La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 13 novembre 2016

Riforme per l’UE o per la finanza?

di Matteo Bortolon
Fra le molte analisi della riforma costituzionale di Renzi-Boschi alcune cercano di capire la sua dimensione europea o internazionale, dichiaratamente la prima fra le ragioni che compaiono nella relazione illustrativa: "Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea."
Capirlo tuttavia non è molto semplice. La relazione non si sofferma su tale aspetto indicando precisamente in che modo il nuovo quadro procederebbe a tale adattamento. Le motivazioni addotte dalle analisi che cercano di andare oltre gli slogan del governo hanno spesso citato lo studio della grande banca d’affari JP Morgan che vede le costituzioni attuali del sud Europa un elemento di impaccio per la risoluzione dei problemi economici dei rispettivi paesi. A questo si collegano gli argomenti secondo i quali la riforma sancirebbe l’adesione alla logica del quadro dell’Unione europea, e cioè da un lato la ratifica da parte degli organi interni dello Stato di decisioni prese altrove, in sedi tecnocratiche come la BCE, dall’altro una unione sempre più intergovernativa, abbandonando un più solidale processo federativo[1].
Tali argomenti hanno una forte base di verità ma non sembrano fare riferimento ad un quadro abbastanza saldo di analisi che faccia riferimento alle trasformazioni economico-sociali, del lavoro, dell’impresa. Il rafforzamento dell’esecutivo a scapito del parlamento appare un tema – fuori delle retoriche del nuovismo – abbastanza datato, ultimamente proposto dalla riforma proposta dal centrodestra e rigettata dal referendum confermativo del 2006, e la nuova governance europea era ancora lontana. E l’obbedienza a linee direttrici di livello europeo da parte dello Stato con la dislocazione di quote crescenti di sovranità nazionale è uno dei tratti caratterizzanti del processo di integrazione, peraltro sempre caratterizzato dalla prevalenza del metodo intergovernativo. Quindi dovremmo concludere che la riforma Renzi-Boschi è soltanto la riproposizione di tendenze del sistema politico con maggior forza?
In parte sicuramente è così. Alcune modifiche hanno una profonda somiglianza con le proposte affacciate nella Commissione bicamerale D’Alema (1997) e con il testo proposto dal centrodestra nella decade successiva. Che cosa c’è di nuovo?
La novità vera è il rapporto Stato-regioni. Questo elemento ci dà uno spiraglio per capire meglio tutto il quadro generale.
La relazione introduttiva lo nega con forza, parlando di «salvaguardare e promuovere le sfere di autonomia delle regioni e degli enti locali»[2] ma uno degli aspetti decisivi è un deciso ricentramento di molte competenze. Nel novellato art. 117 si vede chiaramente che scompaiono le materie concorrenti (quelle per cui lo Stato fissa i criteri direttivi e le regioni quelle attuative) e si allungano enormemente le competenze esclusive dello Stato. Una buona parte della restante riforma è volta a coprire tale operazione, promettendo che quello che le regioni perdono come competenza in tale articolo la recuperano nel Senato che diventerebbe la camera delle autonomie territoriali. Ma ciò è falso; non solo per la sua composizione, ma per gli stessi poteri ad esso attribuiti, che nel ddl originario erano persino più ridotti di quanto non ne risultino dal testo finale[3]. In sostanza si deciderà tutto a Roma.
Per capirne il perché pensiamo la mondo delle imprese. C’è un ampio accordo sul fatto che viviamo nella fase della finanziarizzazione, definibile in molti modi, ma soprattutto come primato della accumulazione finanziaria per il profitto. Accanto ai soggetti che vivono essenzialmente di investimenti speculativi esistono ancora imprese operanti in manufatti e servizi, ma sempre più hanno un piede nella sfera finanziaria, proporzionalmente alla loro grandezza. E non solo loro: industrie, famiglie, Stati, tutti siamo un po’ “finanziarizzati”[4].
Caratteristica preminente della azienda di tale natura è quello di produrre prima di ogni altra cosa valore per l’azionista, il quale da proprietario un po’ attendista che succhia il profitto della produzione garantita dai manager, torna prepotentemente come figura determinante, già da diversi anni.
Ma una azienda finanziarizzata ha finalità e stili di direzione molto diversi. Il parametro di riferimento diventa questo che la manualistica manageriale più vicina al nuovo corso economico definisce “diffusione di valore”, che è essenzialmente valore per l’azionista. Differentemente che nel passato più produttivistico in senso peculiarmente industriale, la nozione è volta a consentire un efficace raffronto delle prestazioni economico in un habitat finanziario, e quindi include anche le operazioni ad esso contigue: quindi la possibilità di emettere obbligazioni, titoli e il prezzo delle proprie azioni (se è quotato in borsa) sul mercato. Per essere pienamente reattivi su tale piano l’azienda deve procedere ad una ricentralizzazione del controllo espropriando di ogni livello di autonomia le sue articolazioni interne: un manager descrive con schiettezza come la necessità di rispondere in maniera repentina alle sollecitazioni del mercato finanziario:
"L’accentramento consente di pilotare con l’azienda come con un joystick. Se io la voglio orientare la gestione seguendo la borsa, se è troppo decentrata non ci riesco. L’accentramento è collegato con la “ceoizzazione”, perché il CEO deve apparire sul mercato non come colui che lancia una direttiva generale, ma come colui che agisce e fa, colui che ha in pugno l’azienda… Oggi posso fare cose dal centro che tre anni fa sarebbero state impensabili."
