La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 1 ottobre 2015

Per restare umani...

di Carlo Manzo
Sono giorni drammatici questi, ma forse sarebbe meglio dire anni o decenni. Milioni di persone fuggono dalle devastazioni che in maniera scientifica elaboriamo da secoli nei tanti sud del mondo per approfittare delle loro ricchezze. Insieme ad essi i lavoratori del lato fortunato del pianeta sono scossi o da condizioni lavorative sfiancanti, precarie, mal retribuite e con sempre minori diritti o dall’assenza di un lavoro e con esso di un futuro. In tutto questo anche la piccola e media borghesia e’ travolta nei suoi risparmi ed investimenti dal turbine del capitalismo intento a ripensarsi. Ovunque una scia d’incertezza, d’impotenza e disperazione solca il vivere quotidiano, sempre più perplesso davanti al dipanarsi del nuovo mondo. Insomma, un’era di profonde mutazioni scuote individui e società sotto la pressa degli interessi dei mercati. La loro necessità di espandersi, per bilanciare l’inflazione (devastata dall’azione speculativa del profitto), travolge con guerre, devastazioni e speculazioni ogni continente e con diverse sfumature di terrore tutte le classi.
Ma comunque tutto questo mutare violento e forzato è il solito tran-tran di sangue legato al cambio dei mezzi di produzione. I mercati, come dicevamo, una volta prosciugato un luogo con la loro logica insana e arbitraria di profitto a tutti i costi (che sarebbe il nostro vivere in perenne crisi) non hanno altra alternativa se non quella di estendersi e riproporre la stessa dinamica di speculazione distruttiva su nuovi territori da cambiare a propria immagine e somiglianza. Tutto ciò, ovviamente, con lo scopo di riattivare la macchina del profitto, andando così a determinare tutta una nuova serie di contraddizioni, allo stesso tempo distruttive e costruttive. Semplicemente il mercato nei sud del mondo sostituisce se stesso ai vecchi regimi autoritari o religiosi, in ogni caso assolutisti, mediando tutto con il denaro. In questo modo distrugge un vecchio sistema basato su valori di appartenenza a culture, nazioni o religioni e ne costruisce uno basato dalla sola mediazione monetaria.
Il dato è chiaro, cambiando i mezzi di produzione sono cambiati in maniera irreversibile anche i contesti dei processi e i loro conseguenti rapporti di forza (e per la spinta evolutiva del rilancio degli stessi mezzi a livello scientifico, anche le unità di misura esistenziali, ma questo è un altro discorso).
Il capitalismo, ha riorganizzato la filiera produttiva e lo ha fatto su scala globale. Il processo, però, nonostante le rapide evoluzioni della storia turbo-capitalista, è ancora agli albori. E noi osserviamo, lungo l’intero globo però, quello che tra fine 800 e inizi 900 è successo alle nazioni occidentali e alle sue società: la distruzione del vecchio sistema aristocratico feudale immobile e assolutista a favore delle democrazie di mercato. Ed allora come oggi, ci furono grandi esodi immense migrazioni verso le terre ricche o industriali delle nazioni stesse. E in tutto questo marasma di corpi in cerca di speranza, libertà e fortuna, s’intravedevano i primi aerei, i primi elettrodomestici o la fotografia, il cinema e le prime battaglie sociali e per i diritti. Esattamente come in questi giorni l’Isis si alterna alle primavere arabe e non o le nanotecnologie alle stampanti 3D, il tutto, oggi come ieri senza ancora una definitiva strutturazione finale del processo industriale e sociale. Stanno cambiando mezzi di produzione, rapporti di forza e unità di misura, ma quale sarà la loro configurazione finale non ci è ancora dato saperlo.
Questo passaggio non è indolore o immediato, ma èin atto e per quanto si muova spinto da egoismo e sopraffazione, per l’appunto porta con sé, come èstato per l’occidente, il seme dell’alternativa, la possibilità di un altro mondo possibile. Come mi ha insegnato un vecchio con la barba, la società è come una “vecchia gravida”, ha un corpo anziano che, però, dentro di sé ha una cosa nuova. Insomma, dietro la macabra mole di dolori e tragedie, èpossibile sempre intravedere una via d’uscita di concreta speranza. In questo caso, il capitalismo per risolvere le contraddizioni da lui stesso inscenate nell’elaborare profitto cieco, come già dicevamo, ha bisogno di conquistare nuovi territori, ma facendolo, distrugge i vecchi sistemi di potere creando sempre più un contesto sociale unico di mercato a livello mondiale, senza più nessuna distinzione culturale, se non quella monetaria. Aprendo, così, la possibilità nella storia di un’umanità unita nella grande nazione mondo.
