di Michele Prospero
Il no alla riforma Renzi-Boschi-Verdini non riguarda solo i suoi contenuti di merito, che sono così irrazionali e dilettanteschi che imbarazzano persino i sostenitori più metafisici alla Cacciari. Il no al quesito del 4 dicembre è una grande scelta di civiltà giuridica. Non si era mai visto nell’Italia repubblicana il ricorso al plebiscito. Neanche Berlusconi aveva imboccato la strada dell’incoronazione del capo attraverso un si o un no di gradimento al condottiero. Le sue riforme costituzionali del 2006 furono approvate a maggioranza e sottoposte al referendum quando già il cavaliere aveva perso le elezioni politiche.
E quindi la carica plebiscitaria del premierato assoluto fu fortemente depotenziata.
E quindi la carica plebiscitaria del premierato assoluto fu fortemente depotenziata.
Oggi lo scontro è diverso e molto più grave pare l’esisto del conflitto. Il referendum è apparso, sin dalle origini delle manovre governative, come il percorso scivoloso individuato dal potere per ricevere una unzione popolare per vie traverse. Il capo che schiaffeggia i politici attaccati alle “poltrone”, graffia gli istituti della rappresentanza, impone le sue riforme ad aule vuote e poi si rivolge direttamente al popolo, per ricevere l’approvazione per il castigo divino da lui ordinato contro la “casta”, rientra nel perfetto campionario del populismo giunto al potere. E’ una manifestazione di populismo in senso tecnico, perché opera grossolanamente all’interno dello schema bonapartista studiato a fondo da Marx: il leader dialoga direttamente con il popolo oltrepassando la mediazione e le forme.
Contro il parlamento e i partiti, il capo si rivolge al popolo come vero ed unico interprete della genuina istanza della gente, sedotta dall’esca ingannevole della riduzione dei costi della politica, della contrazione dei riti, delle procedure e delle forme del parlamentarismo, dai miraggi della rapidità del decisore solitario. Basta leggere la formulazione del quesito referendario, come viene proposta dal governo della manipolazione, per cogliere in essa lo schema subdolo che sempre accompagna un leader che segue uno stile populistico e (in caricatura) bonapartista. Che antichi esponenti del Pci come Vacca, Violante, L. Berlinguer, Fassino, Napolitano siano in prima fila a sostegno della evidente torsione plebiscitaria della repubblica, infligge una ferita profonda al costituzionalismo democratico dei comunisti che ha sempre garantito la tenuta dell’ordinamento in tutte le sue giunture critiche.
Non si può, solo per salvare le apparenze che coprono imbarazzanti pratiche di potere, deplorare che la prova referendaria sia stata in origine coperta da un eccesso di personalizzazione che poi però è stata saggiamente ridimensionata dallo stesso Renzi appena rinsavito. Il referendum era e resta un plebiscito, non è possibile tornare indietro, modificando a piacimento la posta in gioco. E’ scontato che, in caso di trionfo del sì, il significato originario dello scontro tornerà ad essere quello di partenza: il capo bagnato dal favore mistico del popolo che piega la dignità e il prestigio delle decrepite istituzioni.
Un leader che decide di ordinare uno scontro generale, così drammatico che vede affiorare degli elevati costi politici quale che sia l’esito del voto, è un politico altamente irresponsabile, che merita l’oblio. Un presidente del consiglio che diventa il capo di una fazione alla ricerca del sì e va ovunque, a spese dello Stato, per guidare uno scontro sulla costituzione, non si era mai visto in oltre 70 anni di storia repubblicana. Renzi inaugura una pratica sconosciuta nelle grandi democrazie. L’unica eccezione fu la Francia gollista del colpo di Stato permanente.
Già questo trasferimento del conflitto in una situazione di eccezione, in cui l’ordinamento perde la qualità democratica e la massa è costretta a dire sì o no alla richiesta del contatto mistico tra il leader e il popolo, dovrebbe destare allarme in chiunque conservi un senso delle istituzioni. E invece capi dello Stato emeriti, vecchi presidenti della camera, l’ultimo segretario dei Ds suonano il piffero della soluzione plebiscitaria alla crisi della democrazia. Senza parole.
Al generale De Gaulle che, giocando sull’aspetto sacro e carismatico del potere personale ricattava gli elettori con la secca opzione “o adottate la mia riforma o me ne vado”, il filosofo Sartre replicava: “il pericolo che ci minaccia non è che De Gaulle se ne vada, ma che rimanga”. Lo stesso discorso va pronunciato sulla richiesta di Renzi di ratificare il potere personale che sfida il regime costituzionale confidando sul plusvalore politico di una maggioranza conquistata con un premio illegittimo.
Con il no è possibile impedire il passaggio ad una democrazia minore nella quale la caricatura di un capo carismatico rende le istituzioni appendice del volere di una persona e riduce il popolo a un ruolo scenico di mera approvazione passiva delle trovate eccentriche del potere. Con il no, le istituzioni della repubblica recuperano autonomia e prestigio e non diventano puri simulacri.
Il referendum è un conflitto tra la volontà di durata delle istituzioni come bene pubblico e il calcolo di potenza di un leader irresponsabile che propone di pagare la riduzione dei costi della politica con la contrazione della libertà democratica di eleggere i detentori del potere legislativo. Con il no al plebiscito, la repubblica può sopravvivere ancora una volta schivando i colpi proibiti dei profeti del crepuscolo, tra cui purtroppo oggi spiccano per la prima volta tanti ex comunisti.
Articolo scritto per La Parola
Fonte: pagina Facebook dell'Autore

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