si accompagna al più significativo «unelectable». Se si eccettuano alcuni casi, come quello del periodico «The Nation», i commenti continuano a vertere sul problema della credibilità di Sanders: non solo a causa del suo profilo pubblico – fattore importantissimo negli Stati Uniti – ostentatamente privo di qualunque appetibilità mediatica, ma anche per il contenuto del suo programma. Non è un caso, né una sorta di complotto della grande informazione contro una candidatura «scomoda»: molti opinionisti democratici, infatti, ammirano la coerenza di Sanders, rispettano le sue posizioni e ritengono che la sua candidatura abbia portato all’attenzione dell’opinione pubblica temi importanti, come il rapporto tra politica e finanza, il ruolo problematico dei superPACs e l’impoverimento della middle class. Tuttavia, temono seriamente che, se mai la moda di una parte giovane e «immatura» dell’elettorato dovesse contagiare le altre, portando Sanders alla nomination, sarebbe la disfatta del Partito democratico, già fortemente indebolito dalle ultime elezioni congressuali.
È una preoccupazione legittima, soprattutto se si considera che per ora i repubblicani e la loro maggiore espressione mediatica, la Fox, stanno prendendo di mira principalmente la Clinton. Se Sanders venisse nominato, aggirando il problema della diffidenza dell’establishment democratico, come farebbe la sua «gioiosa macchina da guerra», fatta di attivisti perlopiù giovani e inesperti, a battersi alla pari con uno schieramento che va dall’opinione pubblica moderata ai fanatici del Tea Party? Lo spettro di McGovern, il candidato liberal e pacifista che nel 1972 fu travolto da Nixon, è dietro l’angolo. Sanders, insomma, rimane «unelectable», almeno nelle elezioni generali. Bisogna però fare molta attenzione quando si riprende una categoria da un dibattito ideologizzato come quello che ora è in atto negli Stati Uniti: è l’errore in cui sono caduti molti opinionisti, che hanno sovrapposto il giudizio politico all’analisi della «sandersmania».
Conviene ora esaminare velocemente il nocciolo della questione politica, prima di proporre un’interpretazione del fenomeno. La credibilità di Sanders è minata principalmente dal fatto che le sue proposte più rilevanti – la riforma del sistema sanitario, il ritorno a una regolamentazione più severa delle banche e della finanza, l’aumento del salario minimo, l’eliminazione dell’indebitamento universitario – non sono ritenute attuabili per due ordini di ragioni. Il primo è quello dell’impossibilità stessa di attuare certe riforme all’interno di un sistema politico come quello statunitense, e si ricollega al secolare dibattito sull’opportunità di un potere centrale più forte. Secondo alcuni, infatti, la proposta «socialisteggiante» di un sistema sanitario nazionale non può avere cittadinanza nel dibattito pubblico, semplicemente perché viola due assiomi radicati nella cultura politica americana: la libertà individuale declinata in senso economico, che trova espressione nel perverso sistema delle assicurazioni, e l’equilibrio dei poteri tra presidenza, Congresso e stati. Il secondo livello delle critiche, che potremmo definire «pragmatista», è tutto incentrato sull’attuabilità pratica delle riforme, all’interno di un quadro che vedrebbe ancora, salvo miracoli, il predominio dei repubblicani nel Congresso. A questo filone, inoltre, si possono ricondurre i dubbi sul Sanders amministratore «inesperto»: come farebbe un uomo abituato a valutare le questioni secondo il metro della giustizia ideale a misurarsi con le difficoltà poste dall’opposizione e dalle principali issues di politica estera? I democratici hanno da molto tempo accettato la necessità della mediazione, Sanders no.