I processi, non sono univoci e i capitalisti per quanto attori e manovratori principi del Capitale, ne sono allo stesso tempo loro stessi vittime e dipendenti delle sue regole di creazione della ricchezza. Arrivato a questo punto credo che un approfondimento sulla questione sia necessario. Il Capitale è ricchezza in movimento che crea relazioni sociali, quindi per aumentare i profitti i capitalisti devono investire il capitale nella società ma, facendolo, inscenano processi sociali complessi, contraddittori e strutturati su più livelli. Il bilanciamento di tutto ciò è l’inflazione, che sarebbe l’equilibrio tra consumi e flusso monetario. Ma allo stesso tempo questa è la piattaforma di riferimento su cui attuare la speculazione del profitto. Nel senso che ogni compagnia, lobby, ente privato ha investito per assorbire il flusso monetario conseguente i consumi. Il punto però è che se io assorbo il flusso monetario come posso permettere che continuino i consumi? Da qui le continue crisi e la necessità da parte del capitalismo di estendersi e riproporre la stessa dinamica, lungo però un processo di ripensamento della produzione e dei territori intento ad aumentarne la produttività. Perché, l’unico modo per una persona avida di ingigantire la sua ricchezza non è il risparmio, ma bensì, l’investimento nella società della stessa. Ma tale ricchezza diventando sempre piùgrande necessita di essere governata, organizzata, gestita, e l’unico è formare nuove masse di lavoratori e di dirigenti, masse di uomini che prima erano abbandonate nei campi e nella miseria dei latifondi. 
Quindi con il suo frenetico e avido mutare il capitalismo instaura sempre nuovi rapporti di forza e sulla loro analisi ed elaborazioni dovrebbe sempre basarsi una qualsivoglia politica. Quindi in un’epoca così complessa e strutturata su queste direttive globali di vorace estensione, come possiamo contrastare tutto ciò se i nostri strumenti di lotta sono ancora vincolati a forme di carattere nazionale? Formulo meglio la domanda: se la politica èelaborazione dei rapporti di forza, come si puòandare a contrastare una dinamica globale con degli strumenti nazionali? Insomma nel nostro presente manca un passaggio politico nella realtà chiaro e conseguente rispetto a questa nuova strutturazione dei rapporti di forza. E cioè una forza transnazionale (internazionale) in grado di lottare democraticamente attraverso le istituzioni mondiali già esistenti (e per costruirne di nuove) per una regolamentazione globale delle lobby e dei mercati e per comuni diritti e doveri di tutti gli abitanti del pianeta. Mi rendo conto il passo è lungo, al limite del sogno ma, come cercavo di spiegare prima, è uno spazio, una possibilitàofferta dai mercati stessi e dalle loro contraddizioni. Dovrebbe essere abilità e coscienza di chi crede nell’umanità e non nel denaro approfittare di talespazio per riaprire un discorso di pace e fratellanza nel mondo. E noi in quanto europei, essendo l’esempio concreto di un territorio diventato unico, in seguito alla necessità di incessanti profitti dei mercati, ma che in virtu’ di ciò ha anche superato (o sta superando) del tutto i vecchi vincoli di odio di una società assolutista, non solo ne abbiamo la possibilità, ma soprattutto abbiamo il dovere di rilanciare un discorso partecipato di organizzazione collettiva della libertà e della giustizia. Per farla breve, la prima casa di questa grande nuova forza mondiale di progresso deve essere l’Europa. Anche perché solo liberando le ricchezze che per secoli abbiamo saccheggiato in giro per il pianeta, èpossibile iniziare un serio, concreto e non pietistico progetto di redistribuzione delle ricchezze in nome della pace, della fratellanza e del rispetto, il tutto attraverso lo strumento del dialogo e della democrazia. Insomma, per uscire dall’apatia dell’impotenza, dalla rabbia delle divisioni, in virtu’ anche del contesto di rapporti di forza descritto, dobbiamo creare un forza politica sociale europea unita senza nessuna specificità nazionale che lotti dentro e fuori le istituzione, attraverso tutti i mezzi non violenti già esistenti e che la nostra fantasia unita e organizzata potrà inventare. Altrimenti fin quando saremo divisi e legati a vecchi sistemi di cose la nostra capacità di scalfire questo meccanismo di sopraffazione e violenza sarà minima se non nulla. E la Grecia stessa lo ha dimostrato, non basta la rabbia di un popolo o l’abilità di una classe dirigente a cambiare l’attuale sistema di cose esistenti. Serve grande sforzo, entusiasmo, studio e pazienza nel saper ritrovare la strada della realtà senza facili entusiasmi o estremismi, per saper percorrere con coscienza le complicate trame dell’attuale processo storico. 