La presenza dell’azienda in un ambiente di tal genere presenta un processo di isomorfia: “l’adozione del frame culturale e degli strumenti di rappresentazione, misurazione e comparazione che strutturano l’interazione fra gli attori”. Il soggetto insomma viene plasmato dall’interazione con l’esterno.
Ma anche gli Stati sono soggetti a un processo di finanziarizzazione: il loro approvvigionamento di risorse si svolge sempre più in stretta correlazione con le dinamiche dei mercati finanziari, tanto per quanto riguarda l’emissione di titoli di Stato che per la attrattività degli IDE (investimenti diretti esteri).
L’ipotesi che mettiamo in campo è sintetizzabile come segue. Gli Stati hanno abbracciato da circa vent’anni un processo di deregolamentazione e liberalizzazione dei settori estero (vincoli sulla circolazione dei capitali) e interno; quest’ultimo aspetto è quello che l’FMI ha chiamato “repressione finanziaria”, cioè la forza regolativa di uno Stato capace di «indurre o forzare gli investitori interni a comprare i titoli del governo a tassi artificialmente bassi»[5].
Tale processo ha indotto una mutazione sia del panorama economico-produttivo che di quello politico, che è stato portato a approfondire ed accelerare fenomeni già in nuce in Italia: il protagonismo del governo rispetto al parlamento, la personalizzazione e la “democrazia d’investitura” volta a scegliere fra due poli in contrapposizione rigida che alla fine dovrebbero avere un saldo potere e continuità nella legislatura. Ma fino alla crisi del 2007-08 l’involucro della Costituzione ha potuto contenere tali tendenze che con il suo fulcro in realtà stridevano.
La crisi del debito sovrano ha portato ad una accelerazione facendo venire i nodi al pettine in maniera drammatica. Una dimensione particolarmente cogente di tale processo sono le caratteristiche dell’eurozona, cioè la rinuncia ad un qualsivoglia controllo sulla politica monetaria nazionale che depotenzia ulteriormente gli organi dello Stato in tale materia. Il singolo paese viene così a trovarsi nella necessità di galleggiare con le sue forze, ridotto piuttosto infelicemente a qualcosa di simile ad un’azienda in balia del vorticoso ondeggiare dei mercati, e necessitato a reagire con repentinità ai loro pronunciamenti; o a modulare con duttilità le sue politiche per pesare la sua forza nell’ambito delle decisioni, cioè il consesso dei governi europei. Un rapporto coi partner europei che oscilla inevitabilmente fra collaborazione e competizione.
Tutto porta per lo stesso processo di isomorfia (plasmazione) una nuova forma di governo. La sommatoria di Italicum e riforma costituzionale ci traghetterebbe al di fuori della forma di governo parlamentare, verso un presidenzialismo camuffato o meglio di governo direttoriale[6]. Con l’Italicum ci sarà sempre un partito di maggioranza relativa che ottiene il 55% dei seggi (340 su 630), per cui l’elezione stessa designa la maggioranza che può nominare il governo, perciò le consultazioni per la sua formazione diventano una mera formalità, elidendo peraltro parte dei poteri del presidente della Repubblica. Maggioranza le cui proporzioni abnormi (considerando che si tratta di un’unica lista) ne rendono molto difficile lo smottamento[7].
L’enormità del potere che tale assetto conferirebbe al governo (in particolar modo se la figura del presidente del Consiglio dei Ministri coincidesse con il segretario del partito di maggioranza) è stata descritta da molti studiosi. Va notato che nel novero delle sue prerogative rientra anche il controllo delle competenze precedentemente in capo alle regioni, con un Senato probabilmente troppo debole per opporsi. Anche lo Stato potrebbero essere pilotato come con un joystick?
La perdita di democraticità con l’indebolimento di vari istituti di garanzia è stata sottolineata da vari costituzionalisti. Il punto che ci preme sottolineare è che tale impostazione è una vera e propria rinuncia ad una sovranità popolare e costituzionale. Se è corretta la nostra ipotesi si può vedere che, al di là delle sbavature (che sono molte)[8] e di buoni margini di garanzie perse (il che non è poco), la perdita di forza dello Stato nei confronti dei mercati, autolimitandosi in quell’abbraccio mortale con neoliberismo in salsa europeista dalla possibilità di imporre una direzione politica al mondo della finanza, verrebbe compensata da una maggiore capacità di mettere a sistema tutte le articolazioni del paese per trarre da questo vischioso habitat i vantaggi possibili. Ma se non basta? Se nonostante tutta la buona volontà e l’impegno i risultati non fossero sufficienti ad assicurare diritti e benessere alla popolazione?
La Costituzione non è solo un assetto di poteri ma anche la attestazione di diritti inviolabili che non dovrebbero subire un condizionamento da parte dell’andamento dei mercati finanziari. Accettare una condizionalità di tal genere appare come una regressività difficilmente immaginabile, come una vera e propria decostituzionalizzazione. Disegnando così lo Stato come un centro di imputazione di rapporti contrattuali (riecheggiando le dottrine neocontrattualistiche)[10] fra i cittadini da un lato e i mercati dall’altro, senza che vi sia nulla più di veramente garantito. Riaffermare un costituzionalismo forte è il solo terreno per ribadire l’esistenza di diritti su base stabile, non questionabile, non negoziabile, non contrattabile, per l’appunto.

