La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 13 luglio 2016

La contestazione ecologica. Intervista a Giorgio Nebbia

Intervista a Giorgio Nebbia di Sergio Messina
«La decisione di conoscere e avere cura di alcune [cose], senza precludersi la comprensione di altre, implica non solo un atteggiamento di costante attenzione al mondo e alle persone, una volontà di sapere e un desiderio di ‘amore’, ma anche un ethos (e perfino una presa di posizione politica) per contribuire a fare una respublica della società toccataci in sorte» (R. Bodei 2009: 119). Con questa frase Remo Bodei evidenzia il nesso che intercorre tra gli uomini e le “cose”, intese non come meri oggetti, ma quali enti intrisi di significato in quanto anch’essi, potremmo dire al pari degli umani hanno una storia. Il Professor Giorgio Nebbia, merceologo noto per il suo contributo alla causa ambientalista, ha descritto, narrato e ancor oggi racconta con grande chiarezza e originalità vicende attinenti al rapporto che intercorre tra umani, risorse naturali, merci e ambiente.
Egli si avvale non solo delle conoscenze inerenti la sua specifica disciplina ma anche dello strumentario della ricerca storica e storiografica le cui fonti sono studiosi, cittadini, movimenti e in generale soggetti che con coraggio hanno manifestato il loro dissenso a politiche di dominio dell’uomo sulla natura. Con quest’opera ha smascherato l’asservimento dell’uomo alla potenza illimitata della tecnica, e nel farlo ha avuto il merito di coinvolgere ogni singolo sapere nel processo di narrazione e rappresentazione di ciò che definiamo impropriamente la “materia” dell’ecologia, definita “scienza sovversiva” da Shepard e McKinley (P.SHEPARD, D. MCKINLEY 1969). 
I saggi di Nebbia, sebbene siano caratterizzati da un taglio decisamente storico, economicistico e scientifico, evidenziano a nostro avviso il legame essenziale che intercorre tra capitalismo e distruzione delle basi materiali della convivenza. Legame che svela la non “neutralità” delle merci e dei soggetti che, dietro un potente “apparato produttivo”, compiono scelte letali per gli ecosistemi e per le comunità di abitanti direttamente implicate.
Proprio le popolazioni locali sono le protagoniste delle narrazioni nebbiane insieme a quei soggetti di pensiero, ma anche di azione, che con la loro opera hanno dimostrato come sia possibile “esercitare la scienza” senza mai negare le proprie responsabilità storiche. Esempi, fra quelli citati da Nebbia, sono l’eclettico urbanista Lewis Mumford, lo straordinario chimico Linus Pauling, scienziato dedito alla nobile causa di informare sui «pericoli associati allo sviluppo delle armi nucleari» (G. NEBBIA 2013: 452-453), che militò con fermezza contro i test nucleari o l’acuta Rachel Carson che ha regalato all’umanità un capolavoro di cultura e speranza quale fu la sua Primavera Silenziosa (R. CARSON 1963). 
Non mancano riferimenti a tante altre personalità dell’ambientalismo scientifico che, con dedizione e rigore, hanno contribuito a revisionare saperi, conoscenze, culture stratificate nei secoli al fine di poter riscattare “Prometeo Liberato” e rappresentarlo più umile e prudente, ma anche più creativo e lungimirante, onde avere ancora la possibilità di “donare” alle generazioni future un mondo “degno”. Il “cerchio” di Commoner, la bioeconomia di Georgescu-Roegen, i “voli” della Carson e le “voci” di Laura Conti, Alexander Langer e dello stesso Nebbia sono alcuni dei riferimenti culturali irrinunciabili in questo ambito di studi.
Ciò che però caratterizza maggiormente Giorgio Nebbia rispetto ad una narrazione meramente scientifica è la commistione tra sapere scientifico, storico, economico e, come si è detto talvolta, anche teoretico. Un’unità portata avanti con maestria ed eccezionale lucidità e chiarezza espositiva tale da far emergere immediatamente non solo l’intenzione archivistica di Nebbia ma anche il vigoroso ed energico messaggio morale e politico; l’idea di una Giustizia che si riempie e si colora di verde e di solidarietà sociale e insieme, di equità infra e intergenerazionale. 
Se è la disillusione a farci dimenticare il senso del nostro agire il Professor Nebbia ci riconduce su una possibile “retta via” attraverso la conoscenza e la relazione che intercorre tra la conoscenza e quella “vita delle cose” di cui ci parla Bodei. La conversazione che di seguito è proposta si è sviluppata sotto forma di domande, intendendo chiarire, per quanto è possibile, aspetti fondamentali del dibattito tecnico, scientifico e politico (in America, in Europa e, infine, nel nostro Paese) riguardante l’origine, la storia e le implicazioni sul presente dell’ecologismo.
Professore, lei ha dedicato molte delle sue pagine alla contestazione ecologica negli USA, descrivendone la genesi e gli sviluppi. Secondo lei questa stagione di mobilitazioni ambientali ha condotto a dei risultati concreti, considerando anche l’attuale impatto ecologico che la società americana ha sull’intero pianeta?
"Consideriamo il sintagma “contestazione ecologica” come riferito a quei movimenti che, partendo da osservazioni naturalistiche e ecologiche, denunciano e cercano di contrastare le azioni che, in nome del progresso economico, sotto la cui maschera in realtà si cela il volto del profitto privato, alterano l’ambiente naturale provocando danni che ricadono, in prevalenza, sulle fasce più deboli della popolazione.
Fenomeni simili non sono una novità: nella Grecia antica venivano distrutte intere foreste per ottenere legno da usare come fonte di energia per le attività minerarie e metallurgiche da cui si ricavava argento per le monete e ferro per le armi con cui opprimere i vicini. Restava, così, una terra nuda, esposta all’erosione, che avrebbe provocato alluvioni e morti per i successivi duemila anni. Nella Roma imperiale la speculazione edilizia, usando la scusa di costruire alloggi per la plebe, aveva edificato una città congestionata, rumorosa, inquinata, invivibile per le stesse classi povere. 