part 2 
Nel nostro presente pressato da una logica avida di profitti sfrenati, le tragedie aumentano e con esse la nostra impotenza, la nostra incapacità di rilanciare un discorso alternativo, a tutto ciò, nel mondo. Questo perché? Come già dicevamo in precedenza, perché sono cambiati i rapporti di forza e questo ha determinato una riduzione delle strutture politiche di controllo rispetto all’azione dei mercati e dei privati. Tant’è che tutta quella serie di conquiste sociali e di diritti avvenuta in passato (soprattutto riguardante il lavoro, ma in genere rispetto all’accesso ai diritti fondamentali) non hanno più peso o grande capacità di intervento rispetto alle contraddizioni del presente. Anche perché tali conquiste furono conseguenza e parte di un processo in cui l’organizzazione industriale e del lavoro (e in parte finanziaria) erano di tipo nazionale e con essa l’equilibrio di regole e pesi e contrappesi interno ad un dato percorso storico di un paese e della sua repubblica. Oggi tutto ciò non ha più nessun valore, i grandi blocchi produttivi sono congiunture d’interessi sovranazionali e sono altrove e ovunque. In virtù di ciò il capitalismo è libero di speculare sul prezzo del lavoro, per il surplus, dove meglio gli aggrada. Infatti la filiera industriale, replica se stessa sull’intero globo spostandosi in continuazione lungo tutte le sue terre una volta nazioni. Insomma la realtà è opprimente e sembrerebbe lasciare poche vie d’uscita, ma i processi non sono univoci e ciò non toglie che uno sguardo lungo, dedito alla comprensione delle dinamiche alla base dei processi politici e alla prospettiva su cui tali eventi si estendono possa dare la possibilità di elaborare percorsi altri, percorsi umani. Nello specifico, che i mercati e il capitalismo continueranno la loro ascesa è inevitabile, anche in virtù delle intrinseche dinamiche di creazione della ricchezza e delle sue contraddizioni in precedenza illustrate, ma allo stesso tempo proprio in questo contesto c’è la possibilità di superare i vecchi rapporti di forza, gli arcaici vincoli di odio e violenza su cui si è fondato il mondo per millenni, costruendo un percorso politico nuovo, unito inizialmente a livello Europeo e poi man mano a livello mondiale. E tutto grazie alla capacità di una massa sociale in crisi di “condividere il proprio disagio sociale” e da qui organizzarsi politicamente, affinché, il mondo unito dal mercato e dal profitto diventi un mondo senza piùfrontiere, nazioni, classi, generi, razze. Un mondo di “uomini tra gli uomini”, ma meglio ancora di esseri viventi tra gli esseri viventi.
Tornando alla nostra epoca, a queste ore di tragedie, di guerre, di fughe in cui tutto sembra travolgerci lasciandoci inermi, forse proprio un sogno potrebbe ridarci la speranza per costruire il grande movimento di pace mondiale che parta proprio dall’Europa. Un movimento politico capace di superare da un lato i “ribellismi” dei movimenti e dall’altro i “dirigenzialismi” dei partiti (entrambi bloccati in una stantia, soffocante, rituale guerra di posizione), per ritrovare la prassi e con essa la realtà. Il sogno in questione è l’unione Euro-mediterranea, ma solo l’azione di una ritrovata forza collettiva dentro e fuori le istituzioni 
offrirebbe la possibilità di realizzarla. Solo il coraggio di una ritrovata energia politica di speranza puòsognare in maniera concreta e pragmatica un progetto così ambizioso, così grande. Per l’appunto le possibilità che aprirebbe una forza sociale unita europea sono immense e possono rimettere in discussione gli equilibri di potere attuali. L’Unione Euro-mediterranea, nello specifico, è la possibilitàconcreta, per tutte le forze sociali europee e per tutti gli esseri umani con una sensibilità, di fermare nel lungo termine il genocidio del mare (nel breve termine dovrebbe essere il corridoio umanitario e l’accoglienza) e di fermare buona parte delle guerre sull’altra sponda del mediterraneo. Inoltre, rispetto a quanto detto prima, tale estensione di confini converrebbe (anche se come dicevano sarà un estensione inevitabile) anche alle banche e alle destre liberali, in virtu’ del fatto che tutti questi nuovi territori saranno nuovi mercati da strutturare e successivamente su cui speculare. Per quanto il tutto sia già parte dei piani (non saprei dire se in maniera così definita), nel nostro caso, invece, ci darebbe la possibilità di prendere in contropiede tali dinamiche e di rilanciare all’interno di esse un discorso di pace, democrazia e partecipazione, favorendo, inoltre, tutte le forze laiche e pacifiste di quelle aree e cioè i movimenti che hanno animato e organizzato le varie primavere arabe. E tutto questo, non con un semplice atto di solidarietà, ma bensì attraverso forti, seri, strutturati programmi istituzionali, volti a favorire oltre che migliori condizioni