La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 settembre 2016

Ma che sta succedendo in Spagna? Intervista a Steven Forti

Intervista a Steven Forti di Lorenzo Carchini
All’indomani del risultato elettorale regionale in Galizia, dove il Partito popolare conquista la maggioranza assoluta dei seggi, davanti a Podemos e Psoe, e quello nei Paesi Baschi, con l’affermazione dei nazionalisti di Urkullu, ed anche qui un risultato deludente per i socialisti, la Spagna volterà le spalle a Iglesias in favore di Rajoy? Ma il voto è anche l’ennesima batosta per lo storico Psoe e per il suo leader Sanchez, accerchiato nel partito, una volta di più sul punto di cadere dalla torre. Certo, senza una soluzione entro ottobre, gli spagnoli sotto l’albero di Natale troveranno di nuovo la tessera elettorale.
Ne parliamo oggi col Dott. Steven Forti, storico, Professore presso l’Università autonoma di Barcellona, scrittore e collaboratore di varie riviste e periodici, fra cui Micromega, Atlantica e Bez. Direttamente in collegamento da Barcellona.
Perché, come hai scritto oggi, l’esito delle elezioni regionali in Galizia e nell’Euskal Herria costituisce la chiusura della cosiddetta “ventana de oportunitad”?
"Il mio è un giudizio un po’ pessimista. Mi auguro di sbagliarmi, ma non ho sensazioni positive da questi mesi d’impasse politica in Spagna, ormai dal dicembre dell’anno scorso, quando si sono celebrate le prime elezioni generali. E mi sembra la “ventana de oportunitad” ossia quella che, tradotta in italiano, sarebbe la finestra di opportunità che c’era stata dal 2014 e ancor di più lo scorso anno con le vittorie delle liste municipaliste alle comunali nel maggio 2015 col grande risultato di Podemos a dicembre, sia in bilico. Questa finestra che sembrava aperta, rischia davvero di chiudersi. Cosa voglio dire con questo? Che la possibilità che si tengano nuove lezioni a dicembre di quest’anno, la data dovrebbe essere il 18 dicembre, molto probabilmente rafforzerebbe il bipartitismo e quindi questa finestra di opportunità di cambiamento politico e sociale in Spagna se non si chiude, quantomeno si socchiude."
Che spiragli si apriranno all’interno della crisi politica spagnola?
"Da questo punto di vista molti quesiti rimangono aperti. Le elezioni che si sono tenute questa domenica in Galizia e nei Paesi Baschi danno delle possibili chiavi di lettura, ma dal punto di vista degli scenari della politica spagnola ci sono ancora tantissimi punti interrogativi. Sono praticamente 30 giorni e poi si va di nuovo ad elezioni. Le possibilità in questo caso sono due: o le elezioni, che non dispiacciono affatto a Rajoy, oppure una soluzione prima della fine di Ottobre. Sotto questo punto di vista sarà la chiave capire cosa succederà sabato nel comitato federale del partito socialista. Sanchez è uscito ancora una volta sconfitto da queste elezioni regionali e ci sono molte persone che vorrebbero spodestarlo nel partito, in primis la leader regionale andalusa Suzana Diaz, ed un cambiamento nel Psoe potrebbe modificare anche la posizione dei socialisti quanto ad un’astensione per facilitare un governo di Rajoy ed evitare le terze elezioni in un anno."
Proprio il Partito Popolare, che nei Paesi Baschi non ha raggiunto grandi risultati, sembra abbia retto allo scossone di Podemos, in questi mesi. Lo stallo, annesso a dati economici almeno apparentemente positivi, sembra possa riavvicinare l’elettorato ad un partito tradizionale e di stabilità. Quale sorte attende, invece, il Partito Socialista? Si muoverà verso Rajoy, preferendolo a Podemos?
"La situazione dei socialisti è quella più difficile fra i partiti spagnoli. Continuare nel “No es No” ripetuto da Pedro Sanchez ed andare a nuove elezioni, sicuramente non migliorerà i risultati del Psoe, anzi il rischio è che peggiori ancora rispetto al giugno di quest’anno. Dall’altra parte, facilitare un governo di Rajoy creerebbe sicuramente subbuglio nella base. Insomma, si trova una spada di Damocle sulla testa e non si è ancora risolto a trovare una soluzione perché Sanchez pur negandosi nell’astensione a Rajoy e per quanto abbia parlato di possibili valutazioni per un’alleanza per formare governi, in realtà al di là di dichiarazioni sui giornali non si è mosso. Penso, dal punto di vista del voto di ieri, che dai risultati del Partito Popolare emergano due fattori importanti: innanzitutto, la stanchezza generalizzata da parte dell’elettorato spagnolo. Quella “ventana de oportunitad” e la passione politica degli ultimi anni sta sfociando in un sentimento di stanchezza. La gente si sta stancando anche di continuare ad andare a votare e non vedere risultati. Questo non vale, però, per un partito dell’establishment come il Pp che gioca anche, e questa è il secondo dato da tenere in conto, su dei buoni dati macroeconomici, che però nascondono una realtà più complessa.
Da un lato la disoccupazione è ancora intorno al 20%, è il secondo paese con la disoccupazione più alta in Europa, di questi una grandissima percentuale (quasi 1 milione di persone) che non trova lavoro da oltre 2 anni, dall’altro un dato in controtendenza con la Spagna, ovvero l’altissimo debito pubblico in rapporto al pil: si è superato il 100%, non succedeva dal 1909. Dunque, la crescita economica con dati buoni attorno al +3% per questo 2016, +2,3 le stime per l’anno prossimo, le migliori in Europa, nascondono il fatto che comunque la debolezza dell’economia spagnola che portò anche alla crisi del 2008-2010 che ancora persiste, si basava su due settori: il turismo ed i mattone.