Giorgio Agricola, nei primi del Seicento, ha ben descritto i danni arrecati alla salute delle attività minerarie. La prima industrializzazione in Inghilterra ha permesso alla Britannia di volare verso la conquista del mondo “grazie” a industrie inquinanti che compromisero la vita delle classi proletarie.
Quando i coloni europei, provenienti spesso da aree agricole, arretrate e povere, sbarcarono sulle coste orientali dell’America settentrionale si trovarono difronte a pianure sterminate e colline ricche di pascoli, boschi e acque, abitate da pochi “selvaggi” e da grandi branchi di bisonti. Territori fertili di proprietà “di nessuno”. Così è cominciata la corsa alla conquista di terre da trasformare in strumenti di civiltà: cibo, legname, metalli, materiali da costruzione. A metà dell’Ottocento le ferrovie hanno offerto il mezzo per estendere sempre più a ovest la conquista, il cui prezzo è stato lo sterminio degli animali e dei nativi: esseri umani e animali, considerati grosso modo alla stessa stregua. Lo stesso accadde nella costa occidentale, un altro paradiso terrestre di terre fertili, di miniere, di legname e oro. È più o meno in questo periodo che possiamo collocare la nascita di un concetto destinato a dominare la cultura della contestazione nel Novecento: quello di “limite”. Apparve chiaro, infatti, che nella corsa verso il favoloso West prima o poi i coloni avrebbero finito per imbattersi in pascoli e terre meno fertili. La loro marcia si sarebbe scontrata con le ostili Montagne Rocciose e, una volta superate anche quelle, anche le ricchezze della fertile e ricca costa del Pacifico dopo un intenso sfruttamento avrebbero finito per impoverirsi. L’esaurimento delle riserve di oro anticipava gli innumerevoli casi di “picco” e declino delle risorse naturali che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni.
Ci furono intellettuali, come George Marsh, che segnalarono gli effetti nefasti di un modello estrattivo che aveva tra le sue conseguenze l'erosione del suolo, l'inquinamento, la perdita di “bellezza” del paesaggio causati dalle azioni umane. E ci furono governanti, come Teodoro Roosevelt, che istituirono riserve naturali per sottrarre territori alla rapacità dell’assalto speculativo privato. Ma la grande svolta verso la nascita dell’ecologia si ebbe con la crisi degli anni Trenta del Novecento, che coincise con l’ondata di erosione del suolo e con la perdita di fertilità delle pianure centrali degli Stati Uniti. Nella metà del Novecento, infatti, si erano create le basi culturali per un movimento di difesa della natura capace di riconoscere che le offese all'ambiente generate dall’avidità umana causavano danni e sofferenze alla maggior parte dei cittadini, se non anche agli stessi che credevano di trarre vantaggio dal loro operare contro la natura. L’altra grande svolta per il pieno raggiungimento di una consapevolezza ambientale venne dalla “bombe atomica”. Quell’invenzione dimostrò che ormai erano disponibili armi “utili” a fini di conquista economica e militare, che potenzialmente avevano la capacità di spazzare via in pochi istanti gran parte della vita sulla Terra. Lo stesso Albert Einstein dovette affermare: “L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra”. La Terra, fragile sfera nell’immenso spazio, nostra unica casa: così la mostrarono le fotografie scattate dai primi satelliti artificiali negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.
I libri di Rachel Carson, di Paul Ehrlich, di Barry Commoner, gli studi del Club di Roma sui “limiti alla crescita” innescarono la mobilitazione politica e culturale che ebbe inizio negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta del Novecento per poi diffondersi rapidamente in Europa, facendo crescere la consapevolezza della crisi ecologica e della fragilità del mondo naturale. In quel periodo alcuni governi emanarono leggi contro l’inquinamento e crearono strutture di ricerca nei ministeri per l’ambiente. Ma ben presto il potere economico e finanziario capì che se la contestazione ecologica avesse vinto, i costi di produzione sarebbero aumentati e i profitti diminuiti. 
Così, fece di tutto per vanificare le proposte di riforma: gridate pure, cari ecologisti. Il progresso economico e gli affari sono le uniche cose che contano.
Infine, il susseguirsi delle crisi economiche dagli anni Settanta in avanti hanno finito per tacitare e smorzare qualsiasi seria azione in difesa non solo della natura, ma anche delle classi sociali più povere e delle popolazioni meno opulente."
Qual è, a grandi linee, la differenza intercorsa negli anni della primavera ecologista tra i movimenti di contestazione americani e quelli italiani? Eventuali differenze possono attribuirsi esclusivamente al contesto storico e territoriale o ad altri fattori?
"L’“ecologia” come simbolo della contestazione è sbarcata in Italia nel 1970, sull’onda dell’emozione suscitata dal lancio della “Giornata della Terra”, nata anch'essa in America, e dalla preparazione della Conferenza sull’ambiente umano di Stoccolma del 1972. Fin dai primi del Novecento, in Italia c’erano state alcune associazioni per la difesa della natura. Alcuni studiosi e intellettuali avevano richiamato l’attenzione sulla tutela dei boschi e della fauna anche attraverso la creazione di parchi e riserve naturali. Addirittura dal 1924 esisteva una cattedra di Ecologia nell’Università di Perugia, mentre già dagli anni cinquanta c’era stata qualche iniziativa legislativa contro l’inquinamento dell’aria e delle acque. Ma l’ondata della primavera del Settanta sembrò cogliere di sorpresa tutti: singole persone, intellettuali, governanti, industriali si scoprirono improvvisamente “ecologisti”. Anzi, scoprirono di esserlo da sempre. Si moltiplicarono riviste, articoli di giornale, interviste televisive: tutti sembravano ansiosi di salvare la natura. Proprio tutti? Adagio, con cautela. 
