di Giansandro Merli
Se uno non sapesse dove si trova, arrivando a Idomeni penserebbe di esser finito in un enorme rave party. Centinaia di tende e rifugi di fortuna sono sparsi disordinatamente intorno a un muro. Ma non è un muro di casse. È la frontiera di ferro e filo spinato costruita dalla Macedonia, con il beneplacito dell'Unione Europea. Di là, soldati e carriarmati macedoni. Verdi. Di qua, camionette e poliziotti greci. Blu.
Non c'è musica a Idomeni. Se non le voci delle migliaia di bambini che sciamano tutto intorno. Alla ricerca di qualcosa da mangiare, inseguendo un pallone o contendendosi gli ultimi tubetti di bolle di sapone portati da qualche volontario. È impressionante vedere quanti bambini sono intrappolati dal filo spinato. Nel campo ci sono soprattutto loro. E poi tante donne, che coprono il capo con veli coloratissimi: davvero l'Europa li teme? Ci sono anche dei vecchi. Molto vecchi.
Si appoggiano a bastoni e camminano a fatica. Pensi che tuo nonno non esce più dal paese. E che questi, perfino più in là con gli anni, il Paese hanno dovuto abbandonarlo, attraversando la Turchia, il mare, le isole. Chissà se riusciranno ad attraversare anche Idomeni.
Si appoggiano a bastoni e camminano a fatica. Pensi che tuo nonno non esce più dal paese. E che questi, perfino più in là con gli anni, il Paese hanno dovuto abbandonarlo, attraversando la Turchia, il mare, le isole. Chissà se riusciranno ad attraversare anche Idomeni.
Nel campo l'organizzazione non è centralizzata. Ci sono alcuni punti di riferimento fissi: le grandi tende delle grandi ONG; le tende medie e piccole dell'UNHCR; le strutture dove viene distribuito il cibo; i bagni; l'internet point montato da #overthefortress; il tendone dei volontari internazionali che offrono il tè. Poi ci sono i punti mobili: i pickup delle associazioni e delle realtà di movimento greche che portano aiuti; le macchine di tanti cittadini del posto che regalano ciò che possono.
Prima di arrivare al campo c'è Policastro: nell'hotel all'ingresso del paese i volontari internazionali hanno organizzato la loro base. Alcuni sono qui da settimane, da mesi. Vengono da tutta Europa e oltre. Vanno ogni giorno al campo a fare quello che riescono. Si organizzano in assemblee. Provano a inserire in una cornice le persone e i progetti che continuano ad arrivare. Tra Policastro e Idomeni ci sono alcuni distributori di benzina: sono diventati degli accampamenti. I gestori vendono acqua e panini ai profughi. Non vogliono che qualcuno li distribuisca gratis. Sulla strada ci sono anche diversi posti di blocco. Pare che negli ultimi giorni ci sia una stretta sui solidali. Alcuni dicono che fermano soprattutto i greci, altri che sono soprattutto gli internazionali indipendenti a rischiare. Si racconta che pochi giorni fa sette cittadini europei sono stati espulsi: in macchina avevano un coltellino e sulla fedina penale qualche piccolo precedente per motivi politici. Evidentemente la solidarietà non è più per tutti.
Idomeni è immersa in una grande pianura verde, puntellata qua e là da strutture di cemento, completamente grigie. Sono i check point della frontiera. Abbandonati. Nel tempo, i punti di controllo si sono spostati avanti e indietro di alcune centinaia di metri. La frontiera, invece, è rimasta la stessa dalla Prima Guerra Mondiale. In quel periodo fu fronte: tra il 1916 e il 1918 gli eserciti della Triplice Intesa (di Serbia, Grecia, Francia, Impero Britannico, Regno d'Italia e Impero Russo) combatterono quelli degli Imperi Centrali (di Bulgaria, Austria-Ungheria, Germania e Impero Ottomano). Il motivo del contendere era la Serbia: i secondi l'avevano occupata, mettendone in fuga l'esercito, che in quel fronte combatteva dall'altro lato. Aveva dovuto fare il giro, attraverso Albania e Italia, e sbarcare a Salonicco. Esattamente 100 anni fa, 40 km di fronte costarono la vita a oltre 110.000 soldati.
Un monumento ricorda i caduti della guerra passata, un altro i primi ministri che fecero cadere quei soldati. Le tende e il filo spinato, più avanti sula stessa strada, ricordano che Idomeni è ancora fronte: fronte di un'altra guerra, di una guerra altra, combattuta poche centinaia di chilometri più a est. Una guerra che i rifugiati si portano addosso, nelle mutilazioni, nei racconti, negli sguardi. Una guerra costata la vita a centinaia di migliaia di persone. Una guerra che, per adesso, si combatte fuori dall'Europa. Nonostante ciò, i Paesi membri e quelli candidati ad esserlo hanno costruito muri, schierato militari e navi da combattimento, stretto accordi con dittatori criminali. Eppure dall'altra parte non c'è nessun esercito: ci sono solo le persone, le famiglie, i bambini, i vecchi che dalla guerra fuggono.
Fonte: dinamopress.it

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