di vita, soprattutto la cultura e la scolarizzazione di masse, le quali altrimenti sarebbero abbandonate a se stesse e ai “mostri della storia”. Nella fattispecie durante il cambio dei mezzi di produzione, non essendo ancora definita la nuova filiera produttiva e il conseguente nuovo mondo, avviene lo “scollamento tra capitaleproduttivo e finanziario”, in pratica tra chi lavora e chi manovra direttamente i mercati e per quel che può il Capitale. Si rompe il “processo d’identificazione” che la massa lavoratrice attua nei confronti della classe dominante e del suo modello di vita. Questo perché i capitalisti, come già detto, dopo aver prosciugato un’area, per rilanciare i profitti devono migliorare in efficienza e produttività il sistema industriale, ma facendolo tutte le vecchie forme sociali vengono sostituite da nuove. Quindi, in virtù di ciò, si affacciano nella società “i mostri”, ombre della Storia senza più identità sociale, pronte a tutto, sia con la nostalgia che con la violenza, a ritrovare l’ormai persa appartenenza. Maree di sbandati, di delusi, di solitari destinate a diventare, in questa fase di cambio, quelle forze (ovvero i fascismi) utili ad impiantare un nuovo sistema industriale. E tutto ciòsta accadendo adesso e di mostri ne abbiamo visti tanti dentro e fuori i nostri confini e questa nuova forza politica sociale unita a livello europeo, non soloha la possibilità di arginare questo cieco ed erosivo mutare inumano in nome del profitto, ma anche l’opportunità di lottare per impedire che l’altra sponda del mediterraneo diventi un’area di instabilitàgeografica, un’area dove i nuovi fascismi vadano a prendere forma e strutturazione. Oltre ad essere un muro di difesa dalla violenza degli assolutismi, un progetto come l’unione mediterranea sarebbe un primo atto di vera giustizia nei confronti di persone e popoli che ci pagano le pensioni e non solo, ormai da secoli, sia come diretti e onesti contribuenti e sia come generici disgraziati da sfruttare.
Il presente è complicato e terribile, ma fin quando non avremo la forza di unirci e iniziare a dipanare la matassa della realtà e capire quali sono le strade di pace percorribili, in grado di far progredire collettivamente la società oltre gli egoismi di enti privati e multinazionali, tali sofferenze, tali dinamiche di sopruso non avranno fine e noi potremmo sentirci solo sempre più impotenti e sconfitti. Forse il mio discorso è incompleto, mancano pezzi, ma credo che dobbiamo avere il coraggio di “andare per il mare aperto” e spingere in questo nuovo contesto di rapporti di forza un discorso umanitario di pace e dialogo. Questo per poter approfittare della tabula rasa imposta dai mercati ma che, in virtù di ciò, ci permette di erodere i vecchi vincoli assolutistici (religiosi, culturali, nazionali), proiettandoci per la prima volta davanti alla possibilità concreta di avere davanti a noi l’umanità tutta e riaprendo, così, un dibattito e un processo politico, destinati a riportare al centro della società gli esseri viventi tutti. Insomma, come fu per il movimento operaio, che con le sue lotte ha “civilizzato l’industrializzazione”, così oggi la massa fluida d’individui della società post-industriale, incarnata inizialmente in questa forza sociale europea, dovrà avere l’obiettivo e l’ambizione di “civilizzare la modernizzazione”. Soprattutto grazie a questa ritrovata, sensibile e duttile intelligenza collettiva politica, forza di pace intenta ad elaborare percorsi che partano dalla sensibilità degli individui e dal loro diritto inalienabile a vivere elaborando la propria felicità in armonia con il prossimo e con la natura. Insomma il passaggio obbligato lungo i sentieri tracciati con violenza dai rapporti di forza imposti dal capitalismo aprirebbe la strada ai sogni, alla possibilità di invertire tali dinamiche di terrore attraverso gli strumenti della pace e della fratellanza. Inoltre, determinerebbe la rottura di tutti i vecchi schemi di odio e di sopraffazione su cui il potere e la paura hanno costruito il mondo, “imponendo”, grazie alla democrazia e al dialogo, all’interno del processo storico, la sensibilità delle cose vive. Infine tale processo, ci donerebbe la possibilità di proiettarci in direzione di una Storia realmente collettiva e non più riflesso dei desideri di sopraffazione e violenza della “produzione” e dei suoi manovratori. 
Per finire, davanti all’aumentare del sistematico orrore del profitto, oltre al silenzio dei “sognatori”, ad essere peggiore del tacere è soprattutto la loro incapacità di organizzarsi, ma soprattutto di restare uniti. 
Ed è, perciò, nostro dovere mobilitarci ora a livello europeo per “cambiare lo stato di cose esistenti”, per raccontare e costruire l’altro mondo possibile, per “restare umani”. 

Fonte: Esseblog 

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