La difesa dell’ambiente apparve subito richiedere compiti sgradevolissimi: modificare i cicli produttivi industriali e agricoli, smettere di fabbricare merci inquinanti, destinare fondi per depuratori e filtri, fino al divieto di edificazione nelle aree di alto valore naturalistico. Tutti coloro che avevano perpetrato e continuavano a perpetrare violenza alla natura e all’ambiente capirono subito che, se si fosse dovuto dare retta alle ubbie degli ecologisti, avrebbero guadagnato di meno. Ricorsero allora a un astuto artifizio: costruire retoricamente un’immagine minacciosa dell’ecologia, insinuando nel senso comune l’idea che seguirne i dettami avrebbe comportato costi sociali insostenibili: perdite di lavoro, licenziamenti nelle fabbriche e nei cantieri. Ottennero in tal modo un’involontaria complicità anti-ecologica da parte dei lavoratori, che, per primi insieme alle loro famiglie, subivano danni alla salute a causa dell’inquinamento e delle violente reazioni della natura.
In questo episodio, bisogna riconoscere da un lato il fallimento culturale da parte delle associazioni ambientaliste, di estrazione essenzialmente borghese, che non riuscirono ad instaurare un rapporto di collaborazione e solidarietà con la classe operaia; dall’altro, il ritardo della sinistra nel riconoscere che i valori della contestazione ecologica appartenevano alla sua stessa tradizione di critica alla società capitalistica, attaccata già un secolo prima dagli stessi padri del comunismo, Marx ed Engels.
Per concludere, direi che la passione ecologista in Italia - ma in misura maggiore o minore anche negli altri paesi industriali - è durata fino agli anni settanta, con qualche ripresa occasionale durante la contestazione antinucleare. Oggi il seme ha germogliato in alcuni paesi arretrati. Per esempio nell’America Latina, con la lotta contro lo sfruttamento delle loro risorse naturali da parte delle multinazionali e della grande proprietà fondiaria."
Nel Seicento molti filosofi sostenevano vigorosamente la potenza della ragione, le scoperte scientifiche e le loro applicazioni tecnologiche. Il genere umano sembrava proiettato verso un futuro “positivo”. L’esperienza atomica ha distrutto quest’immagine idillica, determinando uno iato tra il passato e un presente caratterizzato da drastiche visioni di segno opposto. Qual è il suo parere?
"Sembra che l’aspirazione della nostra specie da quando è diventata umana, cioè da quando ha raggiunto circa un centinaio di migliaia di anni fa il grado evolutivo di Homo sapiens, sia stata quella di migliorare la propria condizione: nutrirsi meglio, coprire il corpo per difenderlo dal freddo, ripararsi dalle avversità del clima. Con la transizione da raccoglitori-cacciatori a coltivatori-allevatori, l’aspirazione a migliori condizioni di vita ha richiesto, in misura crescente, sempre nuovi beni materiali: metalli per cacciare meglio, pietre per costruire dimore più stabili, indumenti migliori, calore per cuocere i cibi, eccetera. Poiché non tutti potevano accedere a questi beni materiali, si è verificata una stratificazione “di classe” in seguito alla diffusione del concetto di “proprietà privata”: solo alcuni possedevano terra e animali, mentre gli altri, la moltitudine, possedevano soltanto il proprio corpo da vendere sotto forma di lavoro. A poco a poco la classe “superiore” - re, proprietari, sacerdoti, mercanti - hanno desiderato case sempre più confortevoli e cibi migliori conditi con spezie ricercate, tessuti sempre più belli e colorati con costose tinture, eccetera. Questi progressi, resi accessibili nell’ultimo secolo anche alle classi “inferiori”, furono possibili grazie all’aumento delle conoscenze del mondo circostante, cioè quelle che lei chiama “scoperte scientifiche”. Si è così formato un indissolubile rapporto fra scienza e possesso di merci, anzi la scienza è stata in genere considerata uno strumento attraverso cui trarre maggiori beni dal pianeta per fare “cose utili”, come suggerivano Cartesio e Francesco Bacone. Non credo che la nascita dell’età atomica, nella metà del secolo scorso, abbia modificato questo quadro, anzi, come dimostra la teoria conosciuta col nome di “deterrenza”, è esattamente il possesso delle armi di distruzione che assicura il mutuo rispetto e la non-guerra tra le varie potenze.
L’unica vera svolta culturale è stata rappresentata dal sorgere, sempre più spesso, di voci che avvertono che lo sfruttamento scientifico del pianeta per migliorare le condizioni di vita non solo dei ricchi, ma di tutti, porterà inevitabilmente proprio alla distruzione delle basi materiali naturali che rendono possibile tale “progresso”. Inquinamento, impoverimento delle risorse minerarie, perdita di fertilità del suolo: una corsa fra conoscenza e catastrofe, per parafrasare H.G. Wells, che nel 1920 scrisse An Outline of history."
Come evidenziò Lynn White Jr. e come ha rilevato anche lei, alla radice della crisi ecologica esistono due posizioni culturali che derivano da una diversa lettura del mito della genesi all’interno della religione giudaico-cristiana. Il fatto che nella narrazione biblica l’essere umano sia l’unica creatura plasmata da Dio a sua immagine e somiglianza ha legittimato una visione della specie umana come dominatrice indiscussa della natura, ridotta a mero strumento per il soddisfacimento dei bisogni umani. D’altronde, essendo l’uomo una imago dei e la stessa biosfera una manifestazione divina, Dio resta il “legittimo proprietario” della natura, mentre all’essere umano spetta il compito di custodire il creato, avendo al contempo la possibilità di godere dei suoi frutti. A suo avviso, oggi quale di queste due concezioni prevale nella cultura occidentale?
