La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 27 settembre 2016

Voucher: il decreto correttivo che non corregge niente

di Sergio Farris 
Alla notizia che il Governo ha varato un decreto che prevede una cosiddetta “stretta” sui voucher (i buoni lavoro liberamente acquistabili anche presso le rivendite di tabacchi), viene da chiedersi se in questo paese la propaganda non abbia definitivamente soppiantato la ragionevolezza. I voucher, lo ricordiamo, sono buoni lavoro del valore nominale di dieci euro mediante i quali, sulla carta, è possibile retribuire prestazioni di lavoro “accessorio”. Ufficialmente nati con l'intento di regolarizzare diffuse forme di lavoro sommerso, specie in agricoltura (anche se, come ben sa chi conosce la teoria “neoclassica” del mercato del lavoro, qualunque forma di lavoro precario serve in realtà a dare una spinta verso il basso alle retribuzioni), i voucher sono via via diventati, grazie alle norme che ne hanno permesso il loro utilizzo in quasi tutti i settori, la prevalente forma di ingaggio lavorativo alternativa al normale contratto. 
Nel solo 2015 ne sono stati venduti 115 milioni, ed hanno interessato il 10% del lavoro dipendente. Soltanto a Brescia ne sono stati venduti 3.258 milioni. E i dati registrano, nel 2016, un costante incremento. Ne fanno uso, addirittura, enti pubblici come i Comuni. Ci sono addirittura amministratori comunali che cercano di instillare nell'opinione pubblica l'idea che, con l’attivazione di questo strumento, renderebbero un commendevole atto di solidarietà a persone costrette, in mancanza d'altro, ad accettare un lavoro da svolgere sotto questa forma “contrattuale”.
A dispetto degli intenti di facciata, l'entità del lavoro sommerso non è stata minimamente scalfita. Il perchè è intuitivo: è sufficiente conservare nel cassetto un buono, della validità di un'ora, da esibire in caso di controllo e continuare, come prima, a far svolgere prestazioni anche per l'intera giornata.
Ecco allora agevolmente svelato il vero intento dello strumento alternativo: modico versamento di contributi previdenziali e assistenziali, niente ferie né malattia retribuite, niente permessi, niente diritto alla maternità e nessun diritto a sussidi di disoccupazione. In sintesi, liberalizzazione del più bieco istinto predatorio. Perchè pagare 15 se è possibile pagare 10? La prova? Il ricorso all'impiego dei buoni per il lavoro accessorio anche in settori come l'industria, il che fa cadere anche qualunque giustificazione che potrebbe vedere nella mitizzata flessibilità, già ampiamente possibile in svariate altre forme, la ragione per l'acquisto dei voucher. 
Ora, con il provvedimento summenzionato, il Governo si fa vanto di avere introdotto la cosiddetta tracciabilità dei buoni lavoro, ovvero la comunicazione obbligatoria della prestazione all'Ispettorato del Lavoro, via messaggio su telefono cellulare o posta elettronica, almeno un'ora prima dell'inizio dell'attività lavorativa. Ma cosa a che fare, questo, con i prima richiamati veri problemi della questione? Indovinato: nulla. 
Prima di tutto perchè se si volesse seriamente organizzare un sistema di controlli finalizzato al contrasto del lavoro nero bisognerebbe investire nuove risorse nel potenziamento degli organici in forza agli Ispettorati, e poi, non pare credibile che pochi controllori possano in tempo reale correre dietro a migliaia di sms, con i quali fra l'altro si potrà magari dichiarare fraudolentemente prestazioni di una sola ora.
Sarebbe stato inoltre opportuno prevedere, nel caso qualche controllo dovesse andare a segno, uno specifico e particolarmente severo sistema di sanzioni, aspetto che nel nuovo decreto viene appena sfiorato.
Il problema centrale non è comunque l'abuso dello strumento. E' lo strumento stesso, con tutte le sue caratteristiche.
Ecco perchè se si volesse veramente contrastare l'abuso nell'utilizzo dei voucher, l'unico atto adottabile veramente efficace sarebbe l'abolizione di questo obbrobrio. 
Ma è evidente che non è possibile, in proposito, riporre alcuna aspettativa su un Governo il quale, con questo provvedimento di facciata, dimostra ancora una volta il proprio indirizzo culturale e identifica gli interessi che vuole privilegiare. Non resta che sperare nel referendum abrogativo dell’attuale legislazione sui voucher promosso dalla CGIL. Un successo in tale occasione sarebbe anche un segnale di democrazia.

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