È qui che entra in gioco la Clinton: debolissima, ai limiti dell’impoliticità sulle questioni principali, può però vantare un’esperienza nell’amministrazione che risale alla presidenza del marito Bill. È inoltre a pieno titolo l’erede di Obama, che le ha già accordato un mezzo endorsement. Eppure, nonostante questi innegabili elementi di forza e la straordinaria legittimazione politica fornitale dal sostegno di vip, giornali ed establishment democratico, la Clinton è una candidata debole. Questo giudizio è ovviamente forzato e parrebbe ingiusto a chi, cresciuto a pane e sondaggi, può apprezzare il solco di 15 punti che sul piano nazionale separa i due candidati democratici. E tuttavia, bisogna considerare due fattori determinanti: prima di tutto, oggi Hillary Clinton non appare più credibile di Bernie Sanders. Incalzata dall’avversario e della stampa sulla questione dei suoi legami con Wall Street, sembra che la Clinton abbia perso la bussola della ragione: è diventata improvvisamente aggressiva, anche sul piano personale, e nella sua difesa rafforza l’immagine di una donna saccente e autoritaria; immagine che gran parte dell’opinione pubblica sembra aver già digerito, a causa della lunga campagna di discredito, esagerata e sessista, condotta dai media conservatori. Ma, ancora peggio, si sta diffondendo la sensazione che la capacità di mediazione e il moderatismo di Hillary, prima considerati suoi pregi, celino un’ipocrisia di fondo. Nell’ultimo dibattito democratico, rispondendo a chi le chiedeva dei contributi ricevuti da Goldman Sachs per i suoi discorsi, la Clinton ha dato una risposta che le costerà cara in termini di credibilità: «What I want people to know is, I went to Wall Street before the crash. I was the one saying you’re going to wreck the economy because of these shenanigans with mortgages». Nelle famigerate riunioni con i grandi della finanza statunitense, avrebbe dunque detto loro che rischiavano di distruggere l’economia a causa delle loro birbonerie con i mutui ipotecari. Lo scandalo o il silenzio imbarazzato degli analisti del dibattito sono il miglior commento.
Il secondo fattore di debolezza della Clinton è forse più significativo: la legacy dell’Obama amministratore sarà anche tutta nelle sue mani, ma quella dell’Obama candidato alla nomination è stata raccolta con sorprendente facilità da Sanders. Il successo della campagna di sottoscrizioni popolari, la capacità di mobilitazione di giovani volontari, l’attivismo sui social segnalano il fatto che, tra i democratici, nessuno più di lui ha saputo valersi degli elementi innovativi del 2008. Anche sul piano del carisma personale, Sanders non sarà un bravo «truth-teller», ma di sicuro è un ottimo venditore di sogni e di speranza, in questo simile a Obama. Per rendersene conto basta guardare il video più noto della sua campagna elettorale, quello con la canzone di Simon e Garfunkel che accompagna le immagini di un’America rurale e urbana, produttiva e impegnata (ma anche, come hanno notato alcuni, incredibilmente bianca).
In ogni caso, nulla è più utile della chiave generazionale per comprendere il fenomeno Sanders. In Iowa l’84% degli elettori dai 17 ai 29 anni ha votato per lui: un abisso, 70 punti, rispetto alla Clinton. Si può tranquillamente prevedere che, alla fine delle primarie, l’espressione del voto tra le generazioni resterà disomogenea, anche se il consenso della Clinton tra i giovani sicuramente aumenterà negli stati dove l’elettorato nero è forte o in quelli che si possono ancora considerare i «feudi» della sua famiglia. Qui ci limitiamo solamente ad accennare quella che sarà, sul lungo termine, la ragione della probabile sconfitta di Sanders, cioè lo scarso radicamento del suo improvvisato apparato elettorale nelle comunità nere e latinoamericane. Piuttosto, è interessante soffermarsi sul dato generazionale. Il giornalismo inglese l’ha colto lucidamente, anche grazie all’esperienza di un caso frequentemente accostato a quello di Sanders: l’elezione a segretario del Labour Party del socialista radicale Jeremy Corbyn. In un articolo apparso sul «Guardian» del 4 febbraio (First Corbyn, now Sanders: how young voters’ despair is fuelling movements on the left), Owen Jones legge i successi paralleli di Podemos e Syriza, di Corbyn e Sanders, cogliendo la differenza tra l’orizzonte politico dell’elettorato maturo e quello dei giovani (nel caso statunitense, i cosiddetti «millennials»): «Qui c’è una generazione che è cresciuta in un mondo segnato dal fallimento del mercato piuttosto che in uno modellato dalle rivalità della guerra fredda». È chiaro che una simile analisi non può cogliere tutti gli aspetti e le complessità di movimenti e fenomeni diversissimi tra loro, ma ha il merito di inserire in una prospettiva storica, come momento periodizzante, la crisi del 2008. Nello specifico, la validità dell’accostamento tra il caso inglese e quello americano è garantita dall’originale figura di Larry Sanders, il fratello britannico di Bernie, che in un’intervista pubblicata sull’«Huffington Post» fornisce un’analisi simile, in termini semplici ma efficaci:
Penso che Bernie veda nel Labour Party del periodo postbellico l’equivalente del New Deal. Politiche simili e anche alcune cose che il New Deal non ha ottenuto. È ben consapevole dell’era Blair. E penso che la vedrebbe – adesso gli sto mettendo le parole in bocca, non ne abbiamo discusso nei dettagli – nello stesso modo in cui considera ciò che è successo in America, ovvero che il partito di centro-sinistra si è spostato a destra. E ogni cosa si sposta a destra quando questo accade.