"Nel pieno dell’attenzione ecologica, fra gli anni Cinquanta e la metà degli anni Settanta, c’è stato un vivace dibattito sulle origini della crisi ecologica. Un capitolo per lo più dimenticato benché allora sia stato esplorato a fondo il concetto di “natura” e del suo “valore” nelle varie culture e nelle varie epoche. 
Alcuni si rivolsero alle culture orientali della Cina e dell’India, cercando in esse filosofie rispettose della natura e di tutti gli esseri viventi vegetali e animali. Tuttavia, erano evidenti le contraddizioni fra il “rispetto” della natura e il diritto degli esseri umani a condizioni di vita dignitose. Lo storico Lynn White scrisse un saggio ricordando che le culture “primitive” riconoscevano alle fonti, ai boschi, ai raccolti un carattere divino verso cui nutrire reverenza. Una svolta culturale si ebbe con la diffusione della cultura giudaico-cristiana, secondo la cui visione l’“uomo” è stato posto da Dio al di sopra delle altre forme del Creato, quasi a legittimarne il diritto/dovere di sfruttare le altre forme di vita. Sembrava suggerirlo il primo capitolo del libro della Genesi, secondo cui all’“uomo” viene affidata la missione di crescere e moltiplicarsi e sottomettere (subiicere, nel testo latino) gli altri esseri viventi. Sulla base di questa “lettura” la cultura occidentale cristiana si adoperò per sradicare gli antichi culti pagani, considerando come un suo compito lo sfruttamento della terra, delle acque, dei minerali e delle altre specie viventi. La cosa fu ben gradita al capitalismo dal Settecento in avanti. A dire la verità, però, esiste anche un secondo racconto della creazione nel capitolo II della Genesi, la cui redazione è più antica rispetto a Genesi:1 I. In Genesi:2 si narra che Dio pose l’uomo nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Questa versione avrebbe potuto essere letta come un invito a considerare i beni della creazione come qualcosa di cui aver cura per le generazioni future. Ma nei documenti vaticani e nella stessa liturgia cattolica è stato generalmente citato il primo capitolo del Genesi. Dagli anni novanta e soprattutto con Papa Francesco, l’accento è stato posto sul dovere “ecologico” di custodire e salvaguardare le risorse del Creato."
Aumento della popolazione, crescita dei consumi, distribuzione iniqua delle risorse: tra queste, secondo lei, qual è la causa principale dell’attuale crisi planetaria?
"Secondo me ci sono due aspetti della corsa verso la crisi planetaria. Il primo riguarda il rapporto fra aumento della popolazione e crescita dei consumi: il primo capitolo di qualsiasi libro di ecologia spiega che una popolazione animale – e tale è anche quella dell’Homo sapiens – vive e si riproduce ricavando i propri beni dal mondo circostante, poco conta che si tratti di cibo o, nel caso degli umani, di oggetti complessi fabbricati attraverso la tecnica. Il mondo circostante su cui possiamo contare noi umani è rappresentato dal pianeta Terra: vasto, ricchissimo, ma non infinito. A mano a mano che una popolazione aumenta, diminuisce la disponibilità residua di beni materiali da usare o trasformare – acqua, terreno fertile, minerali, spazio – per cui, di conseguenza, una popolazione rallenta la propria crescita. Allo stesso tempo, aumenta la massa delle scorie, prodotte dal metabolismo della popolazione, che avvelenano l’ambiente e ostacolano ulteriormente, anzi portano al declino, tale crescita. Negli anni Trenta del Novecento questi fatti sperimentali della vita furono descritti dall’italiano Vito Volterra e dal russo-francese Kostitzin in un modello matematico, che fu rielaborato nelle famose “curve” del libro I limiti alla crescita del Club di Roma del 1972. Nel caso della popolazione umana la quantità di “cibo” che viene tratta dal pianeta aumenta per fattori non solo biologici, ma culturali. Gli animali umani hanno bisogno non soltanto di cibo e acqua, ma di minerali, fonti di energia, pietre, ecc. per accedere al progresso e a migliori condizioni di vita. Insieme all’aumento della popolazione, quindi, si ha continuamente un aumento della quantità fisica – in termini di chili e tonnellate – di materiali desiderati ed usati. E, di conseguenza, delle scorie che invadono lo spazio e intossicano l’aria, le acque, il suolo e le città. L’economia usa la parola “consumi”, ma in verità noi non consumiamo niente: ogni bene materiale che entra in circolazione si trasforma in scorie e rifiuti, “mali materiali” che in parte sono riciclati dai cicli naturali, ma in gran parte intossicano l’ambiente rendendolo meno abitabile, ma soprattutto peggiorano la quantità e la qualità delle fonti – aria, acqua, suolo – da cui estrarre i “beni materiali”.
Il secondo aspetto è l’iniqua distribuzione dei beni, sia al livello di materie prime disponibili, sia al livello dei “consumi”. Le materie prime, alimentari, minerarie, le stesse risorse idriche, sono disponibili in misura molto diversa a seconda dei diversi territori. Alcuni paesi sono ricchi di risorse naturali la cui “proprietà”, però è nelle mani di pochi possidenti locali e delle potenti multinazionali dei paesi industriali. Da qui l’incontro fra i movimenti locali per i diritti civili, per la difesa del carattere di “bene comune” delle terre e delle acque e le lotte ambientaliste."
Il movimento della decrescita può fornire qualche soluzione?
