di Patrick Cockburn
Iniziai a lavorare come giornalista al culmine del conflitto in Irlanda del Nord, tra il 1972 e il 1975, e poi mi spostai in Libano dove la guerra civile durata 15 anni stava appena cominciando. Considerai entrambi i paesi come tristi vittime interessanti, ma sanguinose e atipiche delle loro storie di divisioni che non combaciavano e con il mondo moderno. Sfortunatamente nei successivi 40 anni, risultò che la guerra libanese era una anticipazione delle violente divisioni tra sette religiose ed etnie che avrebbero fatto a pezzi il Medio Oriente. Gli stati nazione governati da despoti divennero più politicamente fragili ogni anno e le potenze straniere esacerbarono le guerre civili con interventi militari e appoggiando i loro “delegati” locali. L’Islam radicale fiorì in condizioni di caos, sostituendo il nazionalismo e il socialismo come veicolo ideologico per l’opposizione allo status quo.
Proprio il modo in cui la Gran Bretagna è caduta in questo pantano senza avere molta idea dei rischi che stava correndo, dovrebbe essere ampiamente chiarito dal Rapporto Chilcot* quando verrà pubblicato mercoledì prossimo, ma i rischi che comportava erano ovvii dall’inizio.
Le analogie tra la separazione del Libano in fazioni belligeranti, cui ho assistito quando vi arrivai la prima volta, e l’attuale disintegrazione del Medio Oriente sono evidenti e innegabili. Attualmente ci sono almeno sette guerre e tre gravi insurrezioni che infuriano nei paesi tra il Pakistan e la Nigeria, senza alcun segnale che questi conflitti abbiano fine.
Nel corso degli anni, ho scritto periodicamente avvertimenti pieni di dolore sul modo in cui la disintegrazione del Libano e dell’Iraq, disastri che allora mi sembravano così fuori dal normale, si stavano estendendo ai paesi vicini e stavano diventando la nuova norma.
Al contrario, l’Irlanda del Nord raramente ha fornito parallelismi utili con gli sviluppi nel resto della Gran Bretagna o con l’Europa Occidentale; la sua violenza e le divisioni tra le sette, la facevano sentire più come un pezzo di Balcani che casualmente si era piantato sulle sponde dell’Atlantico.
Soltanto negli scorsi due anni ho cominciato a notare delle analogie nel tono e nella sostanza tra l’Irlanda del Nord come l’avevo conosciuta negli anni ’70, e le politiche britanniche attuali. Il referendum del 2014 sull’indipendenza della Scozia, e il trionfo elettorale del Partito Nazionalista Scozzese nell’anno successivo, hanno messo in dubbio la legittimità e l’integrità dello stato britannico sul continente, provocano lo stesso effetto destabilizzante che ha sempre avuto in Irlanda del Nord. Ugualmente
inquietante è stato il modo in cui l’immigrazione si è spostata al centro della scena politica durante la campagna per la Brexit.
Si è sempre saputo che c’erano profondi pozzi di xenofobia in Inghilterra, ma quello che era diverso nei mesi scorsi e che ricordava l’Irlanda del Nord era il modo in cui i politici tradizionali tolleravano o promuovevano un messaggio razzista come loro principale strumento per mobilitare gli elettori. Una volta i politici britannici si appellavano al sentimento protestante dell’Irlanda del Nord, con conseguenze tossiche per la sua gente; ora si giocano “la carta dell’immigrato” in patria, con un potenziale ugualmente esplosivo.
Sono stato sempre sospettoso riguardo a quello che ero solito deridere come “il dipartimento delle “analogie poco profonde” tra situazioni simili in superficie, ma in realtà molto diverse, in paesi differenti. Mi ricordo quanto di solito mi infastidiva, quando ero corrispondente a Mosca negli anni’80, il fatto che i visitatori mi assicuravano che l’Unione Sovietica era proprio come il Sudafrica, o come qualche altro paese con il quale avevano familiarità.
Però i parallelismi tra Inghilterra e Irlanda – non è più possibile parlare di Gran Bretagna a scopo di analisi – sono utili perché hanno in comune elementi sufficienti a illuminare approcci e risultati divergenti.
E’ un momento difficile per guardare in modo avveduto al voto sulla Brexit perché la maggior parte dei commentatori politici, dei media e accademici volevano che la Gran Bretagna rimanesse nell’UE e godesse di una triste soddisfazione nell’interpretare ogni sviluppo fin dal voto, come un nuovo segnale di calamità. Molti si deliziano delle esagerazioni, come l’osservazione spesso citata del primo ministro olandese che “l’Inghilterra è crollata in campo politico, monetario, costituzionale ed economico.” Questo è chiaramente assurdo, ma ha dato un’emozione a coloro che sono aperti a tutti i segnali che mostrano che tutte le loro previsioni di disastri, nel caso di un voto anti UE, verranno soddisfatte.