Gli Stati Uniti, però, sono un caso a sé stante: l’amministrazione Obama, infatti, ha lasciato in eredità al futuro presidente 7 milioni di posti di lavoro in più, una significativa estensione delle assicurazioni mediche tra gli strati più deboli della popolazione, una ripresa lenta ma sostenuta. Ma l’era Obama è anche foriera di contraddizioni: la crescita si è accompagnata a un aumento delle disuguaglianze economiche; la distribuzione del reddito, soprattutto in un contesto di crescita post-crisi, è messa in discussione; infine, ci si chiede se sia ancora ammissibile che nel paese più ricco del mondo non si possano godere i benefici di un welfare state di tipo europeo – questo, paradossalmente, mentre in Europa quel modello è ormai sul punto di essere spazzato via. Si apre così la porta a quattro tradizioni che la figura di Sanders sembra riassumere: il populismo americano ostile alle big corporations alla Teddy Roosevelt, il socialismo anglosassone secondinternazionalista e pacifista, la creatività liberal dell’era del New Deal e, infine, la contestazione sessantottina, che Sanders, da giovane attivista per i diritti civili e, meno giovane, sindaco in giacca di pelle, incarna perfettamente nella sua variante americana. In questo originale misto ideologico che il vecchio senatore offre alla generazione dei suoi nipoti manca, ovviamente, un ingrediente: la ristrutturazione della sinistra anglosassone condotta negli anni novanta da Clinton e Blair. Sembra che ai giovani elettori di sinistra non interessi più la ripulitura ideologica data dal New Labour e dai New Democrats: la crisi economica ha messo seriamente in discussione l’opzione «vincista» e moderata della gestione ordinaria del capitalismo.
La chiave generazionale – va ripetuto – non si applica a tutti i contesti e fornisce una lettura ben lungi dall’essere adeguata. Per esempio, il tentativo di accostare i populismi rossi e viola dei movimenti del Sud Europa a quello di Sanders e al non-populismo di Corbyn è antistorico, per il semplice fatto che in Inghilterra e in America l’esistenza di un partito comunista non ha mai prodotto le profonde cicatrici che invece si sono aperte, tra il 1936 e il 1949, in Grecia e in Spagna. Forse anche questa è una delle ragioni per cui i tentativi di superare la fase centrista dei partiti socialisti occidentali si sono configurati in maniera tanto diversa a seconda dei contesti nazionali (o, se si vuole, macroregionali): talvolta si sono basati sulla continuazione per inerzia di un processo interno alle organizzazioni politiche tradizionali, fino al loro travolgimento da parte di una forza esterna; in Inghilterra, invece, lo stesso partito di sinistra si è dimostrato capace di un’inversione di tendenza, probabilmente parziale e momentanea, ma significativa. Resta da vedere la consistenza di un fenomeno analogo negli Stati Uniti. In realtà, il caso americano è decisamente più complesso: la sfida di Sanders alla ristrutturazione del Partito democratico si basa sull’immissione di un corpo per certi versi estraneo ad esso, che solo in minima parte si richiama alla tradizione del partito in sé, ma che non manca di ricordargli la lezione di alcune sue importanti figure, come Franklin D. Roosevelt. Una sfida che mette in pericolo la scommessa dell’establishment democratico sull’elettorato nero e latino.
Una cosa è certa: bollare questo fenomeno come «velleitarismo giovanile» è superficiale. La questione è fondamentale e chiama in causa anche i più forti partiti socialisti di Francia e Germania, che nell’esperienza di governo o di Grosse Koalition sembrano già aver compiuto la loro scelta sulla ristrutturazione, volgendosi verso destra. Quanto all’Italia, la trasformazione è ormai in fase di conclusione e difficilmente il dibattito della sinistra anglosassone potrà avere effetti sul Partito della Nazione: d’altronde, se Corbyn non è né più né meno che un perdente, come l’ha definito indirettamente Renzi, Sanders sarà un altro vecchio fallito. La speranza, per chi segue le elezioni dall’Italia, è che il nostro mondo politico e giornalistico, come quello americano, abbandoni i concetti limitanti di «ineleggibilità» e «idealismo», per cogliere più lucidamente quella che si potrebbe a tutti gli effetti definire una sfida, assolutamente credibile, alla ristrutturazione della sinistra occidentale.

Sitografia essenziale:




https://www.washingtonpost.com/opinions/bernie-sanderss-fiction-filled-campaign/2016/01/27/cd1b2866-c478-11e5-9693-933a4d31bcc8_story.html?hpid=hp_no-name_opinion-card-e%3Ahomepage%2Fstory&tid=a_inl



Fonte: Le parole e le cose

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