"Nel 1970 Ehrlich, uno dei fautori della limitazione della crescita della popolazione come soluzione ai problemi ecologici, suggerì il concetto di degrowth, “decrescita”. In quel periodo era in corso un vivace dibattito tra Ehrlich e Commoner sulle cause della crisi ecologica. I fattori individuati erano l’aumento della popolazione, l’aumento dei consumi individuali e – aggiungeva Commoner – la qualità dei prodotti “consumati”, regolata dalle regole del massimo profitto per i fabbricanti. Poco dopo, vari scritti dell’economista romeno-americano Georgescu-Roegen spiegavano che non sarebbe stato sufficiente porre semplicemente limiti alla crescita, perché qualsiasi attività umana avrebbe sempre portato ad un impoverimento della quantità e della qualità delle risorse naturali, con un aumento sia dell’entropia dell’energia sia del degrado “entropico” della materia in gioco. Questi scritti furono tradotti col termine “Decroissance”, che divenne la bandiera di un movimento molto vivace anche in Italia. Le radici culturali della decrescita e del decrescitismo stanno nella stesse leggi della biologia che abbiamo ricordato poco prima: la crescita, il rallentamento della crescita e il declino delle popolazioni sono causate dall’intossicazione dell’ambiente, invaso dalle scorie degli stessi organismi viventi. Come se non bastasse, un rallentamento della crescita e un’eventuale, avveniristica stabilizzazione o diminuzione della popolazione umana comporterebbe un invecchiamento dei sopravvissuti e accelererebbe la diminuzione della popolazione. Un fenomeno certamente salutato con entusiasmo dai decrescitisti, ma che potrebbe provocare ulteriori squilibri: in alcune società “vecchie” scarseggia la forza lavoro che può essere fornita soltanto dall’apporto delle società “giovani”, oggi rappresentate dai paesi poveri. Inoltre, le azioni che, nel nome dell’ecologia, si propongono di diminuire la popolazione umana per rallentare la violenza ambientale che essa provoca, innescano dei conflitti sociali che portano ad un aumento della violenza generale, provocando lo scenario contrario rispetto a quello auspicabile di una società in equilibrio con la natura.
Questi processi sono lenti, e una popolazione non riesce a capire in quale stadio di crescita o declino si trova. La popolazione mondiale umana è destinata a declinare, forse a scomparire come specie Homo sapiens. Quante altre specie viventi sono scomparse nei cinque miliardi di anni di vita del pianeta? Tutti i buoni consigli ecologici hanno il fine di allontanare tale evento finale, di rendere meno dolorosa la vita umana, ma non spostano i termini del problema."
Il concetto di “sviluppo sostenibile” presenta due diverse accezioni. Nella prima, accolta in Italia, il termine sostenibilità ha a che vedere con il mero “sostenere”; nella seconda, di derivazione anglosassone, la parola sustainable esprime anche il concetto di “durata”. Lei cosa pensa di questo concetto? Crede che possa essere ancora utile ai fini delle battaglie ecologiche o si presta eccessivamente a manipolazioni retoriche?
"Il primo uso del termine “sviluppo sostenibile” si può far risalire al 1962, ad una conferenza tenuta dal prof. D. Pirages in California. Durante l’incontro Pirages arguì che la crescita economica non avrebbe potuto durare a lungo senza innescare una crisi ecologica, cioè, come abbiamo detto più volte, un impoverimento delle riserve di risorse naturali e un aumento dell’inquinamento e dell’intossicazione dell’ambiente. A poco a poco il termine si diffuse in tutte le lingue, piacendo a tutti: sia agli ambientalisti, che pensavano ad un rallentamento della crescita merceologica a causa della crisi ecologica, sia alla parte meno sprovveduta degli stessi inquinatori, che lo interpretarono come un lasciapassare per continuare, sia pure in una qualche forma più regolata, a produrre incessantemente merci e beni di consumo – che poi, è l’unica cosa che interessa agli inquinatori. Il termine fu, per così dire, istituzionalizzato con il celebre libro pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo presieduta dalla norvegese Gro Harlem Brundtland. Secondo la commissione, lo sviluppo sostenibile è definito come: «Development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs» (Uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni). Tuttavia, in un mondo di risorse limitate non è fisicamente possibile usare le risorse della Terra per soddisfare le necessità di una generazione senza lasciare a quella successiva un patrimonio di risorse inferiore, da cui sarà più difficile estrarre - soltanto con maggiore fatica e costi superiori - quanto occorre per le necessità vitali. Una frase popolare inglese dice che non si può mangiare una torta e averne ancora una fetta: «To eat a pie and have it». Per qualche tempo c’è stato un dibattito intorno all’insostenibilità di uno sviluppo sostenibile, ma si è attenuato con l’avanzare della crisi finanziaria planetaria, la cui unica soluzione, secondo governanti e organismi internazionali, è proprio la “crescita”, l’incremento della produzione e dei consumi. In ogni caso, citare ad ogni piè sospinto la sostenibilità può essere consolatorio e efficace dal punto di vista propagandistico, ma è un inganno, volontario o involontario, per chi ascolta."
Esistono già da tempo tentativi di considerare la questione ecologica come conseguenza del modo di produzione capitalistico. Anche lei sembra muoversi in questo orizzonte di pensiero. Può spiegarci le ragioni di tale posizione?