C’è una vera crisi, ma, diversamente dagli irlandesi del nord e dai libanesi, gli inglesi non sono abituati a vivere con l’instabilità e hanno difficoltà a valutare la gravità dei rischi che affrontano.
Un’ulteriore fonte di perplessità è che il terreno politico è veramente cambiato. Gli analisti della politica britannica non sono abituati a valutare l’importanza di un nazionalismo inglese responsabilizzato e da poco visibile – sempre potente ma senza alcuna ragione di mostrare la sua forza in passato perché aveva sempre il controllo di uno stato britannico affermato. Questa eccessiva sicurezza ha portato i Conservatori, i Laburisti e altri partiti politici a sottovalutare la forza del nazionalismo scozzese nello scorso decennio.
Quando si tratta di immigrazione, c’è una differenza interessante tra la riposta dell’Irlanda e quella dell’Inghilterra. Soltanto uno su 9 dei 4,6 milioni di abitanti della Gran Bretagna sono nati all’estero, ma non c’è stata la stessa reazione ostile contro gli immigrati come in Inghilterra. Può darsi che sia perché in Irlanda il Sinn Fein che, qualsiasi altra cosa sia, non è un partito razzista, parla a favore del nazionalismo irlandese e di gran parte dei poveri delle città, una situazione in netto contrasto in confronto con la Gran Bretagna dove il Partito Laburista è stato sempre accorto rispetto al nazionalismo, considerandolo una falsa deviazione rispetto alle richieste sociali ed economiche.
Però è proprio quando le richieste economiche, sociali e nazionaliste si uniscono, come sembra che stia accadendo in Inghilterra e in Scozia, che diventano una forza potente, come è successo in Irlanda nel 19° secolo quando la fame di terra dei fittavoli si unì alla spinta per un auto-governo irlandese.
L’implosione dl centro-sinistra, non soltanto in Gran Bretagna, ma in paesi come la Germania e l’Austria, è una caratteristica dell’attuale panorama politico. Abbandonando l’intervento statale su vasta scala, i social-democratici hanno smesso di essere un’alternativa convincente allo status quo, fin dagli anni ’80 e non sono stati in grado di trarre vantaggio dal crollo finanziario nel 2008.
Anche quando il centro-sinistra prosperava, è stato sempre a disagio nel far fronte al nazionalismo come forma di identità comune. Di solito i Conservatori sono stati bravi ad appellarsi al nazionalismo inglese, ma sembra che abbiano perduto questa abilità poiché la globalizzazione riduce la solidarietà nazionale a favore degli interessi dell’élite transnazionale di governo, aprendo quindi un vuoto politico che soltanto l’estrema destra è preparata ideologicamente a riempire.
Ci sono dei parallelismi con il Medio Oriente quando iniziò a disintegrarsi circa 15 anni fa: emerse che soltanto le identità settarie etniche attiravano lealtà sufficiente a difendere o a far progredire gli interessi della comunità. E’ stato vero nel caso di Hezbollah in Libano, che divenne la Guardia Pretoriana della comunità sciita e in seguito dell’Isis e del Fronte al-Nusra che aveva lo stesso rapporto con gli arabi Sunniti in Iraq e in Siria.
I moderati dell’opposizione laica che fiorirono brevemente nel 2011, hanno formulato le loro lagnanze in termini di diritti umani, abbandonando il nazionalismo territoriale che generalmente consideravano una giustificazione egoistica per i regimi autoritari corrotti. Avendo ridotto di importanza la lealtà verso lo stato nazionale, hanno aperto la porta ai movimenti etnici e religiosi come uniche alternative ai vecchi regimi screditati.
Ci sono caratteristiche comuni tra il fallimento della Gran Bretagna in Iraq tra il 2003 e il 2009, che il Rapporto Chilcot cercherà di descrivere e spiegare, e la crisi che ruota attorno all’uscita britannica dall’UE. Sarà interessante vedere quale sarà l’opinione di Sir John Chilcot su tutto questo, perché la guerra in Iraq è stato l’ultimo grande test dell’establishment politico britannico e dello stato prima del voto sulla Brexit e che è palesemente fallito.
Nel caso dell’Iraq c’è stata una prolungata riluttanza a riconoscere che erano stati fatti degli errori – ne sono testimonianza i sette anni che ci sono voluti per la pubblicazione del rapporto Chilcot – o a trarne delle lezioni. Questo non ci può riempire di fiducia circa la capacità della Gran Bretagna vedersela con le conseguenze della Brexit e di superarle.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Fonte: The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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