di Matteo Pucciarelli
A un certo punto, quando Dario Fo si innamorò dei Cinque Stelle, i vecchi compagni cominciarono a ricordargli del suo passato remoto - era un ragazzino - nella Repubblica di Salò. Quasi una sorte di vendetta per il tradimento: dopo una vita di militanza a sinistra, quella dei movimenti della "nuova sinistra" del post '68 e dopo in quella radicale, l'adesione al movimento di Beppe Grillo risultava incomprensibile a molti. Non a lui: "In loro ho rivisto un po’ i tempi in cui facevo il teatro alla Case del Popolo Il Pci per certe cose era bellissimo, mi sembrava quasi di esserci tornato.
I grillini sono i figli e i nipoti di quella gente lì, non sono tanti ma sono i migliori su piazza". Erano quattro anni fa, l'ondata del M5S non era ancora arrivata ma lui si era già innamorato di Grillo e i suoi.
I grillini sono i figli e i nipoti di quella gente lì, non sono tanti ma sono i migliori su piazza". Erano quattro anni fa, l'ondata del M5S non era ancora arrivata ma lui si era già innamorato di Grillo e i suoi.
Il movimento, giovane e snobbato dagli intellettuali, trovò nel premio Nobel il proprio vate, una sorta di grande vecchio capace di dargli legittimità anche culturale e non solo politica. Non a caso sia Gianroberto Casaleggio che lo stesso Grillo finirono per "adottarlo", cosicchè a capo del M5S si ritrovò una sorta di trinità. I due fondatori gestivano la parte pratica della vita interna, Fo fiancheggiava con la piena libertà di parola e di provocazione concessa ad un artista. Insieme hanno scritto anche un libro: Il grillo canta sempre al tramonto(Chiarelettere), saggio che provava a spiegare la genesi dei Cinque Stelle. Nei casi più spinosi Fo veniva regolarmente consultato, spesso anche solo come gesto di rispetto nei confronti del grande vecchio. Che ricambiava salendo sul palco, quando necessario, durante le campagne elettorali.
Su un punto Fo insisteva molto. Lui continuava a reputarsi di sinistra. Era lo stesso di sempre: quello che si esibiva insieme a Franca Rame nelle università occupate con il suo collettivo teatrale La Comune; che fondò il Soccorso Rosso, nato per fornire assistenza legale e monitoraggio delle condizioni dei militanti della sinistra extraparlamentare nelle carceri italiane; che si esibiva per i ragazzi dei centri sociali come il Leoncavallo. Adesso però, parlando dei suoi vecchi compagni, "alcuni di loro mi fanno un po’ tristezza. Non hanno capito che il mondo sta cambiando, i ragazzi non li capiscono. Sembrano un’altra razza". Si rendeva conto insomma che la vena protestataria stava ormai andando da un'altra parte. E contestava al Pd di aver perso i valori che animavano il Pci. "A chiunque appare evidente che c'è in corso una campagna contro il M5S - disse nel gennaio scorso - Ma come può fare il Pd a ergersi a moralizzatore con tutti gli scandali in cui è coinvolto e dappertutto? Ma stiamo scherzando? Qui non è la pagliuzza e la trave, qui c'è l'ira di dio nell'occhio...".
Di sicuro incardinarlo su un binario non è mai stato semplice. Si candidò anche alle primarie del centrosinistra a Milano, perse contro il prefetto Bruno Ferrante, lo sosteneva Rifondazione e un gruppo chiamato "Gli amici di Beppe Grillo", un M5S in provetta. In primavera fu determinante nel bocciare la candidatura a sindaco sempre di Milano di Patrizia Bedori (M5S). E al ballottaggio tra Beppe Sala e Stefano Parisi la butto lì: "Quasi quasi...". Sì, votare il centrodestra. Per punire la sinistra che non fa più la sinistra, si infervorava. Nel salotto di casa sua, un normalissimo appartamento su Porta Romana, erano appese decine di maschere di teatro. Ne andava fiero e per lui erano un po' il senso della vita: a volte serve indossare un'altra faccia, ma dietro bisogna conservare sempre se stessi.
Fonte: La Repubblica

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