"Quando migliaia di anni fa gli esseri umani hanno smesso di girovagare per procurarsi il cibo raccogliendo tuberi e frutti e dando la caccia agli animali selvatici, e hanno formato insediamenti di coltivatori e allevatori si è creata quella stratificazione, già ricordata, “di classe” fra chi – perché più forte o più bravo o più prepotente – possedeva un “capitale” di terra e animali da cui trarre beni per sé e da vendere agli altri, e chi possedeva soltanto lavoro da vendere in cambio di cibo. Ai poveri restava la speranza, un giorno di riuscire a salire, con abilità, furbizia e violenza, un gradino della scala sociale, così da avere accesso a quei beni che un simile avanzamento assicurava. Oggi, come mai prima d’ora, stiamo assistendo al trionfo delle leggi del mercato capitalistico. A dire il vero, tali leggi non offrono affatto una soluzione ai bisogni dell’umanità, bisogni non solo di beni materiali ma anche di giustizia, di dignità, di solidarietà. Esse anzi esasperano ed eleggono a virtù la competizione fra uomini e popoli. Esse impongono che si produca più denaro e ciò può avvenire soltanto attraverso un più intenso sfruttamento delle risorse naturali – energia, acqua, terra coltivabile, cibo, la stessa aria – che sono scarse e limitate, e un più intenso sfruttamento degli esseri umani, specialmente delle masse che abitano i paesi poveri e dei poveri che vivono nei paesi ricchi. I paesi industrializzati possono sostenere il loro elevato ritmo di produzione e di consumo di merci e di ricchezza monetaria, peraltro accessibili solo ad alcune élites, soltanto portando via a basso prezzo minerali, fonti di energia, risorse forestali e alimentari, addirittura mano d'opera ai paesi poveri. Si allarga, così, il divario fra ricchi e poveri e aumenta l'ingiustizia, fonte potenziale di nuova violenza. 
Nello stesso tempo il modo di produzione capitalistico distrugge le stesse basi materiali della sua crescita economica: più merci si traducono in un maggiore inquinamento dell’acqua e dell’aria, in un più rapido esaurimento delle riserve di materie prime che non saranno più disponibili né alla nostra né alle generazioni future, in più profonde alterazioni degli stessi equilibri naturali del pianeta. Si pensi alle modificazioni della composizione dell’atmosfera, dovute ad un consumo “eccessivo” di combustibili o all’impiego di sostanze dannose, ed ai conseguenti cambiamenti climatici. Per sua natura, la gestione capitalistica delle risorse attraverso la tecnologia ci fa uscire da una trappola soltanto per farci cadere in un’altra: un filtro trasferisce l’inquinamento dall’aria al suolo, gli inceneritori trasferiscono l’inquinamento dal suolo all’aria, la congestione delle metropoli viene trasferita nelle città periferiche, si alleggerisce l’inquinamento di oggi esternalizzando le nocività alle generazioni future. Si conoscono molti rimedi tecnico-scientifici per molti aspetti delle alterazioni ambientali. Si sa che il degrado della Terra può essere rallentato se si diminuisce il consumo di energia e se si impiegano fonti meno inquinanti per produrla, se si pone fine alla distruzione delle foreste, se si vieta l’impiego di sostanze tossiche o dannose per la salute degli individui e del pianeta. Ma ogni cambiamento viene ostacolato e impedito perché comporterebbe meno profitti per le imprese, spingerebbe i consumatori ad acquistare meno e rallenterebbe la circolazione del denaro: tutto ciò è in contrasto con i principi della società capitalistica. 
Gli obiettivi dell’economia finanziaria e quelli dell’economia sociale non possono coincidere: la proprietà collettiva delle fonti di energia, dalle regioni montagnose dove nascono i fiumi, fino ai più remoti giacimenti di petrolio, è (sarebbe) la sola garanzia per un uso e una conservazione efficace di queste risorse. La soluzione alla povertà, al sottosviluppo, all’ingiustizia, ma anche alla scarsità delle risorse del pianeta Terra può (potrebbe) essere cercata in una genuina rifondazione dei rapporti sociali, individuali e internazionali e in una pianificazione dell’uso delle risorse scarse, dei processi produttivi, della quantità e della qualità e della distribuzione delle merci, rifacendosi all’insegnamento del marxismo e alla breve esperienza del primo comunismo sovietico. Rispetto a questa tesi vorrei citare le parole del grande pensatore americano Lewis Mumford, che nel 1933 concludeva il suo Tecnica e cultura auspicando l’avvento di un “comunismo di base” che consentisse di soddisfare i fabbisogni fondamentali umani attraverso la pianificazione della produzione e dei consumi: «La sola alternativa a questo comunismo è l’accettazione del caos, le periodiche chiusure degli stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente chiamate “valorizzazioni” dei beni di alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l’imperialismo, la conquista dei mercati stranieri. Se vogliamo conservare i benefici della macchina non possiamo permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia l’inevitabilità di un comunismo di base. Questa prospettiva appare ingrata all’operatore economico di stampo classico, ma sul piano umano non può non rappresentare un enorme progresso»."
Il problema del “limite esterno della natura” al processo di crescita e di accumulazione della ricchezza, messo in evidenza dalle prime contestazioni ecologiste, sembra essere stato rimosso. Nell’attuale sistema finanz-capitalista non è necessario produrre beni tangibili per generare ricchezza. Secondo lei quest’economia finanziaria è innocua sul fronte ecologico? E quanto c’è da fidarsi della green economy?
"Quello che lei definisce “sistema finanz-capitalista” è tutto fuorché stupido. Anzi, è svelto come un gatto. Fin dalle prime ore dell’ondata di contestazione ecologica ha capito immediatamente dove andavano a parare i giovani contestatori della crescita, dell’“automobile”, degli inquinamenti. 