Note


[2] Ddl 1429, Relazione introduttiva.

[3] Si veda ddl 1429. La composizione finale del Senato consisterebbe di 100, di cui 5 di nomina presidenziale (poco comprensibili in una camera delle autonomie), 74 consiglieri regionali e 21 sindaci (sic!). A parte la bizzarria di inviare tali figure in un Senato, visto che esse dovrebbero comunque ricoprire anche l’altro ruolo istituzionale, ci si domanda quanto una camera così composta da parlamentari part-time potrebbe avere una reale incisività.

[4] Si vedano in merito per esempio gli studi di C. Lapavitas, Profiting without producing, Verso, 2013 e G. Krippner, Capitalizing on crisis, 2011.

[5] R. Nelson, Sovereign debt in advanced Economies, Congressional Research Service,2013.

[6] Una forma di governo che non può essere fatto decadere dopo il voto favorevole dell’assemblea legislativa; è in vigore in Svizzera. Ma con l’avvertenza di fondarsi su coalizioni assai ampie e con un energico ricorso all’istituto referendario per controbilanciarne il potere.

[7] Praticamente le consultazioni riassumerebbero uno spessore reale solo in caso di “tradimento” di molti parlamentari, ma poiché tutta l’opposizione sarebbe ristretta nel 45% dei seggi una reale alternativa che raggranelli il 50%+1 dei deputati sarebbe assai improbabile, dovendosi associare i “ribelli” a uno o più gruppi di scarso peso.

[8] Il testo finale è la sedimentazione di vari emendamenti correttivi non tutti soggiacenti allo stesso modello, per cui è visibile una buona incongruità e confusione nelle norme.

[9] Riteniamo che l’attacco ai diritti sociali sia pienamente intenzionale. Ma per capire le ricadute di un nuovo assetto istituzionale è corretto prendere in considerazione tutte le possibili situazioni. Anche le meno credibili.

[10] Non a caso alla base del nuovo assetto dell’impresa rispetto al mondo del lavoro sempre più precarizzato e frammentato.

Fonte: Eunews Oneuro 

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