Ora il mattone è andato in crisi dopo la bolla immobiliare, il turismo, invece, è cresciuto moltissimo creando una nuova bolla. Teniamo anche presente che questi dati sul livello macroeconomico spagnolo si basano su una serie di elementi a livello economico e politico internazionale che non sappiamo quanto dureranno, a partire dai bassi prezzi del petrolio, continuando con le politiche della BCE e con un altro fattore legato al settore trainante l’economia nazionale: il turismo è aumentato quando le vicende politiche di paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Egitto sono degenerate, allontanandone i visitatori. Teniamo quindi presente il contesto, i dati macroeconomici sono da prendere con le pinze."
Considerando anche il rischio delle sanzioni da Bruxelles, i 6 miliardi di euro di sanzione in caso di inadempienze sulla presentazione dei programmi di tagli del debito e della spesa pubblica…
"Assolutamente, teniamo presente anche un altro dato. Multa a parte, il nuovo governo spagnolo che si formi a ottobre, o a gennaio o, addirittura, a febbraio dopo nuove elezioni, dovrà applicare delle politiche di austerity molto dure. La causa sono anche le politiche fiscali applicate a metà 2015 dal Partito Popolare per cercare di rivincere le elezioni nel 2015. Ora, dunque, si dovranno fare nuovi tagli, quindi la situazione sociale potrebbe ulteriormente cambiare."
Steven, tu ci parli da Barcellona, una città che ha sempre polarizzato il proprio pensiero rispetto a Madrid, lo vediamo anche oggi con la sindaca Ada Colau, sulla quale tu, insieme Giacomo Russo Spena, hai scritto anche un libro, uscito per edizioni Alegre.
L’esito del voto in Euskadi e gli sviluppi nel dibattito indipendentista catalano, possono essere delle risposte alla crisi del paese e all’impasse politica spagnola? Che reazione provocano all’esterno del rispettivo territorio? 
"La situazione è estremamente complessa. I risultati dei Paesi Baschi e le interviste rilasciate nelle ultime settimane da Urkullu, leader del partito nazionalista basco che ha vinto le elezioni, fanno arrivare dei messaggi in Catalogna indirizzati in particolare a quello che è stato, un tempo, il partito centrale della politica catalana, Convergència y Unió che adesso è Convergència Democràtica de Catalunya, con molti problemi col nuovo nome, Partit Demòcrata Català. Il partito nazionalista basco si è mosso in modo completamente diverso nell’ultimo decennio rispetto a Convergencia: da che era un grande partito centrista, il partito nazionalista basco ha accelerato verso una proposta di referendum e un’avvicinamento ad una posizione indipendentista, per poi ritornare a posizioni di centralità in difesa dell’autonomismo e senza eccessi, anzi criticando l’eccesso catalano, di una proposta sovranista, indipendentista, chiara. La situazione in Catalogna, dal punto di vista del partito di centro, centro-destra, che ha governato per tanti anni, cioè Convergencia, è stata all’opposto: passando da un autonomismo ad una difesa dell’indipendentismo. Con ciò intendo che le critiche alle vie unilaterali, ad una scelta unicamente indipendentista senza mezzi termini, da parte di Urkullu e la sua affermazione elettorale, migliorata rispetto al 2012, sono un messaggio molto chiaro a determinate élite catalane.
La situazione basca, dunque, invia alla Catalogna questo messaggio. Detto ciò, in Catalogna ora si è aperta una nuova fase in queste ultime settimane, soprattutto dall’ultima Diada e le prime risposte per capire in che fase stiamo entrando le avremo già in questi giorni: mercoledì e giovedì ci sarà nel parlamento catalano una mozione di “compliansa”, una fiducia, ma bisognerà vedere su quale base, se sulla proposta di un referendum vincolante e legata alle modalità del referendum scozzese da fare a Madrid oppure su un’accelerazione con una via unilaterale per la secessione. Vedremo che succederà. C’è ancora, secondo me, tantissima confusione, in particolare dentro Convergencia Democratica per capire se accelerare oppure no. Vale la pena ricordare, infatti, che per quanto le liste indipendentiste abbiano la maggioranza nei seggi del Parlamento Regionale catalano, non hanno una maggioranza di voti, non c’è dunque una maggioranza sociale chiara in favore di una via indipendentista. Bisognerà capire nelle prossime settimane cosa succederà.
In ultimo, in Catalogna si sta guardando con grande attenzione a quello che succede a Madrid. Il nuovo governo spagnolo, se di un colore o di un altro, che faccia o meno aperture sulla questione catalana, segnerà i prossimi passi del governo regionale catalano."
E in che modo potrebbe segnarli?
"Se sarà un governo del Pp con Ciutadanos, comunque una maggioranza di centrodestra, sarà un governo che non farà alcun tipo di apertura, restringendo ulteriormente le autonomie, con nuove politiche ri-centralizzatrici, il tutto con un’accelerazione indipendentista reattiva a Barcellona. Nel caso, recondito, di un governo socialista con Podemos si aprirebbe un dibattito fra Barcellona e Madrid sulla secessione territoriale e sul possibile tipo di referendum, o comunque una riforma generale della Costituzione che appianerebbe molte divergenze, ricreando quei ponti che sono stati distrutti. Un’altra possibilità sarebbe quella di un governo di minoranza di Rajoy, magari con un’astensione socialista, che sicuramente non avrebbe la forza per imporre una visione univoca della questione territoriale spagnola, quindi non si parlerebbe di secessione per i catalani, ma sarebbe obbligato ad aprire delle porte al dialogo, permettendo una risoluzione della questione catalana evitando vie unilaterali."

Fonte: sinistraineuropa.it 

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