E poi, di produrre merci ci sarebbe comunque stato bisogno: chi meglio degli imprenditori sarebbe stato in grado di soddisfare la richiesta di merci con l’agricoltura, gli allevamenti zootecnici, le miniere, le fabbriche e i negozi? Certo, le merci prodotte fino a quel momento avevano richiesto l’impiego di troppo petrolio e immesso nell’aria e nelle acque troppi gas. I rifiuti, poi, erano stati smaltiti erroneamente, ma chi, se non le imprese, sarebbero state capaci di offrire soluzioni? Anzi! Chi più degli imprenditori ha a cuore la difesa della natura e il rispetto dell’ambiente? Ecco nascere così i processi e i prodotti “verdi”, “ecologici”: una nuova occasione per diversificare e anzi aumentare la produzione e i profitti privati, pronti a soddisfare qualsiasi domanda, qualsiasi moda. Le materie plastiche sono sgradevoli, invadenti e durature? Ma le industrie sanno come renderle degradabili, sanno produrre acciaio con meno diossine, carne con meno reflui che si possono depurare, anzi trasformare in preziosi gas, per l’esattezza “biogas” combustibili. La cattiva e improvvida agricoltura tradizionale usa troppi concimi e pesticidi? Le imprese sanno come produrre alimenti “biologici”, “naturali”, più sani e gradevoli: pazienza se costano un po’ di più per assicurare ai filantropici imprenditori capitalisti un modest penny. I rifiuti urbani invadono strade e campagne? Le imprese sanno come costruire inceneritori che, grazie al calore “valorizzano” i rifiuti – da cui l’accattivante nome di “termovalorizzatori” – producendo preziosa elettricità senza usare lo sgradevole petrolio. Perfino le automobili, quei mezzi di trasporto invadenti e inquinanti che avvelenano le strade e le rendono invivibili per il loro numero eccessivo, con una appropriata propaganda possono diventare verdi, elettriche, virtuose. C’è il rischio che petrolio, gas e carbone estratti dal sottosuolo un giorno finiscano? Ma ci sono le energie rinnovabili, legate al vento e al Sole nelle sue varie manifestazioni, e solo gli imprenditori capitalisti sono capaci di costruire pannelli fotovoltaici e pale eoliche per produrre elettricità. E sono sempre gli imprenditori capitalisti a convincere i governi a erogare dei fondi, affinché chi compra da loro queste “macchine” abbia la possibilità di guadagnare qualche soldo, producendo abilmente profitti mediante energia.
Sotto alcuni aspetti, forse, si è attenuato il danno ambientale prodotto dal vecchio” capitalismo, perché le imprese si sono appropriate di quelle soluzioni che la contestazione ecologica aveva auspicato all’interno di un discorso generale che puntava alla socializzazione della natura. Tuttavia, il capitalismo verde è di fatto solo un modo “politicamente” accettabile, anche dagli stessi ambientalisti, di continuare nel glorioso cammino della produzione di soldi mediante lo sfruttamento della natura. Una strada che, di fatto, porterà in ogni caso alla sua distruzione."
Le democrazie occidentali sono state indebolite prima dai potentati economici, poi da quelli finanziari e, infine, dalla tecnocrazia. La politica sembra non avere quasi più la forza di imporsi. Nell’ambito dell’economia globalizzata che ha generato lo stato di cose presente, è possibile riuscire a tenere distinta la ricerca e le sue ricadute sulla vita (umana, animale, ambientale) dal profitto come finalità? Penso, ad esempio, al caso degli organismi geneticamente modificati e ai presunti benefici sociali ed ecologici ad essi collegati: secondo la Sua opinione, la diffusione delle biotecnologie agroalimentari è un risultato dell’indipendenza scientifica? 
"Il potere economico finanziario vive col fine di fare sempre più profitti con qualsiasi mezzo, vendendo qualsiasi cosa venga richiesta o creando la domanda per nuovi beni.La ricerca scientifica si propone di saperne di più sulle leggi della natura, ma i risultati delle scoperte possono essere sia positivi sia negativi. La bomba atomica e l’energia nucleare sono state i risultati di “belle” scoperte scientifiche che hanno allargato la conoscenza della natura, senza prevedere che le tecnologie collegate ad esse, nelle mani del potere militare e industriale, avrebbero spianato intere città e generato montagne di scorie radioattive lasciate in crescente, inarrestabile eredità alle generazioni future. La scienza ha scoperto che alcune sostanze chimiche clorurate uccidevano mosche e zanzare, portatrici della malaria. I fabbricanti hanno guadagnato moltissimi soldi vendendole, la malaria è stata debellata in molte zone della Terra salvando milioni di vite umane. Poi, però, si è scoperto che i pesticidi clorurati come il DDT uccidevano anche molti animali utili e si è capito che il loro uso doveva essere vietato. L’agricoltore capitalista ha il dovere di trarre più guadagni dalla vendita dei suoi raccolti, combattendo contro due nemici: l’impoverimento della fertilità del suolo dovuto alla crescente sottrazione di elementi nutritivi a causa delle coltivazioni, e l’attacco dei parassiti che, nel grande ciclo biologico della natura, vivono nutrendosi di vegetali o di animali, traendo il proprio nutrimento dall’impoverimento di altri esserti viventi. Per gli agricoltori questo significa una perdita di parte dei raccolti e dei guadagni. Dapprima, come abbiamo appena ricordato, sono stati inventati composti chimici in grado di distruggere i parassiti, per poi scoprire che alla lunga queste sostanze erano dannose per l’ambiente e per le altre forme viventi. Nel 1973, i biochimici americani Herbet Boyer e Stanley Cohen osservarono che, attraverso le manipolazioni chimiche, era possibile trasferire una parte dei geni, le macromolecole che “governano” la produzione di proteine e quindi i caratteri della vita, da un organismo ad un altro. Trovato il meccanismo, diventava possibile fabbricare molecole utili e rare, presenti in natura solo in alcuni esseri viventi. Si poteva “insegnare”, se così si può dire, a produrre quelle stesse molecole ad altri esseri viventi che nascevano privi di esse. Per lo più, si trattava di microrganismi che si riproducono molto rapidamente e che, in breve tempo, sono capaci di “fabbricare” grandi quantità delle molecole desiderate. La produzione di OGM con la bioingegneria ha dato subito vita a nuove fiorenti industrie. Mentre i laboratori scientifici chiarivano i principali aspetti della genetica molecolare, molte industrie si sono impegnate a cercare delle applicazioni commerciali utili soprattutto nel campo agricolo: per esempio a produrre sementi di piante OGM in modo da renderle resistenti all’attacco dei parassiti o capaci di resistere al vento e alla siccità. Il trionfo commerciale è stato enorme. Già nel 1983 alcune industrie erano in grado di vendere sementi modificate geneticamente, salutate con entusiasmo dagli agricoltori che vedevano così possibile aumentare le rese e quindi i profitti per ettaro coltivato. 
