La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 27 settembre 2016

La politica come patologia

di Henry A. Giroux
Lo stato della guerra è costruito non soltanto sulla militarizzazione dell’economia, ma anche su quella che il mio collega Brad Evans chiama la “ignoranza armata.” Questa ignoranza rappresenta di più che una scarsità di responsabilità etica e sociale, ma è anche indicativa di una crisi di formativa e spirituale negli Stati Uniti. Una cultura della paura, dell’odio, dell’intolleranza, ha trasformato la politica americana in una patologia. L’illegalità si estende dalle più alte del governo e dalle grosse aziende, alla para militarizzazione delle nostre scuole e delle forze di polizia.
I neri disarmati vengono uccisi quasi ogni settimana mentre un numero sempre maggiore di membri della popolazione sono considerati in eccedenza, “usa e getta”, e in esubero e oggetto della intolleranza di gruppi di destra in aumento, di neo nazisti e di un candidato alla presidenza. Con il mondo sull’orlo della guerra, dell’estinzione ecologica e con una crisi dei rifugiati che sta accelerando, e una crescente cultura satura di violenza, il pubblico è persuaso che il problema impellente del giorno sia la separazione tra Brad Pitt e Angelina Jolie oppure lo spettacolo non controllato di odio che fa da performance teatrale in ogni giorno che porta alle imminenti elezioni.
L’isterismo morale e politico è di moda e ha indebolito le sfere pubbliche che promuovono l’auto-riflessione, il dialogo, e il giudizio informato. Gli scambi di idee informati e di argomenti basati su prove, sono stati sostituiti dalla cultura del gridare, delle emozioni e della criminalità. La guerra si presenta in varie forme ed è potente quanto una forma di ideologia e di identificazione dato che è al servizio di varie forme di violenza. Una volta che abbiamo riconosciuto tutto questo come crisi sia della politica che dell’istruzione, possiamo mobilitarci contro i rapporti di potere sia ideologici che materiali. Il tempo, però, sta finendo.
L’America è ora in guerra con se stessa, data la ferocia di un sistema neoliberale politico ed economico favorevole a distruggere il pianeta, smantellando allo stesso tempo quelle istituzioni che rendono possibile la democrazia. Non soltanto le pubbliche sfere che servono il bene comune sono sotto assedio, come l’istruzione pubblica e quella superiore, ma anche la società americana sta conducendo una guerra
contro i suoi propri ideali, il contratto sociale, i funzionari pubblici come gli insegnanti, le minoranze giovanili, i musulmani, gli immigrati e tutti quei gruppi considerati “a perdere”. La cultura di guerra che satura la società americana fornisce il terreno fertile per una nuova modalità di autoritarismo che minaccia di travolgere l’intera società americana.
La guerra non è più semplicemente uno strumento che deve essere usato dal potere politico, ma una forma di dominio, una condizione generale dello stesso ordine generale – un relazione sociale permanente e un principio coordinatore che influenza tutti gli aspetti della società. Una conseguenza è che negli scorsi 40 anni gli Stati Uniti sono passati da uno stato sociale a uno stato di guerra in cui questa è diventata il principio coordinatore di una politica coniugata con la guerra al terrore, con l’espansione dello stato che castiga e con la militarizzazione della cultura più ampia – come per esempio la celebrazione delle forze armate in un numero sempre maggiore di eventi sportivi – tutti pagati dal Pentagono. La guerra è diventata un’estensione di una macchina da guerra onnicomprensiva e di una cultura della crudeltà che abbraccia gli elementi oscuri dell’autoritarismo e che allo steso tempo dichiara guerra alla democrazia.
