La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 13 ottobre 2016

Democratura! Controrivoluzione nazionale in Polonia

di I Diavoli 
Classe 1949, sguardo severo, leader della destra polacca. Si chiama Jaroslaw Kaczynski, dirige il PiS, Prawo i Sprawiedliwość, partito di Diritto e Giustizia, dal 2001. È l’uomo che ha lanciato, insieme al premier ungherese Viktor Orbán, la (contro)rivoluzione nazionale in risposta all’Unione europea. Succede che domenica 9 ottobre il quotidiano Repubblica pubblichi una sua intervista. Non a caso, è l’apertura del giornale. Ha lo schema di un’invettiva contro l’Europa dei tecnocrati. È un manifesto della “democratura” polacca, immagine sfocata di una democrazia che sta assumendo sempre di più i tratti di una dittatura.
Il frame è il seguente: mettere al sicuro la sovranità nazionale, rivendicarne la potenza, evocare il rafforzamento del capitale globale. Tra le righe sembra nascondersi il “trilemma di Rodrik” (qui il video de “i Diavoli): solo una rinuncia massiccia alla democrazia può fare da detonatore alle istanze sovraniste. Altrimenti il capitale globale fagocita tutto e schiaccia ogni spinta ribelle nel Paese.
«La coperta è corta» e lo spazio di democrazia si riduce
Il trilemma della globalizzazione «suggerisce che la democrazia è compatibile con una profonda integrazione economica solo se la democrazia è opportunamente transnazionalizzata». La teoria è dell’economista turco Dani Rodrik. Tradotta, come spiega anche Phil al “Tredicesimo piano” de “i Diavoli”, significa che «nella globalizzazione non possono coesistere sovranità nazionale, democrazia e mercati globali: uno dei tre deve decadere. La coperta è corta, su uno dei tre lati bisogna cedere».
Dunque, la bomba ad orologeria piazzata alla testa dell’Europa, ticchetta al ritmo di una constatazione: autodeterminazione nazionale, democrazia e globalizzazione non possono convivere insieme e contemporaneamente.
Quando la teoria incontra la storia
La storia di questi giorni si è iscritta da sola all’interno della cornice teorica fornita da Rodrik. Sotto l’ombrello del sovranismo e dell’arrocco identitario, la politica nasconde il suo inganno.
Siamo in Polonia, anno 2016. Kaczynski è preparato, ha un colpo in canna già pronto. La sua sfida all’Unione è iniziata e le tappe sono già stabilite: «Rafforzare il capitale nazionale, oggi troppo debole, investe poco. Aumentare il costo del lavoro, per rafforzare potere d’acquisto e domanda».
Il disegno nazionalconservatore stabilisce che l’economia diventi terreno di Stato: «Vogliamo più capitale polacco in economia e banche, abbiamo già preso misure. Siamo felici degli investimenti stranieri, ma vogliamo un trasferimento di economia e finanza in mani polacche». Il collante è l’unione contro lo straniero, la chiusura contro l’altro: il migrante, percepito come la minaccia al “noi” immaginario che, in una logica binaria, si contrappone a quel “voi” da temere. Kaczynski afferma che bisogna «rafforzare patriottismo e identità nazionale, concetti sfidati dal governo precedente».
L’invettiva contro l’Europa
Secondo il leader della destra polacca, nonché ex premier di Varsavia, ciò che sta avvenendo sia a livello nazionale che continentale è la «liquidazione della democrazia da parte di gruppi di pressioni (…) Per questo — dice — ho parlato con Orbán di controrivoluzione, sebbene per tradizione polacca preferiamo chiamarla rivoluzione che aiuti a conquistare la libertà».
La conquista della millantata libertà passa per l’esclusione, per la divisione, per l’eliminazione dell’arbitrio. La protesta che impallina i burocrati di Bruxelles si nutre di astio, formatosi intorno a presunte identità nazionali superiori. A detta del leader del PiS, l’obiettivo è che tutti in Europa facciano ritorno «al concetto di Stato nazionale», considerata l’unica «istituzione capace di garantire democrazia e libertà, e grande diversità e vitalità delle culture. Un’unificazione culturale dell’Europa significa anche degradazione, sarebbe pericolosa. Almeno finché l’Europa vuole essere superpotenza globale e agire come tale senza gettar via le sue identità culturali nazionali».
L’invenzione del nemico per giustificare l’attacco
Segue uno schema classico l’invettiva di Kaczynski all’Ue: la creazione di un nemico, la denuncia di una minaccia percepita, la vittimizzazione. Per giustificare il conservatorismo e la riterritorializzazione sovranista, il leader polacco preferisce posizionarsi all’opposizione, descriversi come un ribelle, un soggetto fuori dal sistema. Nel concetto di “anti” si cela la sua strategia: «Non vogliono che siamo noi a governare. Siamo scomodi, ‘not correct’, e la Polonia è un paese grosso. Mi è stato detto che l’Ungheria è piccola, può avere alcune concessioni. Ma non la Polonia. Eppure siamo membro di Ue e Nato, l’economia cresce, i conti sovrani sono stabili. Chi ci attacca non vincerà, la Polonia resterà Polonia».
Nello stesso piano rientra l’internazionalizzazione delle proprie rivendicazioni. Kaczynski descrive la sua comunità immaginaria e ideologica, quella che trova amici tra i populisti di ultradestra dell’AfD guidati da Frauke Petry in Germania (qui il ritratto della «predicatrice d’odio dalla faccia pulita» fatto da “i Diavoli”), passando per l’Ungheria dei muri, quella «dell’uomo che odiava i migranti» (qui il focus) Viktor Orbán. «Ovunque i populisti si rafforzano, dalla Germania con la AfD alla Francia con Marine Le Pen. Non penso che ella vinca le elezioni ma è giovane, ha tempo. O guardi alla Lega Nord, ai partiti populisti scandinavi. Non so come sarà l’Europa tra 6 anni. I 5stelle in Italia stanno sorpassando la forza di governo, un partito antieuropeo è al top della popolarità in Olanda, vediamo strane forze di sinistra antieuropee in Grecia e Spagna», sostiene. Poi la proposta: «Possono far esplodere la Ue. O riformiamo la Ue o andrà al collasso. Un’idea di riforma è internazionalizzare il debito».
Il fronte anti-migranti
La retorica contro i profughi è praticamente identica a quella dei cugini tedeschi e ungheresi. Petry vorrebbe una Germania senza immigrati, è convinta che l’Islam sia «incostituzionale» e che come extrema ratio si dovrebbe «poter sparare ai migranti» che cercano di entrare illegalmente. Per Orbán gli arrivi dei richiedenti asilo in Europa non sono altro che un «veleno», perché l’Ungheria – le parole sono del luglio scorso – «non ha bisogno di un singolo migrante per l’economia o per il suo futuro». Kaczynski non è da meno: «Chi arriva in un paese deve rispettarne le regole, e il paese d’accoglienza ha diritto d’esigerlo. Alcuni paesi europei dimenticando queste regole hanno causato conflitti. Altro problema: l’aggressività dei migranti musulmani, specie verso le donne».

Fonte: idiavoli.com 

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