La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 settembre 2016

Palestina, che cosa resta dell’intifada dei coltelli

di Fulvio Scaglione 
Un anno di attacchi. 36 israeliani uccisi e 423 feriti. 223 palestinesi uccisi (141 dei quali attentatori) e 2.400 imprigionati. Dopo tanta rabbia e tanto dolore, che cosa resta della cosiddetta “intifada dei coltelli”, la più recente forma di rivolta dei palestinesi nei confronti del dominio di Israele? Intanto, e per l'ennesima volta, una questione non risolta. L'intifada ha inevitabilmente perso l'intensità: secondo i dati del servizio di sicurezza di Israele, lo Shin Bet, nell'ottobre del 2015 furono 609 gli attacchi contro cittadini israeliani o forze dell'ordine dello Stato ebraico, e “solo” 103 nel giugno di quest'anno; così come morirono 145 palestinesi negli ultimi tre mesi del 2015 contro i 92 dei primi sei mesi di quest'anno.
Ma gli attacchi continuano, la gente continua a morire (anche 5 israeliani in giugno) e la cicatrice resta aperta, in attesa di qualcuno che la cosparga di nuovo di sale.
Come in altre occasioni, anche in questo caso l’attenzione è finita sulla strategia dello Stato ebraico. La strategia politica del Governo Netanyahu (che, a dispetto dei blandi moniti del tenero Obama, prosegue imperterrito nell'occupazione della terra: ai primi di luglio è stata annunciata la costruzione di altre 560 case nell'insediamento di Maale Adumin e di altre 240 a Ramot, Har Homa e Gilo, pur avendo bloccato l'ampliamento dell'insediamento di Givat Hamatos), e poi i molti casi di esecuzione sommaria in strada degli attentatori e gli incitamenti ai cittadini a farsi giustizia da soli, vengono considerati motivi più che sufficienti per giustificare l'esasperazione dei giovani palestinesi.
Ed è ovvio che il ragionamento ha un senso. L'occupazione israeliana si rafforza di giorno in giorno e i palestinesi ne sentono tutto il peso. Ma bisognerebbe forse provare a pensare che di esasperazione ne esista un'altra, nei giovani palestinesi: quella contro i propri rappresentanti ufficiali, la propria classe politica. Gli attacchi dei cosiddetti “lupi solitari” palestinesi non hanno mai avuto l'appoggio di partiti o fazioni ufficiali. Un fatto ben presente ai palestinesi che infatti, rispondendo a un sondaggio dell'Arab world for Research and Development, si mostrarono nel 90% dei caso convinti che l'intifada non aveva alcuna direzione politica. Pur partecipando a decine di funerali ed esaltando i martiri, come le leggi del marketing politico impongono, lo stesso Abu Mazen ha cercato in ogni modo una collaborazione sotterranea con le autorità di Israele per limitare i danni... a se stesso.
L'intifada dei coltelli, infatti, è stata la più totale sconfessione del suo “moderatismo”, un tono politico che nasconde soprattutto l'arroccamento di un gruppo di potere ormai più che senescente e come sempre inefficiente e corrotto. Il discorso di Abu Mazen all'Onu il 22 settembre scorso è stato un perfetto esempio. L'unica strategia sembra essere la pressione (o supplica) nei confronti degli altri Paesi affinché convincano Israele a ritirarsi dai territori, cosa che peraltro non avverrà mai. È come se il leader di Al Fatah non avesse nulla da dire proprio ai palestinesi. Come se la Palestina non dovesse essere governata e indirizzata da qualche parte. Come se la Palestina esistesse solo nella sua proiezione all'estero e in un catalogo di riferimenti in parte ormai quasi mitici. A fronte dei quali sta una realtà molto chiara e drammatica: il mondo si occupa sempre meno dei palestinesi. Gli Usa, che versavano 1 miliardo di dollari l’anno quando l'Autorità palestinese fu formata in seguito agli Accordi di Oslo, sono scesi a 250 milioni, senza peraltro versare un dollaro in contanti ma solo investendoli in progetti. Gli Emirati Arabi Uniti non versano una lira dal 2013, il Qatar dal 2014. Pagano regolarmente Arabia Saudita (20 milioni di dollari al mese) e Algeria (4,4) ma in ogni caso la legge finanziaria approvata per il 2016 prevede 400 milioni di dollari di spese senza copertura, un gap che coi mesi si allargherà ancora.
Quanto l'intifada dei coltelli fosse una manifestazione di esasperazione anche nei confronti della classe dirigente palestinese e del suo peloso “moderatismo”, lo si è visto nei recenti sviluppi. L'8 ottobre dovevano svolgersi, a Gaza come in Cisgiordania, le elezioni amministrative. Un appuntamento doppiamente importante. Intanto, le ultime elezioni amministrative erano state tenute nel 2012 ma in modo solo parziale e comunque boicottate da Hamas, che invece voleva partecipare a queste. E poi, il voto amministrativo era considerato un test per Al Fatah (e per la sua rivalità con Hamas) e un indizio per la ripresa di un corretto processo democratico, visto che in Palestina le elezioni politiche non si svolgono da dieci anni.
E appunto. La Commissione elettorale centrale di Ramallah le ha rinviate sine die. Ovviamente Hamas e Al Fatah si accusano l'un l'altro di tutto ciò (irregolarità, violenze, abusi...) che ha portato all'annullamento. Ma il punto vero è che Al Fatah ha paura di perdere anche la Cisgiordania e Hamas non è la risposta, se non per quelli ancora convinti che qualche razzo e una congrua quantità di martiri possa convincere Israele a sloggiare. Mentre a Gaza si discute di modificare il codice penale per introdurre una legge contro la blasfemia, 8 milioni di palestinesi si chiedono come fare a trovare lavoro, avere una casa, tirare su i figli, campare in pace. E la risposta, o una risposta qualunque, non l’aspettano da Israele (da cui non si aspettano niente, o peggio) o dal mondo. La vorrebbero dai loro capi.

Fonte: Micromega online - blog dell'Autore 

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