Le prove di una cultura militarizzata di questo genere, e della cultura della crudeltà
sono diffuse. Basta guardare alla guerra alle donne, specialmente riguardo ai diritti riproduttivi, con la chiusura delle cliniche dove poter abortire e ai crescenti tentativi di vari governi di destra che rifiutano i pagamenti del servizio sanitario federale. C’è anche in corso una guerra ai giovani, specialmente alle minoranze giovanili che sono sotto assedio nelle loro scuole che sono sempre più modellate sulle prigioni e dove troppo spesso ci sono forze di sicurezza e poliziotti che insegnanti. Si è anche dichiarata una guerra alle minoranze giovanili povere, di colore, e di un dato orientamento sessuale, il cui comportamento quotidiano viene criminalizzato dato che sono soggetti alla violenta realtà della criminalizzazione e all’estendersi dello stato carcerario che è uno dei più grandi del mondo dato che mette in prigione oltre 2,3 milioni di adulti, la maggior parte dei quali sono afro-americani che hanno un reddito basso. C’è anche l’uso diffuso del linguaggio al servizio della violenza, specialmente della violenza razzista. Il lessico violento e intollerante usato da Donald Trump contro i musulmani, gli immigrati messicani e i profughi rieccheggia il vocabolario delle milizie armate della destra, i cui messaggi il senatore ritwitta orgogliosamente.
Le armi dei campi di battaglia in Iraq e in Afghanistan vengono ora date ai dipartimenti di polizia accrescendo la possibilità che se ne faccia uso contro le comunità delle minoranze povere i cui quartieri sono trasformati in ciò che somiglia a dei campi di battaglia. Si suppone ora che senza giustificazione risolvano ogni problema creato da un ordine sociale ingiusto infranto da un sistema caratterizzato da disuguaglianze che dispensano morte, di ricchezza, reddito e potere che servono esclusivamente all’élite finanziaria. E così non dovrebbe sorprenderci che la guerra alla povertà sia diventata una guerra ai poveri dichiarata dalle politiche aziendali che privano coloro che sono economicamente svantaggiati, specialmente i bambini, della fornitura di servizi pubblici, come tessere per comprare il cibo, l’assistenza sanitaria e lavori decenti.
Negli Stati Uniti, la crescente cultura della violenza, della repressione e della sorveglianza indica la pericolosa trasformazione della politica americana in una macchina di guerra, riflessa in molti atti di violenza autorizzati dallo stato che affliggono la società e vanno dal rischio di avvelenamento da piombo di milioni di bambini, e dalla militarizzazione delle scuole pubbliche all’uso della violenza per affrontare i problemi sociali. Ognuno ora viene trattato come un criminale o come una minaccia all’ordine sociale e allo stesso tempo la violenza della povertà, la disuguaglianza crescente, le case pignorate, la disoccupazione e altre ingiustizie, alimentano le condizioni in cui le pistole diventano l’elemento di base preferito per mediare nella vita quotidiana. Un segno della volenza che definisce l’epoca di precarietà è evidente nei 500 bambini, adulti e passanti innocenti, uccisi a Chicago nei primi 9 mesi del 2016 e nell’uccisione implacabile di uomini di colore disarmati per mano della polizia. Allo stesso tempo, la cultura della guerra modella gli elementi della vita quotidiana che sono a malapena visibili perché non aumentano il livello dello spettacolo. Le prove del silenzio strutturato dei campi di battaglia di questo genere si possono trovare nelle prigioni per i debitori per ragazzi (figli di famiglie povere che se sono incorsi in qualche infrazione che i genitori poveri non sono in grado di pagare vengono messi in carcere, n.d.t), nel modellare le scuole in base alla cultura della prigione, nei debiti gravosi che uccidono il futuro dei giovani, nella trasformazione dell’istruzione in centri di tirocinio della Wal-Mart, nell’aumento nella carcerazione di massa, e nella trasformazione delle città dei poveri in zone di guerra.
Qualsiasi tentativo di opporsi alla comparsa di una cultura di guerra e di un ordine sociale militarizzato negli Stati Uniti, potrebbe iniziare riconoscendo che la democrazia appassisce quando la guerra, gli scontri armati, e la militarizzazione, incarnano i più alti ideali di un paese, rafforzati da un’etica da guerrieri che celebra la competizione incontrollata, l’iper-mascolinità e l’idea che la violenza sia il principio basilare che organizza la società. Come ha osservato Hanna Arendt, la cultura della guerra fa parte di una forma di egoismo che legittima i desideri, i valori e le identità che rendono le persone insensibili alla violenza che vedono intorno a loro. Non si può avere una democrazia che si organizza intorno alla guerra perché è il linguaggio dell’ingiustizia, della violenza estrema e della pedagogia della barbarie.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Tikkun
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.