Il successo finanziario delle industrie aumentò quando nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti affermò che gli organismi OGM potevano essere protetti da brevetto. Quindi, chi voleva coltivare piante OGM doveva passare attraverso il monopolio di poche grandi multinazionali. Un grave peso per i piccoli agricoltori e per i contadini dei paesi poveri. Ironia della sorte, perché all’origine le sementi OGM erano state annunciate proprio come gli strumenti in grado di sconfiggere la fame nel mondo. Contro gli OGM cominciò immediatamente una vivace protesta. In primo luogo veniva contestato il fatto che le grandi industrie capitalistiche, protette dai brevetti, potessero diventare “padrone” di alcune forme di vita, considerate per eccellenza un bene di tutti. Un altro aspetto della contestazione riguardava i possibili effetti igienici e sanitari di un’alimentazione a base di cibo contenente parti di piante OGM. Sorse, così, una vasta discussione sul divieto di coltivare piante OGM, sul pericolo che i derivati delle piante OGM (sementi, farine, grassi) fossero o potessero essere importati senza dichiarazioni specifiche, sull’obbligo di indicare in etichetta se un alimento contenesse componenti derivati da piante OGM, su quale fosse la quantità massima in cui tali componenti possono essere presenti nei cibi dichiarati “non OGM”. Questi argomenti vedono tutt’oggi divisi non solo i vari paesi del mondo e della stessa Europa, ma gli scienziati stessi.
Insomma, c’è grande confusione ed è difficile riconoscere chi si preoccupa del vero, grande problema della scarsità di alimenti per i poveri, chi difende i prodotti di qualità contro la concorrenza di quelli OGM meno costosi, da chi si arricchisce grazie alle multinazionali dell’ingegneria genetica. È questo il nuovo volto della violenza capitalistica."
Il movimento ecologista nel nuovo Parlamento europeo si consolida con una consistente rappresentanza, mentre in Italia il partito verde rappresenta una promessa mancata. Ritiene che quanto affermava Alexander Langer riguardo alla possibilità di rigenerare la sinistra attraverso il connubio tra istanze ambientaliste (rispetto della natura e delle generazioni future) e giustizia sociale riequilibratrice delle differenze di classe abbia ancora valore?
"Ho assistito per circa mezzo secolo alla vita del movimento ecologista, dalla gioiosa e vivace contestazione degli anni Sessanta, i suoi progetti, le sue speranze e la sua volontà di cambiamento, fino alla progressiva nascita di associazioni “verdi” sempre più simili a partiti, con presidenze, segreterie, funzionari e fame di soldi necessari per le iniziative – le cosiddette sponsorizzazioni, ambitissime dalle associazioni e perciò ottenibili solo a prezzo di un’aspra concorrenza, nonché di un’inevitabile commistione col potere.
Un disegno che apparve negli Stati Uniti nel 1970 mostrava il personaggio dei fumetti Pogo, un opossum umanizzato, che raccoglieva disperato delle cartacce dopo una manifestazione ecologista brontolando: «Ho scoperto il nemico e siamo noi». Siamo noi consumatori, anche “verdi”, i nemici dell’ambiente e sono i diversi gruppi verdi in concorrenza fra loro su chi è più ecologista, più verde dell’altro, su chi può diventare interlocutore della politica, su chi può essere eletto nei comuni, nel Parlamento nazionale, in quello europeo. Un bel capitolo di storia politica potrebbe essere dedicato alla dinamica della crescita, della concorrenza e del declino di partiti e associazioni “verdi”, oppure alle vivaci, ma di breve durata, esplosioni di gruppi locali che protestano contro qualcosa – una fabbrica inquinante, un allevamento di animali, una discarica di rifiuti, un inceneritore, un progetto di centrale nucleare, un brutto edificio, eccetera – ma che poi finiscono per dissolversi talvolta dopo una vittoria, più spesso dopo una sconfitta, infine per stanchezza. Gli inquinatori e gli speculatori li lasciano strillare e continuano a vivere felici, perché sanno che, con un po’ di pazienza, alla fine vinceranno sempre la violenza e il denaro. Aveva ragione Langer nel dire che la sinistra avrebbe potuto essere rigenerata dall’incontro fra giustizia sociale e rispetto dell’ambiente, ma credo che alla fine si sia suicidata anche davanti al fallimento del suo generoso sogno. Una fonte di speranza va cercata in quei nuovi movimenti che stanno nascendo intorno alle lotte per rivendicare il diritto di usare i “beni comuni”, quei beni la cui salvaguardia deve essere liberata dai rischi dell’appropriazione privata. Altri ancora sorgono nei paesi emergenti, dall’America Latina, all’Asia, alla stessa Africa, contro la prepotenza delle multinazionali che si appropriano, con fare neocoloniale e imperialista, delle risorse forestali, agricole, minerarie, delle stesse acqua e terra. Un movimento ambientalista europeo potrebbe utilmente guardare a questi movimenti internazionali, conoscerne voci e istanze, e riorganizzarsi davanti ai pericoli emergenti di una violenta crisi planetaria climatica e di nuove guerre per l’accaparramento delle materie prime. Personalmente, ormai alla fine della mia vita terrena, ho ancora speranza, voglia di combattere e di trasferire questo desiderio di lotta ai futuri abitanti di questo pianeta. 

Fonte: Effimera.org 

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